Una storia di vita e giardinaggio
Germogli
«Questa sera, al contrario del solito, Matteo rientra con uno sguardo acceso e la guarda in faccia sorridendo. Cosa può essere mai successo? Appoggiandosi sul girello, arriva la suocera che occupa il solito posto vicino al radiatore, e mostra di avere appetito...»
Entra sospirando nel suo giardinetto, purtroppo esposto alla vista dei passanti. Le siepi di gelsomini, infatti, non sono sufficienti a coprire l’ampia cancellata che completa il muretto di cinta. Qui, lei ama operare talee, ossia mettere germogli, rilanciare vita, grazie ad accurati innesti di rametti da una pianta in un terreno diverso. Così il coleo con le foglie nobilmente violacee, altre ramate, ma dal bordo sempre dorato, o il pelargonio, moltiplicato in tanti doppioni a spargere intorno l’aroma di limone che si spande. Sono creature sue, come in salottino la sontuosa beniamina e la piccola Sansevieria che alza lamelle, sciabole aguzze, simili a fiamme verdi. Ogni mattina, le controlla a lungo, le tasta delicatamente, ne assapora la docilità obbediente e soprattutto il silenzio. Con caraffe versa piano piano acqua quando necessario. Sono buone le piante, inermi e a loro modo riconoscenti. Non offendono mai. Spesso, ama inquadrare le persone amate in mezzo al verde di quel fazzoletto di terra. Diventano più belle, in quella cornice.
Con il figlio Vladi, non è possibile farlo. Lontani i tempi in cui assieme al marito Matteo lo portavano sulla Sanpierota per la festa del Redentore, e c’erano pure i quattro nonni, a vedere i fuochi. E il piccolo le si stringeva addosso, strillando felice, ad agni arrivo di onde minacciose. Non si abbracciano più da parecchi anni. Le si sottrae con caparbietà. Due mesi fa, non ha voluto assolutamente le quindici candeline per festeggiare il nuovo compleanno, né regali di sorta. Basta con quelle sciocchezze! Sì, il ragazzo è una spina nel cuore suo e del padre. Rientra in casa, badando bene a non fare rumore. Guai infatti se lo sveglia. Sono solo le sei del mattino, ma alle sette dovrà pure alzarsi per andare a scuola. Matteo invece si leva ogni mattina alle quattro, con il buio che fa paura, prende la barca ormeggiata due fondamenta vicine, e va con il cugino Marco, che lo raggiunge a Rialto, sino al Tronchetto a procurarsi la mercanzia. Una fatica cui si è abituato. Il fisico, allenato dal rugby esercitato da giovane a Padova, regge per ora a tanta fatica. Lei poi, verso le otto, raggiungerà il marito in negozio, dopo aver avviato pranzo e cena. La suocera, la minuscola Alda, un tempo granitica protagonista nel negozio, esperta nella scelta degli ortaggi più convenienti a Sant’Erasmo e unica nel saperli vendere a prezzi maggiorati. Ma adesso Alda ha perso in pratica l’uso delle gambe, per una forma “neurologica degenerativa”, secondo la sentenza del giovane medico di base, e se ne resta in poltrona, davanti al televisore, salvo spostarsi con il girello in bagno e in cucina. La vecchia, solo pochi anni fa, giocava con il piccolo Vladi a carte, nei pomeriggi pieni di armonia, quando era ancora vivo il nonno, Gianni, tanto autorevole, nonostante il cuore acciaccato. E Alda rappresentava la parte dolce della coppia per cui il bambino amava rifugiarsi vicino alle sue larghe sottane. Da tempo, Vladi non parla più con loro. Se ne resta barricato in un mutismo ostile. A scuola, ovviamente, un disastro. L’avevano mandato all’inizio al liceo classico, per l’ambizione folle di Matteo, poi al linguistico, infine all’alberghiero Barbarigo. Ma la dirigente pochi giorni fa l’ha convocata e umiliata chiedendole se avesse usufruito negli anni precedenti di insegnanti di sostegno. Le ha consigliato a questo punto di farlo vedere a uno psicologo. E la informa, sconvolgendola, che il numero delle assenze è cresciuto in modo “esponenziale” (ripete la parola compiaciuta) nell’ultimo mese. Di fatto, non viene da un mese, per questo la Signora che esibiva un foulard imbevuto da un profumo aggressivo si è permessa di importunarla.
