Una riflessione all’approssimarsi del 7 ottobre
Da Moro a Gaza
Nonostante i terrorismi non smettano di mietere vittime, l’anelito alla pace riesce ancora a nutrire la speranza. Come nella canzone di Boy George “We will dance again”, scritta per ricordare il Nova Music Festival che scatenò la furia di Hamas. E come un verso di “Auschwitz” di Francesco Guccini
Finalmente la verità in una canzone. «Non menzioni mai il 7 ottobre. / Giovani ragazze violentate contro gli alberi / Uccise brutalmente / Per il crimine di ballare». E poi. «Tu condanni gli ebrei, con memoria selettiva / Musicisti che agitano bandiere, che fanno rumore come pecore / La propaganda alimentata da internet sembra così debole». Penso a tutto quello che hanno dovuto subire gli ebrei negli ultimi tempi: pogrom, persecuzioni, campi di concentramento. «Ma fidati di me, balleremo ancora / Balleremo ancora / Balleremo ancora / E non ci sarà nessuna guerra». E chiarisce: «Ma se mai avessi dei dubbi / Io sto con gli ebrei / Non mi sento coraggioso, ho solo bisogno di comportarmi come un essere umano». Tra i terroristi di Hamas e chi li combatte sceglie di stare con chi li combatte.
7 ottobre, Nova Music Festival. L’arrivo alle 6,30, dopo aver interrotto l’elettricità, degli uomini della Brigata Ezzedin al-Quassam che fecero 378 vittime, di cui 344 civili e 44 ostaggi. Il festival di musica psy-trance Supernova Sukkot Gathering, programmato per il 6 e 7 ottobre 2023, si svolse nel deserto del Negev, nei pressi del kibbutz Re’im, a circa 5 km dalla striscia di Gaza. Boy George, ovvero George Alan O Dowd, è nato a Londra il 14 giugno 1961. Di origine irlandese, cattolico, non ebreo, porta da sempre la stella di David. Jon Moss, il batterista ebreo dei Culture Club, ha avuto una lunga relazione con Boy George e ha ispirato, tra l’altro, la canzone Do you really want to hurt me. We will dance again, in ebraico Od Nirkod, è anche il titolo del documentario di Yariv Mozer del 2024. Il testo della canzone è stato scritto dopo aver visitato una mostra sul Nova Music Festival, 06:29 – Il momento in cui la musica si è fermata, e dopo aver parlato con Michael e Lisa Marlowe, i genitori del ventiseienne musicista israelo-britannico Jack Marlowe, ucciso il 7 ottobre, nonché con May Hayai, una ragazza sopravvissuta che ha visto morire la sua migliora amica.
La storia di Israele ha conosciuto molti attentati. Olimpiadi di Monaco. Il 5 settembre 1973 un comando dell’organizzazione terroristica “Settembre Nero” prese in ostaggio undici membri della squadra olimpica israeliana. Tutti morti. Entebbe. 4 luglio 1976: operazione fulmine o operazione Yonatan. Il 27 giugno 1976 alle ore 12 ad Atene viene dirottato l’Airbus A330 della Air France in servizio da Atene a Parigi ed è fatto atterrare a Entebbe da Idi Amin Dada, dittatore dell’Uganda dal 1971 al 1979, amico dei terroristi e nemico di Israele. Unico ucciso dei militari israeliani Yonatan, fratello di Benjamin Netanyahu. 7 ottobre 2023: 7200 morti, oltre 250 ostaggi.
