Cartolina dagli Usa
Ritorno alla politica
Lo "tsunami blu" dimostra che il popolo americano vuole "contare", vuole "decidere". Contro i privilegi e la corruzione. Ora il problema è capire se i democratici sapranno intecettare e interpretare questo bisogno
“Uno tsunami blu”, (blu è il colore del partito democratico negli States), un’onda di proporzioni gigantesche è stata definita uniformemente la vittoria democratica senza precedenti che ha travolto il partito repubblicano a queste elezioni di midterm per il rinnovo del parlamento. Infatti i democratici hanno riguadagnato La House e il Senato e in alcuni casi, specie in Stati dove non vincevano da decenni, hanno anche conquistato governatorati e altre cariche di importanza istituzionale rilevante. Naturalmente le analisi dei risultati in merito si sprecano, i numeri impazzano e dunque non ci soffermeremo su di esse più di tanto, ma solo brevemente e in generale su quelle più rilevanti per fare alcune osservazioni. C’è chi dice che è stata un’elezione contro Donald Trump, e chi invece che è stata una reazione al rincaro della vita nel paese e chi infine attribuisce questo cambio repentino e massiccio alla guerra in corso in Iran, soprattutto in riferimento al voto giovanile. Ebbene tutti questi sono motivi reali e plausibili e forse hanno pesato, ma credo che ci sia stato molto di più.
Queste elezioni hanno dimostrato – lo deduco anche dagli scambi verbali di questi ultime settimane con la gente per strada, nei ristoranti, nei supermercati – che i cittadini americani hanno recuperato una coscienza politica che sembrava essersi assopita nel corso degli anni, almeno dai tempi di Obama. Infatti parlando con loro ho avvertito una rinnovata voglia di contare e di fare sentire la propria voce, di riprendere in mano le redini di un quotidiano che reclama riforme di importanza fondamentale sia nella vita di ogni giorni, sia per ristabilire, dentro e fuori gli States, una reputazione, una leadership fortemente compromessa dall’attuale presidente. Non si riconoscono in quello che l’America è diventata. Si sono sentiti traditi e offesi nell’orgoglio tutto americano di essere cittadini di questo paese, dall’uso improprio e dalla soppressione delle tradizioni e dei meccanismi democratici da parte dell’attuale amministrazione. In un certo senso, attraverso queste elezioni, il valore del sogno americano si è rivitalizzato e rinnovato rispetto al passato; ha acquistato una maggiore valenza di solidarietà, di rispetto dei principi democratici di giustizia sociale, di lotta alla corruzione, di lotta contro la violenza e la guerra, e infine di salvaguardia dell’ambiente. Seppure questi sono valori essenziali del partito democratico a volte sono stati snaturati e impoveriti da compromessi che li hanno resi assolutamente invisibili.
In questi anni di Trump si è capito come si fa presto a perdere tutto ciò. Una gran parte degli americani, specie giovani, donne, minoranze etniche hanno avvertito, grazie ad alcuni nuovi candidati democratici, che potevano di nuovo far sentire la loro voce. Si sono sentiti ascoltati, rivitalizzati. Una speranza che Donald Trump aveva alimentato con la sua agenda populista e poi tradito a favore dei suoi interessi personali e della sua amministrazione corrotta. Cosi si sono opposti all’immagine rapace di un paese prepotente, imbarbarito, nel quale solo l’1% dei ricchi conta rispetto alla stragrande maggioranza dei cittadini, nel quale un gran massa di denaro viene utilizzata nelle campagne elettorali per pilotarle, nel quale i meno abbienti sono semplicemente considerati perdenti; un paese che compie violenze nei confronti dei propri cittadini e di quelli di altri paesi spesso schierandosi dalla parte dei più forti nei confronti dei più deboli.
Si erano sentiti ascoltati quando Obama è andato al potere e ha introdotto principi etici nella competizione politica. Ma poi non lo ha fatto in quella economica servendosi a volte di personaggi dai principi laschi e di discutibile integrità. E questo ha determinato una sfiducia nel primo presidente nero degli Stati Uniti. Così anche se ha introdotto cambiamenti epocali come la riforma sanitaria, la famosa Obamacare, e ha stretto trattati internazionali con paesi come l’Iran e Cuba sul piano della sicurezza e delle armi nucleari, facendo passi da gigante anche sul piano ambientale è stato percepito come parte dell’establishment. Certo non ha aiutato il fatto che il Congresso a maggioranza repubblicana abbia praticato un’ostruzione totale a tutte le riforme anche le più basilari che il presidente proponeva e neanche che il partito democratico si sia troppo preoccupato di fare accordi con quello repubblicano, cercando di mantenere un profilo esageratamente moderato di cui spesso sono state vittime le fasce dei cittadini meno abbienti. La politica di Obama è state percepita come una politica fatta di troppi compromessi senza soluzioni a certi gravi problemi riguardanti le fasce più deboli della società. Il problema di un’emigrazione fuori controllo e apparentemente senza filtri e il poco interesse nelle disparità economiche della forbice sociale secondo le quali ad esempio la classe operaia non si è sentita protetta dagli effetti di una globalizzazione rampante, hanno fatto il resto.