Si tratta di fasi, però, si prova a consolarla in quanto gli adolescenti sono in fondo dei germogli che poi si assestano quando trovano la loro terra. “Lo dico a lei che è fruttivendola, se non sbaglio”. Si sporge dal tavolo, e l’odore che manda è insopportabile. “Il ragazzo poi è tanto cresciuto. Molto più alto di voi, mi ricordo suo marito all’incontro con i genitori del primo anno. Quasi un metro e ottanta, e mi sa che non si ferma. Ma, scusi, è figlio vostro? Cioè, non è che l’avete magari adottato? Che viene dall’Est?”. Lei si alza indignata, e lotta per controllarsi. Le spiega che il nome viene da suo padre infermiere, mancato per un tumore al fegato mentre lei era incinta. E sua mamma l’aveva seguito pochi giorni dopo. Un doppio funerale. Sì, quella nascita è avvenuta sotto il segno del dolore. Ringrazia la dirigente e si avvia alla porta. Ha dovuto promettere che il figlio, se non cambia radicalmente, verrà ritirato. Il ragazzo infatti esercita una strana influenza negativa con i compagni. Non parla mai con loro, le risulta, eppure con tutte quelle assenze e con la sua “bruscaggine” la Preside sa che piace, specie alle ragazze. Così non si può andare avanti. Lei esce dalla Scuola e fa in tempo a leggersi il titolo della stessa, Istituto Professionale Enogastronomia e Ospitalità Alberghiera e Servizi Culturali e dello Spettacolo. Tanti nomi, tante funzioni, tante illusioni. E per contro il silenzio rabbioso di Vladi. I due mondi non potevano intendersi. Matteo ha perso i capelli, da tanto che si tormenta dietro all’abulia intimidatoria del ragazzo. Un testone gli è venuto fuori, che sembra un po’ Mussolini, lui che è sindacalista ella CGIL e vota a sinistra, come il padre e il nonno del resto, tutti fruttivendoli, tutti in quel negozio. Ha smesso di picchiarlo, anche perché tanto più alto, e ai accontenta di togliergli le chiavi dalla camera da letto. Eppure nessuno osa più irrompere come facevano in passato. Da anni, tutti bussano con tremore a quella porta.
Per strada, accelera, in quanto è in ritardo e deve raggiungere Matteo al negozio. Per fortuna, la scuola è vicina. La vetrina di una macelleria le rimanda l’immagine di una donna stanca, con i capelli arruffati, i tanti ricci in disordine (deve tagliarli quanto prima), il profilo teso. Sta imbruttendo, già. Fra poco arriva a mezzo secolo, anche lei, ma intanto Matteo continua a invecchiare, senza aspettarla. E da quando ha una disfunzione tiroidea, anche quella collegata agli affanni per Vladi, a letto non funziona più come una volta. Ah, le prime tumultuose notti quando si erano conosciuti una sera nella spiaggia di Iesolo! Sì, lei aveva assaporato cosa significava avere il corpo di uomo sopra e dentro di lei, un momento di svolta in un’esistenza prima “insulsa”. Le grandi mani di lui che la toccavano dappertutto, sul petto e tra le gambe. E sul ventre, sìììì, ancoraaaa sul ventre, da farla gridare senza pudore. L’ultima volta che ci aveva provato, qualche settimana fa, senza gemiti da parte di nessuno dei due, taciturni pur nei movimenti convulsi, le aveva confessato di non essere “venuto”, e di aver finto. Orribile, per lei, Mattea ammetteva livido, ma era sconsigliato ricorrere a pillole blu a causa del padre crepato di cuore. Anche quell’infortunio era legato a Vladi. “Maledetto”, aveva sussurrato con le lagrime agli occhi, furioso con se stesso per parole simili. Davanti a un supermercato affollato di gente scorge la pancia di Ennio, il gestore o proprietario (le era difficile distinguere) che sembra scoppiare sotto il completo scuro, con cravatta e un loden verde spalancato. Il barbone e i capelli tenuti su da un buffo chignon. Ennio, che era un oscuro fruttivendolo invidioso della bravura di Matteo, era salito in maniera misteriosa, tanto da rilevare quel discount, da togliere alla bella moglie Elena il mestiere di estetista, di “ea netaunghie”, come la definiva in dialetto e con disprezzo sua suocera, e da mettere il figlio Nanni in un college svizzero. E pare che il supermercato s’espanda e si raddoppi presto.