Parlo di Israele e il mio pensiero corre a Rabbi Nachman. Dalla sua finestra, che si affacciava sulla piazza del mercato, un giorno vide passare in fretta uno dei suoi discepoli. «Hai guardato il cielo stamattina?», chiese. «No, Rabbi, non ne ho avuto il tempo». «Credimi, fra cinquant’anni tutto quello che vedi ora qui sarà scomparso. Ci sarà un altro mercato, con altri cavalli, persone diverse. Allora io non ci sarò più e neppure tu. Perciò, cosa devi fare di così importante da non avere il tempo di guardare il cielo?». È di Rabbi Nachman la leggenda della principessa smarrita. Durante un momento di rabbia, un re si rivolge alla figlia, la principessa, dicendole: «Che il diavolo ti porti via». Subito dopo aver pronunciato queste parole, la principessa svanisce nel nulla. Il viceré del regno decide di partire alla sua ricerca per ritrovarla, affrontando un viaggio lungo, solitario e difficile in luoghi deserti e selvaggi. Dopo molte peripezie il viceré riesce a scorgere la principessa in un palazzo incantato, ma liberarla richiederà una complessa opera di redenzione e ricerca spirituale. Il re rappresenta Dio, la principessa smarrita rappresenta la presenza divina o l’anima umana esiliata nel mondo materiale, mentre il viceré è l’uomo che cerca la verità e la via del ritorno all’origine o il Messia. (Nella foto, memoriale per le vittime cadute al Nova Music Festival il 7 ottobre. Foto di Liel Vainshtein).
Nel suo saggio del 1934 su Kafka, Walter Benjamin evoca la vicenda talmudica della principessa in esilio per spiegare il senso della condizione umana e l’attesa messianica nell’opera dello scrittore praghese. «Una leggenda talmudica narra di una principessa che languiva in esilio, lontana dalla sua gente, in un villaggio di cui non capiva la lingua. Un giorno la principessa riceve una lettera dove si dice che il fidanzato non l’ha scordata, si è messo in viaggio ed è in cammino verso di lei. Il fidanzato è il Messia, la principessa l’anima e il villaggio in cui è bandita il corpo. E poiché non può dire altrimenti della sua gioia al villaggio che non intende la sua lingua, la principessa gli prepara un banchetto».
Su questo rifletto. Ma che cosa ha a che fare tutto questo con la mia vita? Ho dedicato tanti anni alla tragica vicenda di Aldo Moro, rapito dalle Brigate Rosse il 16 marzo e ucciso il 9 maggio 1978. Terminus ante quem dell’azione delle Brigate Rosse è la strage di Piazza Fontana alla Banca Nazionale dell’Agricoltura di Milano il 12 dicembre 1969. Terminus post quem è la strage di Bologna alla Stazione Centrale il 2 agosto 1980. Per alcuni i terroristi erano compagni che sbagliano. Per altri non bisognava stare né con lo Stato né con le Brigate Rosse. E c’erano quelli che dicevano: «Lo Stato non si riforma, si abbatte». Gli attentati mortali delle Brigate Rosse, che avevano rapporti con i palestinesi del Fronte Popolare di Liberazione della Palestina, non finiscono con Moro. Nel rispetto della linea di netta chiusura nei confronti delle Brigate Rosse indicata da Enrico Berlinguer, segretario del Pci, Guido Rossa, operaio sindacalista comunista dell’Italsider, è ucciso il 24 gennaio 1979 per aver denunciato e fatto arrestare, lui solo di tre delegati, Francesco Berardi, un fiancheggiatore delle Brigate Rosse. Antonio Taliercio, direttore del Petrolchimico di Porto Marghera, è sequestrato il 20 maggio dalle Brigate Rosse e ucciso, dopo 46 giorni, il 5 luglio 1981. Era un cattolico fervente, amava ripetere: «Al massimo possono uccidermi». Fu ucciso da Antonio Savasta, poi pentito e condannato a 10 anni. Taliercio non aveva mangiato negli ultimi 5 giorni e aveva un incisivo rotto alla radice. La targa sul suo monumento funebre dice: «Antonio Taliercio, 5 luglio 1981, che gli uomini ritornino a essere uomini».
Sono le stesse parole della canzone di Boy George, rivolte per giunta a uno stesso nemico, il terrorismo. E l’anelito alla pace che troviamo nella canzone del cantante inglese è lo stesso che da giovane mi affascinava in Auschwitz di Francesco Guccini, il cantante modenese recentemente scomparso: «Ancora tuona il cannone / Ancora non è contenta / Di sangue la belva umana / E ancora ci porta il vento».