Sergio Buttiglieri
All'Arena del Sole di Bologna

Memoria e dolore

Il nuovo spettacolo di Daria Deflorian, tratto da Han Kang come il precedente, mescola storia personale e storia universale per riflettere sulla "indicibilità" del dolore

In scena con successo in prima nazionale all’Arena del Sole di Bologna (dopo l’anteprima di questa estate al Festival di Avignone) l’ultimo lavoro di Daria Deflorian che, dopo aver affrontato nel 2024 La vegetariana di Han Kang, insignita nel 2024 del Premio Nobel per la letteratura, ora ha debuttato con Che dolore terribile è l’amore tratto dal romanzo doloroso, lucido e poetico scritto nel 2021 “Non dico addio“, della scrittrice sudcoreana nata nel 1971.

La regista Daria Deflorian è autrice della drammaturgia insieme a Eric Vautrin. Anche qui va in scena interpretando la protagonista e sa restituirci perfettamente le tematiche di questa preziosa scrittrice rimanendo fedele al testo ma impregnandolo delle sue storie famigliari. Lei, Daria, è figlia, come la protagonista della storia, di un trauma di seconda generazione: sua madre era rimasta orfana durante la guerra, perché sua nonna si era suicidata ma lei non ne aveva mai parlato con la figlia perché si vergognava. “Così sono cresciuta in una realtà censurata, e questo non mi permetteva di capire le sue reazioni e nemmeno le mie” ci svela la regista. “Han Kang ci dice che se non si risolvono certi vuoti materni non si va avanti, ed ecco che il personaggio ripiomba finalmente nella storia, noi la mettiamo in dialogo col fantasma della madre non per evocare il passato ma per comprendere in che modo questo passato può rischiarare il futuro”.

E noi spettatori siamo stati abilmente condotti dentro questo disagio, in bilico fra finzione e realtà, che Daria Deflorian ha voluto farci rivivere con le amiche attrici Monica Piseddu (che aveva recitato anche nella “Vegetariana”) nel ruolo di In-seon e Maria Grazia Mandruzzato nel ruolo della madre Jeong-shim.

La Storia si dipana in maniera essenziale dal racconto di Han Kang in cui la protagonista Gyeon-ha, dopo una serie di dolorose separazioni, si è rinchiusa in un volontario isolamento, sognando un incubo ricorrente: un vasto cimitero sul mare con migliaia di tronchi d’albero, neri e spogli che le ricordano le stragi del 1948 di Jeju in Corea del sud che provocarono almeno 100 mila morti. Daria Deflorian ha invaso il palcoscenico di questi tenebrosi tronchi che la sua amica continua faticosamente a spostare, fino a posizionarli verticalmente come simboli di lapidi tombali. La scena pensata dalla regista è come se fosse il tracciato del comporsi e scomporsi di figure inconsce. L’irruzione della memoria porta il passato dentro il nostro presente.

Magistrale la sua capacità di miscelare il proprio vissuto individuale, il suo e il nostro, con quello collettivo e storico. Siamo tutti in bilico tra la vita e la morte, e l’arte teatrale di qualità riesce, come sempre, a individuare, stupendoci, una possibile generazione del nuovo. Una linea spezzata che tiene insieme la morte e il trauma con una linea di vita, quella di un’arte che attende ancora di compiersi e che individua una possibile generazione del nuovo.

Finché la protagonista Gyeong-ha, dopo anni di solitudine, durante un suo ricovero in ospedale per una ferita che si è causata alla mano con un’ascia per disboscare. , si ritrova con l’amica video-maker In-seon che lei chiama per chiederle di assistere un uccellino in gabbia, che rischia di morire di freddo e di fame, Il pappagallino diventa un simbolo di vita fragile e ostinata da salvare.  Queste due amiche quindi intraprendono un viaggio, tanto onirico quanto storico e artistico, che le condurrà a risollevare dall’oblio uno dei peggiori massacri avvenuti nella terra in cui è nata la scrittrice.

Il lavoro teatrale di Daria Deflorian è sempre fortemente connesso con la letteratura. Dopo aver a lungo lavorato su Pasolini, assieme ad Antonio Tagliarini, ha affrontato i testi di Ingerborg Bachmann e Kavabata, collaborando con Fabrizio Crisafulli. Ma l’autrice che le ha rivoluzionato l’animo è stata sicuramente Annie Ernaux dopo aver letto il suo meraviglioso Gli Anni. Testo che anch’io consiglio a tutti per la sua grande capacità di immergervi in una lingua propria, con la sua capacità di improvvisare, di creare una struttura dell’intimo. E poi, come ci ricordava la Deflorian, “una vocazione letteraria nella quale la quotidianità non può essere al di sotto della qualità, e una politica che riguarda il modo in cui si parla di sé. Ernaux nella propria storia intercetta il mondo, ha la straordinaria capacità di rendere la dimensione personale di tutti dandole un valore sociologico, storico”. E questo ha decisamente irretito la grande lettrice di letteratura qual è la Deflorian, permettendole di unire al suo racconto teatrale anche il suo io privato e le questioni del reale, le sue ingiustizie, la sua violenza.

Lo spettacolo si potrà rivedere in novembre fino all’8 novembre a Milano al Teatro Studio Melato del Piccolo Teatro, e poi a Roma al Teatro Valle dal 26 novembre al 6 dicembre.


Le fotografie dello spettacolo sono di Andrea Pizzalis.

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