Tutto va troppo bene per loro. Non è giusto, ma si sa, la vita è così. Grandi progetti, declamati a tutta la zona di Castello, per il figlio, dunque, coetaneo di Nanni, ma tutto diverso, socievole, inseguito da amici e di ragazze. Elena, gli occhi verdi di Liz Taylor, diceva sua madre affittacamere, abitava come lei a Burano quand’erano bambine. Si confidavano tutto. Poi crescendo, lei ha tentato di entrare in ospedale, su pressione del padre appunto infermiere, tra stages noiosi, da cui è fuggita per fare la commessa nel negozio del babbo di Matteo, mentre Elena ha studiato da estetista. Ma, sposandosi, entrambe si sono allontanate l’una dall’altra, non appena il successo di Nanni, da lei collegato in qualche modo alla mafia o alla massoneria, aveva sancito le distanze sociali tra le due famiglie. Anche il piccolo appartamento di Sant’Elena, pur dotato di ogni conforto, con i suoi novantaquattro metri calpestabili, e il giardinetto di ventidue, ci dormivano in quattro là dentro, con un bagno solo ahinoi, era nulla se confrontato con la villa di due piani al Lido, fornita di terrazza con vista sulla laguna. Di recente, si erano scambiate due chiacchiere gelide in vaporetto. Elena elegante nel suo piumone blu con cuffia intonata ripeteva “college” di continuo con la bocca socchiusa a favorire la pronuncia del termine, quasi avesse un diploma alla British Council, mentre lei mormorava tra sé le verdure da portare a casa per il minestrone settimanale. Alla fine, irritata dal suo disinteresse verso i programmi del liceo sperimentale svizzero, l’amica le aveva chiesto brutalmente se il “povero” Vladi era stato anche bocciato o se aveva solo cambiato scuola.
Non ha osato aggiornare Matteo sul colloquio desolante con la Dirigente né ha provato a convincere Vladi ad andare almeno qualche mattina a scuola. Lo lascia uscire non sapendo dove va. Ma meglio così che saperlo solo in casa con la vecchia dalle gambe immobili. Tanto nervoso e imprevedibile. La nonna Alda con tutti i regali fatti sottratti a una magra pensione. “L’ingratitudine umana è più grande ella misericordia di Dio”, il motto di sua madre. Cosa sarà di lui, quando loro due non ci saranno più o si ammaleranno? In verità, la solitudine di Vladi di recente si era incrinata. Aveva finalmente un amico, o qualcosa del genere. Ma la sua gioia era stata subito smorzata constatando che pure quest’ultimo non diceva una parola. In compenso era russo davvero, più grande di due, o tre anni, a sentire il figlio stranamente ciarliero per pochi secondi la prima sera che l’aveva introdotto in casa. Si era chiuso nella sua stanza con quel tipo, tutto un tatuaggio, anellini perforanti e ciondoloni dal naso e dalle orecchie, cerchietti finto argento all’indice e all’anulare delle mani, un pessimo rapporto con l’acqua. A un cenno sbrigativo, un semplice schiocco delle dita, approfittando del fatto che Matteo era ancora al negozio, le aveva ingiunto di consegnarle le chiavi. Avevano cosa importanti da discutere e non volevano essere interrotti, nemmeno con panini al prosciutto crudo, oppure con frittelle o dolcetti del genere. E lei ruminava tra sé, stava lavando cicoria e bieta al lavabo della cucina, se non stessero progettando un attentato, una strage, prima magari in famiglia, poi al Barbarigo. E come comunicano tra loro? L’inglese del figlio le sembra fragile. Comunque, costituiranno una baby gang, oppure verranno arruolati dai black bloks? Finiranno sui giornali, nel tg locale o addirittura nazionale, se i morti saranno tanti?
