Ida Meneghello
Diario di una spettatrice

Vedere Naza

Per tre giorni è nelle sale (poi sarà libero on line) "Naza", il film che non nasconde l'apocalisse di Gaza. Ecco perché è un film che non si può perdere

Ho visto “Naza” e scrivo di getto. Estraggo due frasi, nella prima c’è uno spiraglio di speranza: «Vedo ancora i nazisti come il male assoluto, ma che cosa sono io, allora?». Nella seconda la speranza non c’è: come si può vivere normalmente dopo tutto questo? «È semplice, io mi fido del sistema. Il sistema dice di farlo e io mi fido. Se non mi fidassi più crollerebbe tutto».

Dicono che è come in un videogame, dicono che “era divertente uccidere tutte quelle persone, i nostri ormoni erano al massimo”, dicono che una volta sono stati autorizzati a uccidere 500 civili innocenti per colpire un obiettivo, un militante di Hamas di media importanza. Chi parla fa disegnini sui fogli, per spiegare come funziona il sistema che usa il software di intelligenza artificiale Lavender applicato da Idf per identificare gli obiettivi militari nella Striscia. Ma nessuno è perfetto, neanche gli algoritmi, e allora hanno inventato un acronimo, NAZA, significa “Nezek Agavi”, danno collaterale, perché non si può dire che sono civili uccisi a migliaia, perché è proibito parlare di donne e di bambini, NAZA non fa differenza se a morire è un uomo o un neonato di cui si è ascoltato il pianto un istante prima di dare l’ordine di bombardare, tutti sono solo numeri. Lo score della mattanza si misura in un’ora, non in un giorno, «una volta abbiamo raso al suolo un palazzo in soli 8 minuti, il capo ci ha detto che avevamo stabilito un record».

La normalità di una notte come tante a Tel Aviv, le mille luci dei grattacieli della città nata dal niente nel deserto illuminano la vita delle famiglie israeliane davanti alla tv, una mano femminile raccoglie le briciole su una tavola, un’altra cucina, una coperta stropicciata su un letto, la luna alta nel cielo, un uomo interroga altri uomini sul tetto di un edificio. Tutto è girato al buio. Degli uomini che accettano di rispondere alle sue domande semplici e dirette si vede solo un profilo vago, la voce è alterata per non esporli al rischio di essere identificati, sono 24 ufficiali e tecnici dell’intelligence israeliana. “Noi vediamo la città ma la città non ci vede”, dice il regista Yuval Abraham che firma insieme a Rachel Szor il documentario Naza, applaudito per 25 minuti alla Mostra di Venezia e che ha ricevuto il Premio speciale della Giuria.

E il confronto tra lo sfondo normale e notturno in cui le conversazioni avvengono e le parole che raccontano con semplicità l’orrore, senza imbarazzi e senza i dubbi filologici che solleviamo qui («È un genocidio? Sì, è un genocidio»), condensa in 80 minuti tutta l’assurdità del nostro mondo e di questo presente in cui noi che guardiamo il film non abbiamo fatto niente per meritarci di essere nati qui e non là.

E poiché e nonostante tutto chi va in sala in questi tre giorni per vederlo – ricordo che Naza per volontà dei registi e dei suoi produttori sarà disponibile gratuitamente sul sito del The Guardian da fine novembre – vuole capire o almeno provarci, io ho tentato di entrare nella testa di quegli uomini e di vedere Gaza come la vedono loro. E mi è venuta in mente un’immagine di quando mi capitò di vivere a New York: gli scarafaggi. New York allora ne era infestata e loro si spostavano da un block all’altro per sfuggire alle disinfestazioni. Gli ufficiali e i tecnici dell’intelligence israeliana che individuano le persone attraverso migliaia di cellulari hackerati, ascoltano le loro conversazioni, seguono i loro spostamenti e dopo averli uccisi e distrutto le loro case le bruciano perché non deve restare niente, neanche le foto dell’album di famiglia, credo che li vedano così. Se i palestinesi si spostano dal nord al sud della Striscia perché i bombardamenti li stanno spingendo là, li ammazzano i cecchini quando sono in fila per il cibo e continueranno ad ammazzarli finché non ne resterà nessuno.

Dopo aver visto Naza capisci che la storia dei due stati è una balla colossale che continuiamo a raccontarci e ci può credere solo qualche anima candida dalle nostre parti, non ci sarà mai uno stato palestinese perché così ha deciso Bibi, devono morire tutti. «Bisogna dire la verità, volevamo uccidere tutti, anche i bambini, cancellare Gaza», scandisce un testimone.

Tel Aviv e Gaza sono sulla stessa costa mediterranea, le separano 60 chilometri, le distanze da quelle parti sono davvero minime, sono meno dei chilometri che separano Bologna da Reggio Emilia. E allora pensi che è come se qui io andassi al cinema e tra Modena e Reggio ci fosse la fine del mondo, assurdo. Durante la proiezione in sala eravamo tutti ammutoliti, silenzio, neanche un bisbiglio, neanche un popcorn. Ed è vero che l’orrore non si vede, l’ho già scritto, ho il sospetto che siamo arrivati a un punto tale che il cinema non riesce più a portarlo dentro la scena come si faceva una volta, come fece Coppola in Apocalypse now, oggi l’orrore resta fuori campo come in La zona di interesse, come in Ritorno a Buenos Aires, come in Naza appunto.

Ma nell’ultima scena l’orrore lo vediamo, per qualche minuto vediamo ciò che gli algoritmi e gli acronimi vogliono nascondere e i tecnici che li hanno costruiti preferiscono non pensarci sennò mica dormirebbero la notte, del resto loro non possono farci niente, sono solo ingranaggi, obbediscono agli ordini, nel film dicono le stesse parole dei nazisti a Norimberga. L’orrore dell’ultima scena è un uomo che grida il nome di sua moglie e di suo figlio scavando a mani nude sotto le macerie di un palazzo raso al suolo dalle bombe israeliane. E per pochi secondi vediamo una fila di piedi piccoli che sbucano da sotto una trave di cemento. È l’ultima inquadratura, una fotografia come tante in un giorno qualsiasi a Gaza dal maledetto ottobre del 2023.

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