A proposito de "La bella Costa"
L’Ottocento a Genova
Foscolo, Monti, Luigia Pallavicini e altri "eroi" ottocenteschi in un coraggioso romanzo storico ambientato a Genova, di Milena Contini e Michela Martignoni
Che curioso romanzo mi è capitato fra le mani… Fossi in vena di un po’ di banalità lo definirei romanzo storico. E perché no? Sembrerebbe un romanzo storico come tanti altri, ma dentro questo libro – La Bella Costa di Milena Contini e Michela Martignoni, Solferino Libri, 256 pagine, 16 Euro) dedicato ad Antonietta Costa, nobildonna genovese vissuta a cavallo tra Sette e Ottocento – gli spunti d’originalità non mancano.
Partiamo subito dai titoli dei dieci capitoli: nessuna pretesa riassuntiva o anticipatoria, anzi frammenti di poesie in dialogo con il testo. Le autrici, infatti, impostano una sorta di gioco con il lettore, evocando un animale (Il pasto del mastino, Il sesso della lumaca, Il sacrificio del gabbiano, Il frutto della capra…) che emergerà nella narrazione di ogni capitolo in modo inaspettato. Tra le pagine si ritrovano poi brevi brani in corsivo che fungono da macchina del tempo, facendoci navigare in lungo e in largo nella storia, nei suoi fatti epocali e tra i dettagli più dimenticati. E – visto che sono in vena di banalità – voglio evocare il “realismo magico”: si incontrano il boia di Robespierre, stanco dopo una snervante giornata di lavoro (“Oggi ho giustiziato l’uomo più odiato di Francia, ma non mi sento sollevato. Il mondo mi sembra una fogna comunque. Adesso vado a dormire: domani prendo servizio all’alba”); una granata inesplosa dentro una chiesa (“Dal porto provenivano rumori metallici che parevano il grido disperato di un gigante agonizzante. Pezzi d’esistenza si sbriciolavano sotto una grandine infuocata. La terra era un’arancia troppo matura che rischiava di spaccarsi fatalmente a ogni nuovo colpo. Gli attimi tra un boato e l’altro oscillavano tra disperazione e follia”); la banalità del male nella caccia alle streghe (“si è creata una comunità di streghe in Valbrevenna. Molto pericolose. Molto potenti. Molto arrabbiate. A guidarle un mago d’origine caldea, o forse siriana, chiamato Marduk El Zeb. Le dimensioni di Polifemo. La furbizia di Lucifero. L’appetito di Priapo. Depravazioni, orge, malefici e riti satanici pare siano all’ordine del giorno…”) e nientepopòdimeno che un cavallo che prende parola per presentare la sua versione dei fatti in merito alla celebre caduta di Luigia Pallavicini, immancabilmente presente nelle antologie scolastiche (“Muovo la testa su e giù per farle capire che sono insofferente. Che ho bisogno di rifocillarmi. Che ho bisogno di rinfrescarmi. Che ho bisogno di fermarmi. Non sono una barca. Non sono una slitta. Sono un mezzo di trasporto, d’accordo, ma respiro, io”).
Foscolo, a dire il vero, compare anche come personaggio e non fa una gran figura. Ma Monti viene strapazzato ancora di più dalle autrici, che, senza forzature attualizzanti, ne fanno un esempio da manuale di manipolatore narcisista (“Quel patetico omiciattolo mascherato da Omero l’aveva trascinata sull’orlo di sé stessa. Ora stava a lei inventarsi una nuova rotta per tornare in porto”).
E, già che abbiamo tirato in ballo due personaggi famosi (anzi tre, perché anche la Pallavicini fa la sua comparsa, con tanto di velo davanti al viso per mascherare le ferite deturpanti), come non aggiungere gli altri? Giuseppina Bonaparte, descritta con perfido realismo (“Si bisbigliava che in Martinica si fosse abbandonata a ogni depravazione. Alcol, droghe, tabacco, orge con colossali schiavi neri. La piantagione di canna da zucchero del nonno si era trasformata nel teatro dei suoi sfrenati baccanali. I denti guasti rappresentavano un’eredità di quegli stravizi?); il generale Massena, protagonista delle pagine più tragiche (“Il generale Andrea Massena fissava la propria immagine con sconcerto. E disgusto. Chi era il vecchio riflesso nello specchio? A chi appartenevano quei capelli bianchi? Perché un usurpatore dagli occhi opachi appariva al suo posto?”); e, addirittura, un Mazzini incarcerato, alle prese con uno scorpione (“Giuseppe fissava le onde. Lo sguardo oltrepassava le sbarre come se potesse volare. La tempesta si stava placando. Sembrava che una mano colossale schiacciasse i flutti sulla linea dell’orizzonte. Il giovane uomo fu colto da una strana angoscia: avrebbe preferito che il fortunale impazzasse ancora”).
Come appare evidente già da questi lacerti, un altro elemento di originalità risiede nello stile, nel quale si ritraccia una matrice di stampo lirico. Un esempio su tutti lo fornisce l’incipit: “Facile dire Genova… Gli scherzi del vento sui panni stesi ad asciugare. L’eleganza discreta dei palazzi, abbracciati da rassicuranti geometrie vegetali. Viaggiatori stranieri impegnati a disegnar la sui loro taccuini sgualciti. I saluti delle navi in partenza per il mondo. Lo stiracchiarsi di un gatto tra i cordami del porto. Le arance amare usate come palline dai ragazzi del collegio. Tutti i colori dell’universo riassunti nei riflessi del Molo. Le colline quasi addormentate sotto la carezza tiepida del sole. Il canto malinconico dei rammendatori di reti. La grazia delle signorine a passeggio. La lotta dell’orizzonte al crepuscolo, incapace di arrendersi alla notte.” E così via… I brani in cui si percepisce in modo più ficcante l’anima pulp del romanzo, se non cannibale, invece, sono quelli dedicati all’assedio di Genova del 1800, fatto storico tanto abominevole quanto ignorato, descritto con tinte orrorifiche (“i cumuli di corpi senza vita, le epidemie, la fame, le razzie, i topi venduti al mercato a caro prezzo, i suicidi, le violenze, gli avvelenamenti, gli ospedali al collasso…”), ma senza cedimenti splatter.
Qualcuno potrebbe intravedere la penna di un entomologo intento a descrivere un ecosistema degenerato: “Ogni mattina si ripeteva il lugubre conteggio dei cadaveri ricondotti a riva dalla corrente. In molti, spinti dalla fame e dalla disperazione, tentavano la sorte in mare. Speravano di raggiungere a nuoto i territori liberi dall’assedio, ma venivano intercettati dagli inglesi o annegavano per lo sfinimento. La luce dell’alba, a volte, li faceva apparire come meduse colossali incuneate tra gli scogli. I corpi venivano disposti uno in fila all’altro sulla banchina del porto, in modo da permettere il riconoscimento da parte di eventuali parenti. Mezz’ora dopo erano accatastati sulle carrozze dei becchini. Destinazione: fossa comune” e ancora “Stipati come scarafaggi in quelle bagnarole, prima hanno mangiato la pelle delle scarpe, poi il rivestimento degli zaini e, infine, sono passati ai cadaveri dei compagni morti di stenti. Consumati crudi, appena accertato il decesso”. Questo e altro ancora in un romanzo che sorprende per il suo coraggio e la sua energia innovatrice. Sulla copertina una donna di schiena, sorpresa mentre scruta il mare. Sembra distratta e non si accorge che la stiamo osservando, perché è troppo impegnata a vivere le sue avventure. Bisoux.