Paolo Puppa
Una storia di ultime età

Gli allettati

«Una bella camera, con finestre sulla laguna, per arieggiare, due vecchi si sa, e due letti vicino. Insieme loro due, come quando facevano brevi vacanze di un solo week end, a meno che non ci fosse di mezzo qualche giapponesina a sfinirli...»

Ha da poco visto il giornalista odiato nel cellulare da cui non si stacca mai, quasi fosse una sua appendice. Scuote la testa spazientito come al solito, perché l’ha sentito tronfio commentare episodi politici della giornata precedente, oltre che annunciare soprattutto i suoi prossimi spettacoli e invitare i devoti ascoltatori a comprare i suoi libri. Prova la fitta abituale, fatta di disgusto e di invidia. E una pena complessiva, per quel povero uomo innamorato di se stesso. Una ridicola indignazione, perché quando anche quel bel tomo là, lo chiama così, sarà a sua volta prigioniero di un letto, in attesa del colpo finale, (la natura è democratica, si ripete, fa così con tutti) lui non ci sarà a godersi la scena. Immagina in compenso la voce di quel vanesio incrinata dalla paura, lo sguardo ora famelico e vincente finalmente velato e umidiccio. Chiama la moglie con voce autorevole, e la donna accorre, felice di sentirlo vivo e ben presente: “Ma come fanno a seguirlo? Dico io, come possono comprargli i libri? L’hai sentito? Pecore, sono pecore, questi maledetti followers. Nessuno, nessuno che glielo gridi sul muso?”. Guarda Lalla, esausta nell’accudirlo. Vicino alla sponda del letto, il girello robusto che deve reggere i suoi spostamenti limitati al bagno. Sul comodino, scatole di medicinali, fazzoletti di carta e la pila di libri che dovrebbe leggere e non riesce a farlo.

Controlla l’orologio. Fra poco sono le dieci e potrà dialogare con Piero, l’amico di una vita, anche lui nelle sue condizioni, di creature inchiodate sul letto, ma per un male forse peggiore del suo. Non l’ischemia che l’ha colpito una volta, che gli ha leggermente storta la bocca, nonostante gli esercizi di riabilitazione, e semichiuso un occhio (proprio i suoi begli occhi celesti di un tempo) di cui tutti, di fatto solo la brava consorte, in quella casa attendono una nuova visita. No, Piero ha il cuore molto, molto malandato, e dovrebbe starsene in ospedale, ma quel testardo non ne vuol sapere. Se ne sta nella sua camera, come un sovrano deposto, circondato da donne, la moglie ancora bella, malgrado i tanti anni, e le figlie e i quattro nipoti, tutti allegri a nascondere il panico. Ovvio. Lui e Lalla, invece, non hanno figliato. Meglio così, in fondo. Ma alle dieci, cascasse il mondo, ogni mattina comunicano tra loro grazie a una video chiamata. Hanno imparato l’uso di questa modernità, e il suo cellulare si trasforma allora, da luogo di possibili torture, in uno schermo che gli consente di mirare la faccia troppo ingiallita e sofferente per essere vera, i lineamenti come sbiaditi, i capelli sempre sudati, ma a lui tanto cara, di Piero, collega di ufficio in quello che era stata per decenni la Cassa di Risparmio in Campo Santa Margherita, poi divenuta Banca Intesa.