Dunque quando candidati democratici giovani e non appartenenti alle dinastie politiche dei Clinton, degli Obama, cioè dell’establishment del partito, si fanno strada con proposte spesso molto progressiste e radicali l’interesse di quei cittadini si riaccende.
Nel suo seguitissimo programma sulla CNN della domenica mattina, GPS, Fareed Zakaria giornalista di grande spessore e noto editorialista del Washington Post ha affermato che il partito democratico adesso deve assumere una posizione centrista, moderata in campo economico/sociale e occuparsi delle disparita economiche, dell’aumento del salario minimo, dei problemi del lavoro, dell’ampliamento della riforma sanitaria, dell’edilizia popolare, dell’istruzione e della tassazione dei ricchi. Allora io mi domando se la parola moderato abbia, a mia insaputa, cambiato significato. Perché a casa mia riforme di questo tipo venivano definite progressiste e appartenevano all’ala della socialdemocrazia. E successivamente mi chiedo; perché si ha tanta paura a chiamare le cose con il loro nome? Forse si ha ancora paura dello spettro che si aggira per l’Europa e che ora potrebbe aggirarsi negli Stati Uniti? Eppure di acqua sotto i ponti né e passata molta e questi fantasmi ormai non dovrebbero fare più paura a nessuno.
Certo da Zohran Mamdani, attuale sindaco di New York eletto ormai un anno fa, ad Abdul El Sayed eletto senatore in Michigan (il primo musulmano a sedere in Senato) che promuove la stessa agenda del primo cittadino della grande mela, a James Talarico in Texas che certo non è un socialista (ha vinto le elezioni dopo quasi quaranta anni che un democratico non vinceva in quello stato), a Troy Jackson in Maine (ha battuto la senatrice Susan Collins che ha tenuto il seggio in Senato per 30 anni, cosa che avrebbe fatto rabbrividire i padri fondatori di questo paese), tutti bollano i finanziamenti dei Pac e dei multimilionari a la Musk che hanno riversato milioni di dollari nella campagna elettorale soprattutto in vista di facilitazioni nei confronti dei data center dell’A.I. e tutti hanno un’agenda politica che mette in primo piano il lavoro, la sanità, la casa, il salario minimo e la crociata contro lo strapotere dei ricchi.
Il partito democratico dunque adesso deve affrontare un punto critico e un interrogativo decisivo che lo vede diviso al suo interno: sposare un’agenda davvero progressista o continuare a barcamenarsi cercando di mantenere il consenso anche di una parte conservatrice della società, che lo tiene tuttavia incatenato a un profilo centrista e moderato? Per esempio è stato chiaro almeno nella campagna elettorale precedente all’elezione di Zohran Mamdani che parte dell’establishment del partito ha appoggiato Andrew Cuomo, candidato moderato la cui integrità è stata tuttavia più volte messa in discussione. E nelle elezioni in Michigan la democratica Haley Stevens il penultimo giorno delle elezioni ha dato il suo sostegno a Ken Paxton, avversario repubblicano di El Sayed, accusando quest’ultimo di antisemitismo. E qui ci sarebbe da aprire una parentesi tutt’altro che scontata e facile sulla posizione del partito democratico nei confronti di Israele, del governo di Netanyahu riconfermato di recente alla guida del paese e della sua politica di sterminio nei confronti dell’etnia palestinese. Fare un’affermazione del genere e teorizzare una politica dei due stati significa essere antisemiti? Certo è che le cose vanno chiamate con il loro nome e mi sembra che in generale queste elezioni abbiano dimostrato che il partito democratico deve scegliere e deve scegliere in fretta perché nel frattempo i conservatori quelli veri, quelli agguerriti, quelli che non rispettano le regole del gioco, faranno di tutto per dividerli e sminuire la loro vittoria epocale.