Pasquale Di Palmo
I deliri del bibliofilo

La rivoltella in pugno

Seconda parte della storia de “La Révolution surréaliste”, la rivista che incarnava lo spirito di rivolta del movimento e la sua forza espressiva. Fino alla spaccatura finale dovuta a convinzioni di tipo pragmatico differenti e mutevoli. Così si chiudeva la stagione più esaltante del surrealismo

L’attività de “La Révolution surréaliste” era molto legata a quella del Bureau Central de recherches surréalistes che fu inaugurato l’11 ottobre 1924 presso la sede parigina, al n. 15 di rue de Grenelle. Quest’ufficio aveva il compito di regolamentare il lavoro collettivo del gruppo, promuovere la sua opera e soprattutto «di raccogliere tutte le comunicazioni possibili riguardanti le forme che l’attività inconscia del pensiero è in grado di prendere» come si legge in Entretiens di Breton. Nella sua fondamentale opera Histoire du surréalisme, Maurice Nadeau annota: «Si fanno pervenire alla stampa alcuni comunicati. Ogni papillon porta l’indirizzo dell’“Ufficio”. Si scende nelle piazze per far conoscere che esiste a Parigi un nuovo tipo di laboratorio in cui tutti possono collaborare all’invenzione di una nuova vita. Un appello ai giornali precisa che “la centrale surrealista” trae alimento dalla vita stessa e ospiterà chiunque sia latore di segreti: inventori, pazzi, rivoluzionari, disadattati, sognatori. Si dice che le loro confidenze rappresenteranno la materia prima di una nuova alchimia e che la pietra filosofale sarà concessa a tutti». L’ufficio a tal riguardo era aperto al pubblico con il seguente orario: ogni giorno dalle 16,30 alle 18,30.

Nel 1925 viene affidata la gestione dell’ufficio ad Antonin Artaud e gran parte del n. 3 della “Révolution surréaliste”, la cui direzione è passata nel frattempo nelle mani di André Breton, risente dello spirito caustico del futuro autore del Théâtre de la cruauté. Vengono infatti pubblicati degli interventi anonimi destinati a fare scandalo, contro le istituzioni più importanti del tempo, che affrontano l’argomento a cui il fascicolo si ispira: «1925: fine dell’epoca cristiana». Tra questi, quasi tutti di mano artaudiana, bisogna segnalare per la straordinaria vis polemica in essi contenuta, l’Adresse au Pape, con esiti molto aspri e crudi che sconfinano nell’invettiva blasfema («Non sappiamo che farcene dei tuoi canoni, del tuo indice, del peccato, del confessionale, della tua pretaglia; noi pensiamo ad un’altra guerra, la guerra contro di te, Papa, cane») o la Lettre aux Médecins-Chefs des Asiles de Fous, che sembra anticipare la crociata antipsichiatrica condotta da Laing o da Cooper («Senza insistere sul carattere perfettamente geniale delle manifestazioni di certi folli, nella misura in cui siamo in grado di apprezzarle, affermiamo l’assoluta legittimità della loro concezione della realtà, e di tutte le azioni che da essa derivano») o la Lettre aux Recteurs des Universitées Européennes, in cui si critica aspramente il sistema educativo occidentale, colpevole di sottomettersi unicamente alle regole del profitto e del buon senso («La Mente congelata si spezza tra le assi minerali che si rinchiudono su di essa. La colpa è dei vostri sistemi ammuffiti, della vostra logica del 2 più 2 fa 4, la colpa è vostra, Rettori, presi nella rete dei sillogismi. Fabbricate ingegneri, magistrati, medici, a cui sfuggono i veri misteri del corpo, le leggi cosmiche dell’essere, finti scienziati ciechi nell’oltreterra e filosofi che pretendono di ricostruire l’Intelletto»).

Artaud, la cui influenza all’interno del gruppo, comincia a farsi sempre più forte, nel novembre 1926 verrà attaccato in maniera particolarmente violenta dai cinque giustizieri che rispondono al nome di Aragon, Breton, Éluard, Péret e Unik. Il pretesto riguarda il progetto di fondare, con Roger Vitrac e Robert Aron, il Théâtre Alfred Jarry ma, soprattutto, di essere allergico alle comuni aspirazioni comuniste. Di fatto, Artaud e Soupault non solo vennero espulsi dal movimento, ma furono costretti a subire una durissima requisitoria contenuta nell’opuscolo Au grand jour del 1927, in quanto la loro attività era considerata esclusivamente letteraria e non aveva senso per loro restare in un gruppo che aveva proclamato l’inutilità dell’espressione artistica fine a sé stessa. Artaud risponderà a tono pubblicando a proprie spese una plaquette intitolata provocatoriamente À la grande nuit, in cui si spara a zero sui vertici del movimento. Ma di tutto questo non c’è traccia nei numeri 6, 7, 8, 9-10 della “Révolution surréaliste”, usciti tra il 1926 e il 1927, che raccolgono i soliti racconti e poesie di taglio onirico, le solite inchieste dai connotati polemici, anche se, indicativamente, i proclami divengono meno numerosi.

