Gian Giacomo Della Porta
“Il Canto della luna”

Rito e rinascita

Un piccolo libro molto suggestivo lega la scrittrice Paola Capriolo all’artista Teresa Maresca, intorno all’astro ancestrale che da sempre regola le nostre esistenze. Parola e immagine nel segno dei sette lieder di Gustav Mahler del “Canto della terra” e di Kafka

Paolo Capriolo, nota per le sue traduzioni dal tedesco di autori come Goethe, Kafka, Kleist e Thomas Mann, vincitrice del Premio Berto per l’opera La Grande Eulalia, dei Premi Rapallo e Selezione Campiello per Il Nocchiero e del Grinzane Cavour per Il Doppio Regno, è l’autrice de Il Canto della luna (Bibliotheka Edizioni, 2026), libro scritto a quattro mani con l’artista e scrittrice Teresa Maresca, pittrice figurativa e visionaria tra le più apprezzate e originali in Italia, in procinto di inaugurare il 19 novembre prossimo, presso la Fabbrica del Vapore di Milano, la mostra personale “Stars&Bones”, manifesto di un’artista che guarda al cielo e alla terra in quanto strumenti per indagare il grande puzzle della memoria collettiva.

Il Canto della luna è un testo che unisce letteratura, pittura e musica nel lavoro di rivisitazione di uno dei grandi capolavori della musica novecentesca, il ciclo di lieder, risalente al 1908, Il Canto della Terra, del compositore austriaco Gustav Mahler (1860-1911). Nell’autunno del 1907 fu pubblicata in Germania l’antologia Il flauto cinese, contenente un centinaio di liriche di autori compresi tra il XII secolo a.C. e la contemporaneità. Sette di quelle poesie, per la maggior parte scritte da Li Po, il grande poeta cinese della Dinastia Tang, annegato, secondo la leggenda, nell’intento di abbracciare la luna riflessa sull’acqua (consigliata, a riguardo, la lettura della raccolta La clessidra di bambù, pubblicata da Bibliotheka Edizioni e curata dal poeta Roberto Mussapi, ispirarono Gustav Mahler per la sua composizione de I Canti della Terra, scritta sulle Dolomiti tre anni prima della sua morte, avvenuta nel 1911.

Il libro intreccia, quindi, le parti vocali della Sinfonia mahleriana, proposte nella traduzione di Paola Capriolo con testo originale a fronte, alla poetica per immagini di Teresa Maresca, andando così a creare una percezione stratificata dell’opera che l’arte, quando nasce da una vera ispirazione, consente attraverso le sue molteplici connessioni. Un lavoro straordinario, quello delle autrici Capriolo e Maresca, unite nell’armonia di quel simbolo lunare che per Franz Kafka – di cui Paola Capriolo è certamente fra le più importanti traduttrici italiane – rappresentava una sorta di sguardo esterno sulla realtà (evocativo il chiaro di luna che sembra osservare dall’alto, quasi con indifferenza, il destino umano identificato nell’esecuzione di K. ne Il processo) e anche una metafora della scrittura, se si pensa all’azione del «trasferirsi sulla luna» che Kafka utilizza per definire la dimensione attraverso la quale lo scrittore intende astrarsi dalla realtà terrena. Il nobile disincanto novecentesco di un grande autore occidentale che, con estrema bravura, cerca di evitare la frattura tra la spiritualità celeste e le materiali vicende terrene, tra l’influsso lunare e il destino umano: Kafka, forse meglio di tutti, pur mantenendo nella sua opera la freddezza e l’ambiguità della luna di fronte al canto e all’adorazione, non si disfa mai veramente del senso rituale, colmo di mistero, che porta l’uomo ad alzare gli occhi al cielo e a dialogare con la luna e le stelle che la circondano, quasi fosse l’ultima speranza, per tutto ciò che è sacro, di non abdicare definitivamente dalla storia dell’Occidente.

Il Canto della luna l’ho visto nascere, ho seguito le sue fasi precedenti la pubblicazione grazie all’amica Teresa Maresca, che mi ha reso partecipe e spettatore delle opere meravigliose che ha creato, e che oggi si possono ammirare nel libro. Penso sinceramente che il suo lavoro artistico sia fra i più “alti” della contemporaneità, un’indagine attuale, intensamente poetica e verticale, poiché guarda spiritualmente e tecnicamente agli strati più profondi della terra quanto in maniera visionaria, scientifica e sognante al cielo e allo spazio infinito. Vi è qualcosa di estremamente affascinante nella sua arte figurativa, che non saprei definire in altro modo se non in quanto evocazione di uno spazio volto a perpetuare un rito sospeso tra Terra e Cielo, una danza cromatica e difensiva contro il caos delle narrazioni geopolitiche opprimenti dei nostri giorni, a cui l’artista risponde con l’ordine cosmico di un’anima che da soggettiva muta in collettiva, connettendo il mondo materiale a quello dello spirito attraverso la calma prevedibile delle fasi lunari, dei cicli del sole e delle stagioni.

Cantare alla luna, quindi, non rappresenta soltanto un gesto umano che la memoria ha inciso nell’istinto, ma una dichiarazione di resistenza emotiva, carnale, un augurio di rinascita come rito finale di una nuova aurora. Un canto a vuoto, forse, che ci spoglia dalla velenosa logica utilitaristica, riconnettendoci a una dimensione ancestrale privata di ogni maschera.

Nell’immagine vicina al titolo, Gazza, dal mondo fluttuante di Teresa Maresca

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