Silvia Zoppi Garampi
La scomparsa dello scrittore

Il lavorìo del poeta

Ritratto di Gianni Zampi, un poeta per il quale la parola era il miglior rifugio possibile dall'inquietudine di vivere

Venerdì scorso ci ha lasciato il poeta Gianni Zampi. Era nato tra Arezzo e Siena «al margine delle cosiddette “crete senesi”» nel 1952. Dopo gli studi a Firenze con Piero Bigongiari, ha dedicato la vita professionale all’insegnamento delle materie letterarie nella scuola media di Arezzo.

La sua raccolta d’esordio è uscita nel 2013 con il titolo Qui è sempre inverno, per Pequod di Ancona, la sua ricerca poetica risale però a molti anni prima. Va ricordata in primo luogo l’esperienza di «Titus – quaderni di poesia» (1984-92), rivista ideata con Ivan Francesco Piccioni; in una intervista del 2017 di Pasquale Di Palmo, su queste pagine, Zampi ne ripercorreva l’avventura: «Sentivamo forte la necessità di leggere, di scrivere, di parlare di poesia. Allora erano attivi grandi poeti e nuove figure importanti si stavano delineando, altre, invece, e non necessariamente di ultima generazione, stentavano a farsi ascoltare. L’intento era quello di offrire loro, soprattutto ai poco ascoltati, ma per noi significativi, un habitat adeguato: la carta quindi doveva essere di buona qualità. A scorrere gli indici dei quaderni di “Titus”, emerge, mi sembra, un punto di vista interessante sulla poesia di quegli anni. Ecco alcuni nomi: Piero Bigongiari, David Bottoms, Tiziano Broggiato, Nadia Campana, Bartolo Cattafi, Alessandro Ceni, Milo de Angelis, Luciano Erba, Fabrizio Barbagli, Mauro Pisini, Pier Massimo Forni, Edmond Jabès, Sara Kirsh, Michael Krüger, Franco Loi che introduce Giulio Trasanna, Felice Fischietti, Filippo Nibbi, Valerio Magrelli, Francis Ponge, Roberto Roversi, Lucio Saffaro, Giovanna Sicari, Stefano Simoncelli, Giampiero Neri, Manlio Sgalambro…». Nello stesso decennio e nei successivi, Zampi ha preso parte a letture pubbliche e convegni presso università, istituzioni culturali e caffè letterari.

Nel 2019 arriva per i tipi di Effigie la seconda raccolta di poesie I presupposti del disabitare, presentata a Roma all’interno della manifestazione “Ritratti di poesia” promossa dalla Fondazione Roma.

I versi che Zampi ci lascia meritano, piuttosto dovrebbero essere letti da ognuno che interessato alla poesia non ha avuto l’occasione di conoscerli. Come indica il titolo del primo libro, i paesaggi sono spesso freddi, invernali, colti in “postazioni fisse in quota”, e alludono a un’esistenza marginale, esposta alle intemperie della storia. «Zampi parte spesso nelle sue poesie da una “circostanziale” apparizione, o precisa messa a fuoco di un oggetto, su cui poi ricama tutta una serie di induzioni e digressioni tendenti a ricostruire, a drappeggiare, a travalicare gli effetti trascendenti quella visione iniziale» (Luigi Fontanella). Mentre la mente ricorda e l’occhio osserva con sguardo fotografico, la parola cerca di ordinare, di cogliere le sfumature, ma a un certo punto sembra arrendersi, addirittura balbettare, registra uno spaesamento destinato ad aumentare nelle poesie più recenti. Proprio “disabitare” è il verbo che esprime, senza denunciare, l’allontanamento dell’uomo dai suoi riferimenti autentici, attore e vittima della nostra società attuale; una dimensione di paura cosciente di fronte al caos contemporaneo.