Lui, per un periodo stressante anche dirigente, e l’altro semplice funzionario, ma sveglio e acuto nei consigli sugli investimenti ai clienti grati. Entrambi si scambiavano spunti prelevati al «Sole ventiquattro ore», la loro Bibbia quotidiana ad affrontare le tempeste dell’economia mondiale e gli urti frequenti della nostrana insipienza governativa, chiunque fosse al potere in Italia. In sintesi, tra loro solo sintonia, come fratelli non di sangue ma dell’anima. Da giovani, lui più grande di un solo anno, gli ottanta dietro l’angolo, se ne andavano in montagna a fare ferrate, al mare in Sardegna per immersioni anche rischiose. Le fidanzate, poi mogli, al seguito, un po’ perplesse e imbarazzate. Già. E una delle due, con nidiate di figlie accanto.  Il suo solo dolore, fisico potrebbe dire, che Lalla, farmacista apprezzata e socievole, se trovava anche lei adorabile Piero, non amava affatto la moglie Rina, che trovava stupida e noiosa, interessata solo alle figlie e alla scuoletta elementare in cui insegnava. “Una maestrina, per carità. Non mi lasci più con questo strazio”. Purtroppo, le due donne non legavano tra loro, anzi si evitavano, e le vacanze insieme dei due nuclei erano state presto abbandonate. Ma loro due si rifacevano, con gli interessi. Se ne partivano in qualche week end per nuove imprese sportive. Ci tenevano al loro fisico asciutto, alla muscolatura da palestrati. Se non riuscivano a scolpirsi la tartaruga davanti, non c’era un chilo superfluo nella bilancia. Erano stati anche belli, specie Piero, con i capelli a spazzola, e lo sguardo malizioso. Ma anche lui non era da meno, spalle diritte e portamento autorevole. Un autentico direttore di banca, pure nel fisico, ma sì, che aveva rinunciato a scatti ulteriori di carriera per continuare a vedere nella stanza vicina l’amico.  Piacevano alle donne, e le donne piacevano loro. Oh se piacevano!

Ma, di recente, mentre la moglie lo aiutava a cambiarsi il pigiama che teneva addosso da troppi giorni, aveva formulato solennemente a Lalla una doppia richiesta. Le argomentazioni gli erano uscite all’improvviso, che neanche lui sapeva bene perché quel discorso bizzarro. Doveva, doveva Lalla giurargli che se perdeva l’autonomia, se diventava una carcassa incapace di pulirsi e di usare parole umane, doveva fargli l’iniezione. Lei sapeva quale, senza andare in Svizzera, con quello che costava, o senza usare, per favore, il cuscino. E in secondo luogo, ma nemmeno tanto secondo, se Piero se ne andava, se si spegneva (qui la voce gli tremava) doveva fare lo stesso. “Non è che sei gay, per caso?”, lei gli aveva domandato ridendo di gusto, ad abbassare i registri troppo solenni e poco adatti al suo temperamento scanzonato. E lui, dopo, rimasto solo, si era girato sul letto caldo, per un attimo interrogandosi sui suoi sentimenti più intimi. Ma non aveva rilevato tracce oscure in sé. Nessun trasporto sensuale. No, solo uno attaccamento “normale” al collega che gli migliorava l’aria intorno, e il rimpianto di non averlo fratello. Tutti e due figli unici, del resto. E chissà se lo fossero stati davvero. Magari, molto probabile che durava poco quell’intensità. A volte si chiedeva chi era quello tra i due che voleva più bene all’altro. Una specie di risonanza magnetica sulla loro relazione. Assurda curiosità, certo. Ma adesso è arrivato il momento del contatto quotidiano.

