Una storia di paura e desideri
Sull’autobus
«Il pomeriggio stesso di quel giorno, era una domenica autunnale molto calda, si erano ritrovati nella sua camera da letto, a voltolarsi tra le lenzuola. Non era stata esaltante la prima volta, né la seconda»...
Si è seduto in fondo all’autobus 4L che dal Piazzale Roma lo porta a Mestre. Sono le dieci di mattina di un fine ottobre uggioso. Si avverte infatti nell’aria una pioggerella tenuta lontana per il momento da un forte vento. Ma lui ha portato nello zainetto un piccolo ombrello. Non si sa mai. Ha chiesto due ore di permesso all’Ufficio Pensioni CGIL, rese necessarie da importanti visite mediche. In verità, scenderà a metà del Corso del Popolo, per entrare con qualche senso di colpa nel negozietto di Compro oro. Ha controllato sul web. Tre collanine, due anelli, di cui uno con smeraldo, due orecchini di corallo, e una spilla di dimensioni eccessive. Si tratta di gioielli sottratti a Maria Sole, dopo che l’ha in pratica buttata fuori dal suo appartamento in affitto, dietro alla Stazione. Casa modesta, tre camere e un piccolo bagno non finestrato, in cui la sua ormai ex compagna si era da qualche anno trasferita. Armi e bagagli, molti, troppi. Ma non si tratta di un furto. No, per carità, solo una semplice rivalsa. E sì, dopo averla spinta di forza fuori dall’ingresso, e Maria Sole piangeva pure e chiedeva perdono, le aveva gridato di mandare qualcuno di famiglia a ritirare i suoi stracci. Non erano marito e moglie, per fortuna. Si erano conosciuti in un sito di incontri via internet e alla gelateria del Todaro in Piazza aveva visto arrivare una ragazza formosa, un golfetto di angora attillato che faceva spuntare un petto prorompente, ottimo viatico per le coccole aveva subito calcolato. Una maestrina di quarant’anni ben portati, non fosse per la macchia rossa sulla guancia che la deturpava dalla nascita. Un’insegnante di bambini, “la cosa più bella del mondo”, il suo mantra, ma entrambi si erano guardati bene dal rischiare di averne. Lui che andava ormai verso il mezzo secolo, e soffriva di insonnia, e faceva ricorso a tutta una serie di psicofarmaci a catturare qualche ora di sonno. L’idea di strilli notturni, gli procurava ansia solo a pensarci. Maria Sole, al caffè in Piazza, appena seduta, lo aveva informato che era fiera di essere diventata di ruolo da un anno, e che viveva con i genitori malmessi, padre gondoliere in pensione e madre casalinga cardiopatica. Dettagli sfuggiti alla loro corrispondenza iniziale, nei primi contatti. C’era pure, da qualche parte, un fratello, rappresentante di elettrodomestici, con cui non parlava da una vita. Ragioni sue. E quel mistero mai chiarito era piaciuto molto a lui figlio unico, orfano di entrambi i genitori, molto anonimi come il figlio del resto. E ripeteva con orgoglio, questa categoria dell’anonimato assoluto, quasi fosse una condanna e insieme un privilegio. Perché assicurava, sottolineava con fierezza, un’esistenza tranquilla, senza mai il rischio di finire sui giornali, nella cronaca nera magari. Lei in compenso gli aveva rivelato di trovarlo più bello e più snello da vicino che nelle foto. E questo complimento, unito allo sguardo leggermente provocatorio che gli aveva lanciato, e al golfino verde che si tendeva valorizzando il petto, gli aveva fatto impennare prontamente il membro, come da tempo non avveniva. Sì, gli era sembrato di tornare ragazzo, quando andava gongolando a prostitute a Mestre.