La lingua appare il rifugio accettabile e militante rispetto a un disagio che si fa permanente: Zampi nella sua produzione alterna prose poetiche a poesie in versi liberi, predilige gli endecasillabi, nei quali la punteggiatura è quasi assente, sorretti da una lingua piana, ricercata, asciutta, toscana ‒ che agli aggettivi preferisce gli avverbi.  In una bella recensione alla prima raccolta del 2013, Matteo Fantuzzi (1979-2026) scriveva: «un profondo racconto poetico, segno di un’evoluzione del linguaggio letterario a cui assistiamo in maniera sempre più pressante, come se l’estremismo lirico avesse davvero ceduto il passo alle impellenze, come se l’avanguardia non fosse in grado di soddisfare col proprio essere sterile e fine a se stessa. Sono le cose dirette oggi ad essere importanti: quello che dicono autori come ad esempio proprio Gianni Zampi»

C’è da credere che dal 2019 il percorso poetico di Zampi sia continuato secondo i suoi tempi lunghi e dubbiosi; nella citata intervista a Di Palmo riconosceva: «Se scrivere poesie, o almeno tentare di scrivere poesie, è questione che comporta gran lavorio e dispendio di energie al limite della sopportazione, ordinarle in un libro dà il capogiro. È come disegnare la mappa di un territorio che non si sa nemmeno se abbia diritto a esistere. Decisivo, comunque, in questa fase, è stato l’aiuto di Patrizia Lischi, studiosa di arte settecentesca e dotata di molta pazienza. Ha coperto con carta da pacchi un’intera parete della nostra abitazione e poi, per mesi, usando spilli da sarta, vi ha attaccato tutto quanto riusciva a recuperare. A parte le cose, poche, già stampate, sono tornate in essere scritture più o meno dimenticate. Alla fine davanti ai nostri occhi si è delineato un paesaggio plausibile: quello, appunto, di Qui è sempre inverno».

Un’eredità che oggi chiede di essere nuovamente raccolta e valorizzata.


Bibliografia: Matteo Fantuzzi, La bassa stagione che guarda in poesia. “Qui è sempre inverno” l’opera prima dell’aretino Gianni Zampi, con lo sguardo del reportage, «La Voce di Romagna» (?), 2013.
Pasquale Di Palmo, Paesaggio plausibile. La voce del poeta Gianni Zampi, «Succedeoggi», settembre 2017.
Luigi Fontanella, Raccontare la poesia (1970-2020). Saggi, ricordi, testimonianza critiche, Bergamo, Moretti & Vitali, 2021, pp. 731-733.

Brennero
Ora stai fresco – qui leggo i fondi del caffè
e vedo che nel fondo dell’anima tua corrono
gli autotreni – ti telefono dal Brennero
da una postazione fissa in quota, dove
l’habitat è disabitato e anche se non si usa più
ti telefono lo stesso con le monete da duecento
che mi sfondano le tasche – ti telefono
archeologicamente, e c’è pure un certo
rischio: sono qui uomini in tuta coi picconi
e sfondano il terreno intorno – ti telefono
nel tremolio del filo, nella tempesta di colpi
alla comunicazione – nei fondi del caffè
vedo la postazione trascinata al museo
della frontiera e le monete che precipitano
costanti: parlare costa, ho ragione?
Ma è l’aria di quassù che più mi colpisce
l’aria che trascolora e si flette, che
mi sembra stanchissima. Allora lancerò
lontano la schifezza dei fondi del caffè
e dell’anima che se c’è batte un colpo –
stai tranquillo, ti dico: al chilometro zero
sono io il museo.

Alla fine
Il mondo gli rimbalzava, se possibile,
sulle terminazioni nervose nel moto
continuo di minuscole particelle –
soffiavano nell’atmosfera cerebrale
pensieri ferro-compatti. Diceva
eccomi, il mondo.

da «Qui è sempre inverno»

Exeunte 1
Quella casa ha dimenticato la propria soglia. Gira intorno a se stessa.
Una volta, forse anche due, ho ascoltato nell’estivo silenzio del palazzo il pianto di un infante americano.
Un infante è per definizione uno che non parla e allora
come so che il pianto era un pianto americano?
So dei genitori, e la casa ne era orgogliosa.

Pensi alla soglia come a qualcosa che è solo entrata.
Questo pensiero non è del tutto condivisibile. La soglia è tanto soglia per il dentro che per il fuori. Lo sanno tutti.
Gli americani, per esempio, ne sono usciti.

da «I presupposti del disabitare»

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