Emilia Santoro
A proposito de "I racconti della sentinella"

Racconti del tempo

La nuova raccolta di racconti di Vanna D'Amato mette in fila storie di donne che riflettono sul valore del "ricordare" per capire i particolari dell'esperienza

«Mi ricordo due madri: croce e delizia». È l’incipit di Maternità, una delle undici storie che compongono I racconti della sentinella di Vanna D’Amato (edizioni La Valle del Tempo, 120 pagine, 15 Euro), e anticipa uno dei nuclei centrali dell’opera: la difficoltà di ricondurre le esperienze a un significato univoco. La madre ricordata dalla figlia è alternativamente tenera e crudele; il padre, affascinante e affettuoso, è anche un uomo che la coinvolge nelle proprie menzogne. Quando nella seconda parte sarà la madre a prendere la parola, gli stessi avvenimenti assumeranno un significato diverso. Nessuna delle due voci, tuttavia, riuscirà ad annullare l’altra. La verità dei fatti e quella delle emozioni non coincidono necessariamente.

Il titolo della raccolta suggerisce una disposizione dello sguardo. La sentinella evocata dal titolo presta attenzione a ciò che accade e cerca di non lasciarlo scomparire nell’indifferenza.

Raccontare può diventare un modo di esercitare questa vigilanza, riportando alla luce esperienze dimenticate o rimaste ai margini. Il ricordo, però, è tutt’altro che una testimonianza immutabile: viene continuamente rielaborato, modifica i propri contorni, talvolta contraddice le certezze sulle quali abbiamo costruito la nostra storia.

Alla varietà delle prospettive si accompagna una scrittura nella quale affiora una sensibilità poetica, riconoscibile soprattutto nel valore attribuito ai suoni e alle immagini. D’Amato, che ha praticato anche la poesia, sembra talvolta affidare alla lingua il compito di esprimere ciò che sfugge alla comprensione dei personaggi. In Latte, il gioco di parole «di latta per il latte» diventa per la bambina un ritornello rassicurante; altrove, un semplice secchietto sembra «annaspare come uno che sta annegando», caricando un gesto quotidiano di un’inquietudine improvvisa. La dimensione poetica nasce così dall’incontro fra percezione e sentimento, senza sottrarre concretezza agli ambienti. Gli oggetti acquistano un’importanza che supera la loro funzione immediata: una bambola di stracci, una statuetta di gesso conservata per decenni diventano testimonianze di legami e ferite. La materia delle cose restituisce al passato una consistenza che la sola rievocazione difficilmente potrebbe raggiungere.

Le storie si svolgono in tempi e luoghi differenti, dalla provincia del dopoguerra alla Napoli più recente. Il Novecento costituisce una presenza significativa, soprattutto attraverso le conseguenze che le condizioni storiche e sociali producono nelle vite individuali. La guerra continua a pesare su chi attende un ritorno incerto; la povertà condiziona le scelte familiari; il giudizio della comunità interviene nelle decisioni che riguardano il matrimonio e la rispettabilità. La storia collettiva affiora così nella quotidianità, senza perdere la dimensione concreta delle esistenze.

Anche gli spazi partecipano a questa rappresentazione. La stalla di Latte è un luogo di lavoro, ma nello sguardo della bambina diventa un ambiente insieme familiare e perturbante. Altrove, una scalinata napoletana acquista un significato nuovo attraverso la cura che uno straniero le dedica, trasformandosi in un luogo di incontro e riconoscimento. La scrittura mostra come uno stesso spazio possa essere vissuto diversamente da chi lo attraversa e come il sentimento di appartenenza non dipenda necessariamente dall’origine o dal possesso.

È soprattutto nell’infanzia che la qualità sensoriale della prosa raggiunge momenti di particolare intensità. I bambini avvertono le tensioni del mondo adulto prima di possedere gli strumenti per comprenderle. In Latte, l’odore della stalla è «vellutato e acre»: due qualità contrastanti che restituiscono la compresenza di attrazione e repulsione. La narrazione aderisce alla percezione infantile, conservandone l’incertezza. In Il collegio, la promessa rivolta da una bambina alla propria bambola — «sì sì, stai con me tu, non ti lascio» — rivela invece il bisogno di una protezione che la separazione dalla famiglia ha improvvisamente reso precaria. La forza di questi passaggi nasce dalla capacità di affidare a un dettaglio ciò che una spiegazione psicologica rischierebbe di impoverire.