Il pomeriggio stesso di quel giorno, era una domenica autunnale molto calda, si erano ritrovati nella sua camera da letto, a voltolarsi tra le lenzuola. Non era stata esaltante la prima volta, né la seconda, e si era fermato là in quegli esordi ancora “anonimi”. Da quell’opaco pomeriggio, gli abbracci nella sua camera dove sentiva i treni fischiare e le mosche assediargli i vetri, si erano succeduti simili a un mesto dovere da svolgere. Ma Maria Sole era una brava cuoca, specie con le polpette di verdura. La supplicava in quei casi di evitare ad ogni costo l’aglio, perché nell’ufficio al Malcanton c’era un collega, suo coetaneo e toscano di origine, che ne faceva uso costante, per il cuore, ed era difficile averlo vicino di tavolo, tra insopportabili aspirate e zaffate asprigne. Anche sua mamma ne divorava intere teste crude, lei aveva sentenziato commossa, ma lui era stato molto fermo nelle trattative per il cibo. Erano rimasti così nel suo appartamentino esattamente otto anni, dunque conteggiando l’affitto di tutto quel tempo…. Seicento euro al mese, più quelle del condominio. Certo, lei gli faceva le spese, preparava il mangiare e teneva in ordine l’abitazione, ma era lui a pagare tutto. E mai una volta aveva osato farglielo notare. Ci teneva all’eleganza nel comportamento e non voleva imitare suo padre, cameriere in un ristorante al centro, che rinfacciava a sua madre la mancanza di dote e ne aveva fatta una serva maltrattata. Ma era stato uno strano ménage, il loro, quello di lui e di Maria Sole, già. Insomma, si era deciso a quel gesto forse azzardato e comunque controverso, la vendita dei gioielli non personali, intendendola appunto nel senso di rimborso spese. Al massimo, se il giudice gliel’avesse imposto, avrebbe diviso la quota ricavata dal Compro oro. Sissignori, in caso. Un sacchetto di velluto rosso, lasciato nel primo cassetto del comò, dove tenevano la biancheria, mescolata affettuosamente. Il sacchetto ora l’ha infilato per maggior sicurezza nella tasca interna del barbour marrone di cotone cerato, che ogni tanto stringe per rassicurarsi ci sia ancora. Ma era stato tanto incerto sulla liceità dell’iniziativa, che la notte, rievocando il pianto della donna e la risoluzione ardita, aveva fatto in uno stressante dormiveglia sogni orribili, con immagini di violenza e di fornicazioni prolungate senza limiti di genere. Nondimeno, di recente, ha letto sulla «Repubblica», suo Vangelo mattutino, che noi non siamo i sogni che facciamo, che non siamo responsabili delle fantasie notturne ma solo delle nostre azioni reali. Sulle scale, indifferente alle due porte socchiuse del pianerottolo, da dove i vicini stavano ovviamente spiando la scena, le ha urlato “troia maledetta”. E ha maledetto in aggiunta il sito di incontri che aveva occasionato poi la sfortunata relazione. Adesso, se ne sta rannicchiato negli ultimi posti della filovia e gli pare di impazzire per la stanchezza accumulata il giorno prima. Alla prima fermata, poco dopo il Ponte della Libertà, ecco salire una sagoma enorme e solitaria, il volto coperto dalla maschera ispirata alla serie Scream, i film horror, sua autentica passione giovanile. Bocca spalancata, sotto le cavità degli occhi dilatati sul vuoto, e la mantellina che gli copre il capo. Siamo già ad Halloween, si è domandato. No, non è ancora il 31 ottobre, in realtà, anche se in tutte le vetrine sono esposte zucche e dilaga il giallo, colore che lui odia da sempre. A tracolla, la bizzarra sagoma regge un sacco nero. Fra poco chiederà magari “Dolcetti o scherzetti?”. Un bambino in braccio ad una donna anziana, gli sorride fiducioso e tende le manine per toccarlo. Ma quello, noncurante, si piazza in mezzo all’autobus, si sfila con calma il sacco e ne estrae un lungo oggetto che lui, stando lontano e coperto da altri passeggeri, tra cui due marocchini (parlano francese, e nominano Rabat) puzzolenti in modo intollerabile, non riesce a decifrare. Al suo fianco, una coppia di cinesi grassi e ghignanti lo fissa con disprezzo. Poi vede l’affare della sagoma accendersi sulla punta e capisce in quel momento, anche per i secchi suoni sventagliati, che nella mascheratura il protagonista è un mitra vero. Dunque, il suo sogno non aveva mentito, perché ha già vissuto, poche ore prima, quell’evento. Allora, mentre i passeggeri urlano in un coro concitato e non armonioso, si getta a terra, per venire subito coperto da una vecchia che geme. E in un attimo sente il sangue della donna colargli addosso e qualcosa di caldo e liquido che non è sangue lo bagna copioso. Piscio, è piscio, sì. La vecchia che continua a lamentarsi, ma con toni sempre più flebili, gli pesa molto, e preme contro il collo. Ma tutto ciò non lo irrita in quanto gli ricorda sua madre nelle ultime movenze drammatiche. La madre nell’agonia interminabile, con il padre impaziente di liberarsene. Che brutta famiglia, la sua! Qualcuno, sì, gli sta spezzando il collo. Intanto, la sagoma continua a sparare e a puntare per giustizia in tutte le direzioni, come un’assordante girandola. Due studentesse ansanti con un’espressione di terrore gli strisciano vicino, per poi bloccarsi all’unisono, non appena colpite. La faccia di quella più bella diviene immediatamente una forma orribile, quasi si sciogliessero i lineamenti. E proprio in quell’istante avverte un dolore atroce al ginocchio. Sì, sì, c’è un coltello che gli sta frugando dentro.
