Flavio Fusi
Cronache infedeli

I custodi della democrazia

C'è un filo che lega le vittorie di Lula in Brasile e degli studenti in Serbia: è il filo della democrazia, fatta di scelte, di responsabilità e soprattutto (di questi tempi) di resistenza...

Nella mia modesta esperienza di elettore della sinistra, il risveglio del giorno dopo le urne – l’alba della verità – è sempre stato amaro. Così mi preparavo a un amarissimo risveglio dopo la notte brasiliana dove un miserabile personaggio, figlio di malviventi e servo dei ricchi, stava appunto massacrando – ancora una volta con il voto dei poveri e poverissimi – la stropicciata icona della sinistra di un intero continente. Avrei intitolato la mia cronaca: “Il lamento di Ignazio”, laddove Garcia Lorca piange l’amico atterrato dal toro nella polvere e nel fango con queste definitive parole: “di’ alla luna che venga, che non voglio vedere il sangue di Ignazio sull’arena…”.

E invece, sorpresa! dieci milioni di elettori, un intero esercito di liberazione, si sono svegliati dal letargo e hanno dato la vittoria sul filo di lana a Luiz Inàcio (Ignazio) da Silva, detto 0’lula, il calamaro: 81 anni scritti nel corpo – un corpo smagrito che balla dentro il vestito da cerimonia, la testa rinsecchita, due occhi spalancati a illuminare il volto scarnificato. Guardatelo: questo vecchio conquista il quarto mandato presidenziale alla testa di un paese-monstre, un mostro di Paese che da generazioni ama massacrare i suoi poveri idoli.

Altri, studiosi e analisti della società e dei flussi elettorali, avranno abbondante materia di studio per interpretare questo ruzzolone delle previsioni di voto e della logica politica. Per quanto mi riguarda, posso solo esibire una medaglia conquistata sul campo del modesto mestiere di cronista: ero con Lula, ero al fianco di Lula nella grande festa di popolo del suo primo trionfo elettorale. C’ero anche io – su quel palco, stretto insieme a molti altri – nella straordinaria giornata del 27 ottobre del 2002, mentre sotto di noi sfilava la gente di San Paolo, un fiume di popolo, una festa di quelle che solo i brasiliani sanno animare, l’affresco di un avvenire non ancora scritto: in breve, la liberazione.

E strinsi la mano – la mano con cinque dita, non quella sinistra, priva dell’intero mignolo – di quel figlio del popolo, metalmeccanico e sindacalista indomito, sconfitto mille volte e mille volte capace di rialzarsi. Lula il calamaro mi apparve, in quella storica giornata di ventiquattro anni fa, come un uomo poderoso riccioluto e tosto che portava un verbo nuovo: un leader capace di parlare di povertà e di lavoro, di fame e di campagne desolate, di riscatto di donne e uomini, di diritto alla scuola e di diritto al pranzo e alla cena per milioni di famiglie.

Ventiquattro anni fa Lula fu la speranza di un paese e di un continente. Certo, il tempo passa, il campione diventa presidente due volte, poi conosce di nuovo la sconfitta, conosce la vergogna delle inchieste penali, sopporta addirittura l’umiliazione del carcere. La politica è una bestia feroce, a quelle latitudini. Lula conosce tutto questo, lungo un tempo che è inesorabile: l’uomo invecchia, esce di scena e poi ritorna. Vince ancora, cambia politica e alleati, commette errori, ed è solo: non ha saputo costruire un campo di valori e di eredi che possano sostituirlo e continuare la sua battaglia.

Oggi l’anziano cronista guarda sugli schermi televisivi questo piccolo vecchio con gli occhi lucidi e la mano sinistra alzata a mostrare le quattro dita superstiti. Guarda con spavento – si può dire? – alle prove micidiali che lo attendono, in questa palude infestata di alligatori che è diventata la politica cosmica ai tempi di Trump e dei dittatori assetati di sangue. Ma riconosce infine in questo combattente della democrazia la vecchia scintilla che non si è spenta: la promessa di un futuro.

In questo autunno del 2026 il risveglio del giorno dopo porta inaspettata un’altra lieta sorpresa: a Belgrado, migliaia di chilometri lontano da San Paolo e Rio de Janeiro, i giovani serbi hanno vinto le loro elezioni: un movimento tumultuoso e spontaneo si è riversato nel voto delle urne e ha mandato a casa un presidente corrotto e una casta politica che ha ridotto alla bancarotta il paese.