Che fine farebbe allora il glorioso negozio di frutta, antico di tre generazioni? Che lei arredava come il suo umile giardinetto? Lei che disponeva in una variopinta scenografia, tra le proteste del cugino, un inserviente e pertanto doveva tacere Pier Silvio, la merce esposta a seconda dei colori. Il rosa del radicchio di Gorizia, il verde squillante degli spinaci freschi, le serie delle cicorie e delle biete collocate vicino, la robustezza grigiastra o di tinta zafferano delle patate, i grandi fiori dei carciofi, seri come orgogliosi girasoli, e ancora il rosso o l’ocra dei pomodori, e il mite arancione dei mandarini, le montagne di arance, e di fronte, dall’altra parte, quello caparbio delle carote e il giallo dei limoni. Sulla sponda esterna dei primi banchi posizionava la compagnia fidata delle tante erbe, dei sedani, il bianco delle cipolle, o quello screziato delle scalogne. E dentro la ampia stanza del locale, sistemava le casse di mele croccanti, o pallide o fiammanti, tra colonnine ripiene di salatini che fronteggiavano scaffali colmi di uova bianca, dorata o scura, e fragole e mirtilli e avocado, e le varietà di pere generose, e gli ammassi splendenti di ananas e meloni di varia grandezza. E in un’urna con il loro bravo cellophane la vaschetta con i preziosi germogli, richiesti da insalate che si vogliono raffinate. Insomma, la sua era una vera arte di installazione, che avrebbe desiderato effettuare a sipario chiuso, non davanti agli sbrigativi clienti. Fra poco, sarà Natale, e via alle lampadine intermittenti sul tendone, ai fili bianchi e dorati disegnando nell’aria figure rassicuranti. Sì, caro Pier Silvio, sarà compito sempre suo inventare soluzioni di poca spesa, certo, ma commoventi. Quello che da anni non fa più a casa, niente albero, niente presepio, perché in quel clima non avrebbe senso. Già.
Questa sera, al contrario del solito, Matteo rientra con uno sguardo acceso e la guarda in faccia sorridendo. Cosa può essere mai successo? Appoggiandosi sul girello, arriva la suocera che occupa il solito posto vicino al radiatore, e mostra di avere appetito. Merito anche di Alda, se lei ha preparato con cura la peperonata e le polpette di carne, maiale misto a vitello, e tanto pomodoro intorno. La pentola calda viene appoggiata sul piedistallo di peltro. Ha messo la tovaglia bella, come a festeggiare qualcosa. Non sa cosa, ma nell’aria circola una gioia inspiegabile. Ha giocato al lotto per caso, Matteo? Vladi da parte sua ha gentilmente avvisato che non cena in casa. Non si capisce bene dove prenda i soldi ogni volta, ma non importa più ormai. E ha pure precisato con voce aspra che non stiano ad aspettarlo, perché farà tardi. Lei ha supplicato il marito di imporsi, di farsi restituire le chiavi, ma quello le ha stretto un braccio soffiandole esasperato, in modo da farsi sentire dal figlio, “Vuoi anche che dorma fuori?”. Matteo si versa un bicchiere dalla bottiglia di amarone, una di quelle che hanno in negozio e poi rallentando il tono per conferire fascino al discorso scandisce bene: “Da non crederci. Ennio, sì proprio Ennio, dopo tanto tempo che non si degnava, è passato in negozio. Piangeva come un bambino. Mi ha riferito che è in coma. Sì, proprio così. Insomma, non fare quella faccia. Nanni è in coma e non sanno se. In macchina, nella Maserati di un suo amico molto importante, un vip. A Mogliano, questa notte, sono andati a sbattere su un platano. L’auto ridotta un cartoccio. Pensa a quei due come stanno. Se va bene, se non, paralizzato per sempre. Capito? A me dispiace tanto, ovvio. Ci siamo abbracciati. Chiaro. Ma con tutte le arie che, e i soldi che. Mah. Io non dico altro”. Si versa sul piatto varie cucchiate di peperonata. Le sembra tornato più giovane in quel momento.
Lei lo osserva a lungo. Prova una grande pietà all’improvviso per il suo compagno, chino come una belva sul piatto. Nota sulla superficie lucida del testone affiorare qua e là peluzzi miseri, che le accrescono un senso di compatimento per l’uomo. Ma dalle labbra strette nell’amarezza le esce solo: “Hai paura anche tu di lui, di Vladi, vero?”.
La fotografia accanto al titolo è di Giuseppe Grattacaso.