Lalla si allontana con discrezione, come fa all’istante anche la Rina, terrorizzata di dover salutare “la cognata”. Della donna, ha fatto in tempo a intravedere un braccio pieno di macchie. Eccolo qua, il compagno di un’intera esistenza, che gli occupa il piccolo schermo, sempre più sfinito e ammalorato, come dice sua moglie. Comincia lui, dopo un silenzio fatto di ansia e di pietà, a dare il là alla “ciacola”. Punta diritto a toni leggeri, ovvio: “Quante volte stanotte, ragazzo? Io tre, o erano quattro? No, caro mio. Erano quattro”. L’altro fa una smorfia annoiata. “Non le conto più, io. Ma te piuttosto, con quel girello là, al buio, non svegli la moglie?”. Lui rilancia, a simulare estro e buon umore: “Una volta, vecchio mio, la terza si riferiva a qualcosa d’altro. Non la casa editrice. No? Ti ricordi, in Croazia, nel saloncino dei massaggi, fuori Spalato?  Macché tre volte! Anche cinque. Non riuscivo ad alzarmi la mattina. Era una giapponese, da farti impazzire. Che scopate, eh, eh”. Piero inizia a tossire, un crescendo di ansimi che lo fanno torcere tutto. E lui lo consiglia di chiamare Rina, dai cosa aspetta? “Tranquillo, non è niente, non sono mica raffreddato”, l’altro soffia e pare stia spegnendosi. Poi per fortuna si riprende e gli confida che oggi verrà a pranzo il nipote prediletto da sua moglie. Ha diciannove anni, matricola a Padova in legge. Ha ovviamente la “morosa”, anche lei di giurisprudenza. E gliel’ha pure presentata. Un giorno solenne, che non finiva mai. Ma non gli piace per niente, la “tosa”. E poi Marco, il ragazzo, da quando è diciamo fidanzato, non fa altro che domandargli soldi. “Non son mica Paperon de’ Paperoni”, e l’amico piagnucola un po’ pusillanime. Lui lo osserva sorpreso da tanto disfacimento. Poi, la faccia più cara al mondo per lui si altera tutto e gli occhi si spalancano dallo spavento. “Ma cos’hai? Si può sapere cos’hai? Chiama la Rina, in caso”. Ma Piero mormora avvilito: “Oh Dio, che puzza, senti che puzza tremenda che ho fatto. Meno male che non sei qua. Che schifo. Faccio schifo a me stesso”. Lui gongola sollevato e gli vien voglia in quel momento di condividere un’idea, certo balzana, ma perché no? Sì, insomma, ha letto su Google che alla Giudecca avrebbero aperto un nuovo centro di assistenza per anziani, con tutto l’occorrente. Costi certo elevati, ma entrambi con le pensioni ce la farebbero. E così le loro donne sarebbero sollevate. Una bella camera, con finestre sulla laguna, per arieggiare, due vecchi si sa, e due letti vicino. Insieme loro due, come quando facevano brevi vacanze di un solo week end, a meno che non ci fosse di mezzo qualche giapponesina a sfinirli. Ma non fa in tempo a palesargli quel pensiero fisso che l’ha invaso da un po’ di tempo, perché l’altro, che nel frattempo si è ricomposto, gli mormora: “Stai seguendo qualche serie? Io mi sono stancato delle serie. Meglio, molto meglio un film. Dura meno e non ti obbliga col cursore a correre avanti per stringere i tempi, a vedere come finisce”. Ma lui adesso prova solo angoscia e impazienza. No, è chiaro. È lui che vuole più bene all’altro. Il suo amico ha il cuore rotto, ma l’ha sempre avuto arido. Sissignore.  Risponde distratto che guarda più spesso il cellulare che la tv. E che si perde nei tik tok, perché sono brevi e non ti stancano con storie lunghe. Cambia in un attimo la materia. Gli verrebbe da piangere, perché si sente fuori posto, non autentico. E non gli capita mai con Piero.

L’altro riprende a parlare, e lo guarda fisso nello schermo, in modo aggressivo: “Hai saputo di Gianni? S’è sposato la badante. Una di trent’anni. Povero. Quante pillole blu! Io non le potrei prendere”. Lui sospira e tace, stordito. Continua nel frattempo a sentirsi strano negli impulsi. E l’altro si agita in compenso mentre gli rivolge una domanda inopportuna, oltre la loro consueta intimità di uomini: “Ma tu scopi ancora?”. E Piero intanto si mette a ridere nervoso, come un bambino viziato. Lui ribatte rapido: “Non è però colpa nostra. Le hai viste le nostre signore? Quanto sono sciupate! Per forza che non ti viene duro”. “Parla per la tua”, quello replica fingendosi offeso, e continua a ghignare. “Dai ragazzi, su da bravi. È l’ora della puntura per te, Direttore. Salutatevi bene”. Lalla irrompe a salvarlo, il grembiule con un segno di sugo rosso sangue al centro del tessuto, reggendo solerte siringa, cotone e bottiglietta di alcool. Lui solleva con stanchezza una mano per un cenno deluso, prima di cliccare sullo schermo e cancellare un volto che gli è parso lontano ormai, come straniero. Una sensazione sgradevole che, probabilmente, non si replicherà. O almeno se lo augura con stizza.  Domani comunque troverà una scusa qualsiasi per far saltare l’appuntamento. Non l’ha detto il medico che deve essere ogni giorno, no?


La fotografia accanto al titolo è di Sara Lepori.

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