Straordinaria notizia: il vecchio cronista ha un debito di riconoscenza verso la bella gioventù della Serbia. Li ha conosciuti, questi ragazzi, sugli ampi viali di Belgrado o davanti al grande fiume che attraversa Novi Sad. Alla fine degli anni Novanta furono propri i giovani – riuniti nel movimento Otpor! –  ad animare la mobilitazione popolare che portò alla caduta del dittatore Milosevic. Otpor in serbo significa “resistenza”, e il suo simbolo era un pugno nero stilizzato. In quegli anni, in quei mesi, il pugno di Otpor! fu in testa ad ogni manifestazione e ogni atto di disobbedienza. Fu questa gioventù coraggiosa a piegare il regime attraverso la protesta non violenta, il coraggio in strada, la satira politica e la mobilitazione continua.

Le ragazze e i ragazzi di Belgrado riempivano le piazze e bloccavano le autostrade, sfidavano la repressione e si prendevano le manganellate della polizia, conobbero la tortura e il carcere, il dileggio e le minacce dei servi armati di un regime al tramonto. Cadde infine Slobodan Milosevic, nell’ottobre nel 2000, e la festa per la sua fine fu soprattutto la festa della gioventù di Belgrado, di Novi Sad, di Pancevo, di Pozarevac.  Così i figli di quei giovani festeggiano oggi la caduta di un presidente e di un regime corrotto. Il futuro, si vedrà.

Il mondo è vasto: gli elettori del Nordeste brasiliano che hanno portato Lula alla vittoria forse non immaginano nemmeno l’esistenza della lontana Serbia, e i giovani serbi che con il voto hanno cacciato il presidente Vucic, del Brasile conoscono probabilmente solo i racconti esotici sulla selva amazzonica o le cronache della movida di Rio de Janeiro. Nelle stesse ore a San Paolo ha vinto un vecchio nonno, a Belgrado ha vinto la gioventù. Nulla potrebbe essere più diverso, eppure c’è un filo sottile ma robusto che lega avvenimenti tanto distanti e tanto diversi, e che legherà – nelle prossime settimane – altri passaggi fondamentali dell’epoca che abbiamo la ventura di vivere: dalle elezioni in Israele al voto di Midterm negli Stati Uniti.

Si vota: c’è un’urna, c’è una donna o un uomo che lascia la sua scheda nell’urna, che scrive un nome o traccia una croce, che spinge un pulsante, che invia una lettera: grado zero della democrazia.   C’è – alla fine e all’inizio – una scelta libera. Oggi – riconosciamolo – la democrazia non va molto di moda. Dove c’è da troppo tempo i vecchi l’hanno in uggia e i giovani la contestano, spesso giustamente. Siamo tutti stanchi- ammettiamolo- di burocrazia e lungaggini, di ipocrisia e ingiustizie: di dover ricominciare ogni volta daccapo.   Vedi come fanno presto in Cina? Vedi come si decide subito in Russia, dove il presidente è presidente da quasi trenta anni? Vecchi maestri di rivoluzione, trasformati in apprendisti stregoni, soppesano pensosi i vantaggi di una autocrazia. Suggerisce, l’antico Massino D’Alema: “I paesi dove c’è ancora una politica forte, magari non democratica, ma forte, sono anche più efficaci nella competizione economica”.  La democrazia è così servita: si accomodi pure alla porta.

Eppure, eppure. Nel remoto immaginario russo, non quello atrocemente  guerresco di oggi, nella tradizione russa che amo c’è un personaggio straordinario. Si chiama Domovoj ed è un folletto, uno spirito benigno che vigila su ogni casa, protegge ogni focolare. Nella vecchia isba abita dietro la stufa, nei poveri appartamenti delle città depredate si nasconde in qualche angolo buio, nei sottoscala, dietro le travi del soffitto. È un vecchietto minuscolo, porta la barba: un mugiko, si sarebbe detto una volta. Un protettore disarmato.

Così, nelle nostre stanche e rovinate democrazie amo pensare che esista – per ognuna di esse – un moderno domovoj, un pacifico spirito protettore che vigila, che molto si arrabbia e spesso piange. Ma esiste, resiste. E lo abbiamo visto ieri, con la vittoria inaspettata e benedetta di Lula, il calamaro. Lo abbiamo intravisto nel trionfo imprevisto dei giovani serbi: lo spirito   della democrazia. “Noi ad Atene, facciamo così”, diceva semplicemente l’antico Pericle. Il futuro, si vedrà.

Facebooktwitterlinkedin