Una storia di postumi operatori
Otto ore
«Otto ore sul tavolo operatorio. Coscienza azzerata. Corpo inanimato. Che solerti stregoni si sono affaccendati a restituire alla luce del sole. Materia inerte… plasmabile, un ammasso di creta...»
… sciii…vo… li, … in un magma grigio. Sprofondi in un vuoto di tenebre. Risucchiato in un’ombra cosmica, dove non splende una stella. Galleggi nei primordi della vita. Relitto in balìa di forze che ignori, che ti avvolgono e non puoi dominare. Buio.
Sullo sfondo… lontano… un lucore pallido. Tre figurine si staccano lentamente… lentamente procedono… silhouette appena delineate. Le streghe di Macbeth, con i loro annunci ambigui. Il Fato, demone beffardo. Forse avanza verso di te… per afferrarti tra le sue braccia capricciose, scagliarti in un punto qualsiasi dell’universo. Avanzano le tre streghe.
Otto ore sul tavolo operatorio. Coscienza azzerata. Corpo inanimato. Che solerti stregoni si sono affaccendati a restituire alla luce del sole. Materia inerte… plasmabile, un ammasso di creta. Otto ore. E ora un limbo ti accoglie per ricomporti, per restituirti quell’immagine che ti sei raffigurata in precedenza, a cui hai creduto come a una verità di fede. Avanzano… forse non sono tre streghe… forse vogliono prendersi cura di te. Otto ore.
Quell’immagine… l’individuo. Quella finzione cui si appiccica l’etichetta di Io. Che si riflette, si pavoneggia negli occhi di altri Io. Niente fatto di un piccolo ammasso di particelle, di cui lo spazio interplanetario neppure si accorge. Individuo. Un giochino elementare di costruzioni che si articola e dirama nel tempo e nello spazio. Materiale che risale a epoche lontane, millenni; e materiale più recente, attuale. Assemblato così, come viene, viene. Oh, guarda! La stessa posa del padre; e il sorriso? Tutto la mamma. Quel gesto, poi… lo zio, sì, lo zio più giovane.
Individuo. Io. Otto ore. Immobile, inanimato, quasi un cadavere. E la penombra. Le tre immagini. Macbeth, le streghe. No, no; benevole, soccorritrici. Il Fato non è sempre maligno. Per curare, rianimare l’individuo. Io. Casuale scherzo di natura. Animaletto protervo, presuntuoso. Ha sognato, continua a sognare, a rincorrere l’onnipotenza divina, per sé, dominatore, signore dell’universo. Essere che trascende il semplice esistente.
Io. Deliri. Individuo. Uomo, superuomo. In un’oscura valle silicea… oltre la liquida vastità dell’oceano… le streghe conducono la danza… il progetto folle, malato, blasfemo. Il Superuomo, l’Übermensch, corazzato di sapienza tecnica. Orgoglioso. Ammantato di hubrys. Demoniaco. Una piccola pattuglia di eletti. A dominare il mondo. Ai loro piedi uno sterminato esercito di schiavi.
Individuo. Io. Un’ininterrotta sequenza anabolica-catabolica. La vita per vivere fagocita altre vite, che assimila e di cui espelle le scorie. “Il verme è il solo re…” di questa inessenziale catena divoratrice. “Il pingue re e il magro accattone; due piatti a un’unica mensa”. La fine, il verme. Tutto qui.
Acquattato nell’ombra, Shakespeare si appoggia a una colonnina di piperno, carezza un teschio bronzeo che la sormonta. Quindi, a piccoli passi, si inoltra in uno stretto e lurido budello. Una donna è seduta davanti a un locale, un’abitazione orfana di sole, un antro; si intuiscono altre presenze che si agitano in quel buio. Sgraziata, corpulenta, occhi che emergono da due fessure con una luce grifagna, un grosso naso adunco su cui svetta un porro. Esibisce un riso ambiguo. Lo osserva; con voce gracchiante, lo apostrofa:” Né, Scècc… spìrr! ‘A vuo’ sent’re ‘na bella poesia? T’a ddic’ ie”. Con uno sguardo maligno, apre una bocca smisurata, sdentata. Declama:
Riman’, e riman’, e riman’
sciulea rint’ ‘o vico juorn‘ ropp’ juorn’,
fin’ a l’urtemo sciato r’ ‘o tiemp’ ca c’è ‘rato.
E tutt’ ‘e nuost’ pazz’ juorne allumman’
‘a via ra povere e ra muorte.
Stutate, stutate, curta cannela!
‘A vita ne r’è ca n’ombra ca se move,
‘nu guitto ‘e niente ca se crer’
e se scutulea ‘ncopp’ ‘o palco,
E poi nisciuno ‘o sente cchiù.
È ‘nu cunto cuntato ra ‘nu sciem’.
Chin’ ‘e allucc’ e ammuina,
Ca nun vo’ ricere niente.
Scoppia in una risata fragorosa; ballonzola scompostamente il corpo massiccio, i seni debordanti. “E’ capito, Scècc… spìr?”, “ ‘E capito?… ‘A vita! Vavattenne! ‘A vita song’ ie”. Riprende a ridere sguaiatamente. Shakespeare si allontana; le parole della donna, la risata infernale, sembrano inseguirlo; si immerge nel buio fondo del vicolo, specchio funereo dell’insondabile oscurità dell’animo umano. Dell’ineffabile Io.
La fotografia accanto al titolo è di Giuseppe Grattacaso.