Il mondo familiare che affiora da queste pagine è lontano da qualsiasi idealizzazione. Gli affetti sono profondi, ma la loro espressione risente delle circostanze e delle convenzioni entro cui si sviluppano. In particolare, alcune vicende femminili restituiscono la distanza fra le trasformazioni storiche e la persistenza delle gerarchie domestiche. La prima volta di Gilda colloca nella stessa esperienza il voto del 1946 e la violenza coniugale. La libertà esercitata nella cabina elettorale assume il valore di una ribellione personale, mentre il matrimonio continua a essere governato da rapporti di forza che la conquista di un diritto politico non può modificare immediatamente.

Sarebbe tuttavia riduttivo ricondurre le figure femminili a una comune condizione di vittime. L’autrice ne osserva anche le responsabilità, la durezza, la capacità di ferire le persone amate. L’ambivalenza annunciata fin dall’incipit di Maternità percorre rapporti nei quali la tenerezza può convivere con il risentimento, e la volontà di proteggere trasformarsi in un esercizio di potere. Ne deriva una rappresentazione nella quale le ragioni dei personaggi non coincidono necessariamente con gli effetti delle loro azioni.

Sul piano formale, la prosa si avvicina spesso al racconto orale, accogliendone l’andamento associativo. Il ricordo interrompe la successione degli avvenimenti e la voce narrante sembra talvolta seguire il proprio pensiero mentre prende forma. Le diverse soluzioni adottate, dalla narrazione vicina alla sensibilità infantile al confronto fra prospettive discordanti, restituiscono una realtà che cambia secondo il punto dal quale viene osservata. In alcuni passaggi le riflessioni si protraggono oltre quanto le immagini abbiano già suggerito, rallentando il ritmo; la scrittura trova invece una particolare efficacia quando lascia al lettore il compito di interpretare ciò che rimane implicito.

Il confronto fra le epoche rappresentate offre anche una chiave per leggere la raccolta nel presente. Nei racconti ambientati nel passato, le possibilità individuali sono spesso limitate da condizioni materiali e consuetudini esplicitamente riconosciute. Le vicende più recenti si svolgono in un mondo nel quale quelle costrizioni hanno perduto molta della loro legittimità e della loro forza. Eppure, l’ampliamento delle libertà non rende automaticamente più semplici i rapporti affettivi. Il bisogno di essere amati può continuare a condizionare le scelte; il desiderio di autonomia può scontrarsi con il timore di perdere un legame. Non si tratta di stabilire una continuità meccanica fra passato e presente, quanto di osservare la diversa durata dei cambiamenti sociali e di quelli che investono la vita interiore.

È qui che le storie familiari assumono un significato più ampio. Le aspettative apprese durante l’infanzia possono continuare a orientare i comportamenti anche quando le circostanze che le avevano prodotte sono mutate. Ma il loro peso non è inevitabile né uguale per tutti. La possibilità di riconoscerle, discuterle e talvolta contraddirle appartiene anch’essa alla trasformazione dei rapporti fra generazioni. La memoria diventa allora uno spazio di confronto: permette di interrogare ciò che abbiamo ricevuto, distinguendo il valore degli affetti dai condizionamenti che possono accompagnarli.

In questa prospettiva acquista rilievo la frase con cui la madre di Maternità si rivolge alla figlia: «Non mi hai creduta mai, anche quando ti ho detto la verità, e forse avevi ragione». La consapevolezza delle proprie ragioni non cancella il riconoscimento del dolore provocato. La frase lascia aperta la possibilità di comprendere l’altro senza necessariamente assolverlo, una delle tensioni più interessanti della raccolta.

Con questa dimensione dialoga anche la copertina, che riproduce Vento di pensieri (2026), olio su tela di Flora Giordano. Una figura umana emerge fra campiture di colore intenso, in uno spazio attraversato da forme che sembrano sovrapporsi e mutare. Il dipinto offre una suggestione visiva affine al movimento delle narrazioni, nelle quali i contorni del ricordo cambiano secondo la distanza e lo sguardo di chi racconta.

Nell’ultimo testo, Claustrum, il narratore adulto cerca di recuperare l’intensità delle paure infantili, scoprendo che le immagini sono rimaste mentre l’emozione originaria gli sfugge. La distanza temporale sottrae qualcosa all’esperienza, ma consente anche di attribuirle significati allora inaccessibili. È questa tensione a tenere insieme I racconti della sentinella: il tentativo di custodire ciò che è stato, sapendo che ogni ritorno comporta una nuova interpretazione. E che comprendere il passato può significare, qualche volta, riconoscere diversamente anche il proprio presente.

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