L’ultimo numero della rivista uscirà il 15 dicembre 1929. Si tratta del fascicolo n. 12 che contiene il maggior numero di pagine, 84, caratterizzato dalla pubblicazione della sceneggiatura del film di Buñuel e Dalì, Un chien andalou, e delle poesie violentemente anticlericali e antipatriottiche intitolate Je ne mange pas de ce pain-là di Benjamin Péret, dai toni esasperati e volutamente triviali che si contrappongono ai più misurati versi d’amore di Paul Éluard o a quelli ironici di Francis Picabia che figurano all’interno dello stesso numero.

Ma soprattutto compare il Second manifeste du surréalisme di Breton che segnerà una svolta nella storia del movimento. Preceduto dalle impronte di rossetto di alcune labbra femminili, ben evidenziate in rosso, con la didascalia Pourquoi la “Révolution surréaliste” avait cessé de paraître, il manifesto fa il punto sulla situazione del movimento e tenta un primo bilancio sull’attività del gruppo, dopo le sempre più numerose espulsioni o defezioni “volontarie” operate in seno allo stesso. In questo manifesto Breton scriverà che «L’atto surrealista più semplice consiste nello scendere in strada e, rivoltella in pugno, sparare a caso all’impazzata tra la folla». Naturalmente si tratta di una boutade paradossale, tesa a mettere in luce lo spirito di rivolta nei confronti delle istituzioni ma che, al tempo stesso, mal si accorda con le esigenze di tipo politico che si fanno sempre più scoperte in alcuni dei suoi rappresentanti di punta. L’adesione al materialismo storico li porterà, di lì a poco, a progettare una nuova rivista, il cui titolo, sulla falsariga della “Révolution surréaliste”, sarà fin troppo eloquente: “Le Surréalisme au service de la Révolution”. Ma il gruppo nel frattempo comincia a sfaldarsi e il Second manifeste testimonia delle diatribe intestine ormai inarrestabili, basate su convinzioni di tipo pragmatico differenti, che si succedono senza tregua. Breton attacca duramente non solo Artaud e Soupault, ma anche Masson, Vitrac, Limbour, Bataille, Desnos, Naville. La pubblicazione di Un cadavre, un piccolo libello stampato in risposta al Second manifeste dai suoi ex-seguaci, è altrettanto virulenta: in copertina figura un fotomontaggio che ritrae Breton con una corona di spine in testa. Breton sarà tacciato di essere «poliziotto e prete» (Ribemont-Dessaignes); «vescovo e papa» (Jacques Prévert); «truffatore» (Vitrac); «fantasma puzzolente» (Desnos); «provocatore putrido», «con un’erudizione da corso serale» (Leiris); «esteta da cortile» (Baron).

Nonostante qualche nuova adesione – Magritte, Buñuel, Dalì che teorizza il suo metodo paranoico-critico – la stagione più esaltante del surrealismo è ormai finita. Altre riviste si succederanno nel tempo, graficamente più accattivanti della “Révolution surréaliste” – oltre a “Le Surréalisme au service de la Révolution” bisogna ricordare almeno “Minotaure”, “VVV”, “Le surréalisme, même”, “Bief” – , ma prive del fascino che emana da quelle pagine così semplici e nitide in cui era possibile vedere una fotografia del «nostro collaboratore Benjamin Péret che insulta un prete» (nella foto sopra) o in cui ci si poteva imbattere nei saggi periodici di Le surrealisme et la peinture di Breton, dov’era possibile assistere idealmente al dibattito relativo alle Recherches sur la sexualité, ricco di esiti particolarmente esilaranti, o scoprire figure marginali come quelle di Jacques Vaché che, durante la prima de Les mamelles de Tirésias di Apollinaire, entra in platea puntando una pistola carica contro il pubblico, o Ernest de Gengenbach, eccentrico ex seminarista che si faceva sorprendere, vestito da prete, in atteggiamenti inequivocabili con delle entraîneuses.

Il vertice del movimento, dopo aver per un certo periodo ventilato la fusione della “Révolution surréaliste” con la rivista “Clarté”, animata da giovani intellettuali comunisti, accentrò sempre più i propri interessi intorno alle problematiche della rivoluzione, non avvedendosi che i surrealisti avevano già operato una rivoluzione ben più duratura – quella del gusto – destinata a regolare le basi della nostra vita quotidiana a distanza di un secolo.

(Per la prima parte, vedi https://www.succedeoggi.it/2023/10/sfrondare-la-vita/)

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