Ma l’autobus non si ferma, dato che quella figura abbagliante ha intimato qualcosa all’autista, evidentemente, e non fa più fermate. Non si capisce chi sia il terrorista, se arabo, o africano, o di paesi più esotici, o bianco. La maschera in effetti copre ogni identità, e lui prega Dio, non lo faceva da una vita, lo supplica di salvarlo. Non vuole morire e promette che si riprenderà in casa Maria Sole, e che non venderà più i suoi gioielli. Rumina, tra sé, nel piscio della vecchia che gli sta rovinando il barbour nuovo, e il sangue del suo ginocchio, sul reato della donna. Fin dall’inizio della loro ‘storia’ si erano promessi di dirsi tutto, senza pudori. Questa era la qualità del loro rapporto, una brutale sincerità. Lui però le celava le sue fantasticherie adultere, e soprattutto il fatto di venire ormai sentendosi tra le braccia la portinaia del Condominio che gli sorrideva con un calore contagioso e lo chiamava per nome e aveva calzettoni abbassati su gambe muscolose d’uomo. In cambio, Maria Sole aveva incominciato a confidargli con gusto della bella amicizia nata a scuola con un povero collega infelice, sì, un tale Ernesto, un giovane maestrino abbandonato dalla moglie che l’aveva piantato in asso con una bambina poliomielitica che si portava dietro a fatica in carrozzella, Deborah, con acca, un amore di creatura, intelligentissima, che lui sentisse. Ebbene, una domenica se li era, quei due là, visti entrare nell’appartamento. Sorpresaaaa e Ernesto recava in mano un mazzo di margherite gialle. Maria Sole era sfolgorante, come nel giorno del Todaro, e aveva preparato una caponata memorabile, e fatto il tiramisù con solo un poco di caffè tenendo conto di Deborah. L’uomo, o meglio il ragazzo, poco più che trentenne, era pelosissimo, uno scimmione, tutto barba e baffi, e capelli dappertutto, retti da un codino californiano, come aveva precisato con baldanza. Portava allegria e luce, Maria Sole aveva poi commentato, una volta che quella coppia se n’era andata, avendo sbafato quasi fossero digiuni da una settimana. E dai e dai e dai, giorno dopo giorno, lei gli parlava della bravura di questo Ernesto, e dei comuni progetti di didattica alternativa, e che lui, cgiellino da sempre, poteva anche ipotizzare qualche fusione tra i due mondi, non solo in termini sindacali. Perché no?, lui aveva ribattuto ruttando con disgusto. Ma il giorno prima, prima di trovarsi nell’autobus col matto di Halloween che lo stava uccidendo, lei era rientrata tutta accesa nelle guance. Si era seduta in cucina, ancora col cappotto liso addosso, e gli aveva sciorinato di essere stanca di andare a letto con le due bottiglie d’acqua calda che lui si divertiva tanto a preparare. Perché lei non provava più niente in quel loro triste “talamo”, e aveva solo quarantotto anni, era una donna nel pieno delle sue, eh eh sì, si erano baciarti a lungo, nella calletta dietro la scuola elementare, a Castello, da qui il ritardo del rientro. Si erano fermati al bacio, che le aveva mosso dentro sensazioni squisite, ma lei sapeva che. E scuoteva con rabbia la testa, e gli garantiva di volergli sempre bene, e tanto. Sì, sì, inutile che lui si provasse però a fermarla, dicendole che Ernesto poteva essergli figlio per la differenza d’età. A parti rovesciate, la gente si sarebbe complimentata. Così va il ondo, o no? Lui si era alzato di scatto e l’aveva afferrata con fastidio prima, e con odio poi. Ma se esce vivo da questa strage, giura, giura che saprà comprendere, e che se la riprenderà in casa, e che tollererà quel capriccio, finché dura. E Maria Sole scoprirà in lui “anonimo” un grande cuore e se ne innamorerà, o sìììììì. Il dolore al ginocchio, terribile un secondo prima, cessa all’improvviso. Lui sente una mano aggressiva che lo sta scuotendo. Ma non è la maschera folle di Scream a farlo. No, è il conducente dall’accento pesantemente veneto che lo invita a svegliarsi. L’ha lasciato dormire, non sapendo dov’era diretto, ma “al presente” (strana formula usata dal conducente) sono al capolinea. E infatti scendendo con un forte dolore alla testa scopre il verde della campagna intorno, dappertutto. Avrebbe voglia di gironzolare in quella verzura da vacanze, ma mette la mano nella tasca interna del cappotto. Sì, il sacchetto c’è ancora. Quando la prossima corsa per tornare a Corso del Popolo? No, prima di Venezia deve passare assolutamente a Mestre, chiarisce tirando su con il naso all’autista esasperato.
La fotografia accanto al titolo è di Roberto Cavallini.