Lucia Dell’Aia
Un saggio di Giorgio Agamben

Il corpo della politica

Ripensare la filosofia politica per aprire una strada alla lettura critica e radicale del presente. Attraverso Marx, Dante e Auerbach, il filosofo analizza i concetti di “essere generico”, “multitudo” e “mimesis”, dalla fusione dei quali può nascere una relazione diversa tra lo Stato e la comunità

In un appunto del 1980, Giorgio Agamben scriveva: «Il problema centrale di ogni filosofia politica futura è – a partire dal concetto marxiano di Gattungswesen – di compiere la critica della categoria di individuo e di quella di genere». Aggiungeva, inoltre, che «degli esseri che si stanno davanti solo come individui o come genere sono condannati al terrore e all’infelicità» (Quaderni, I, Quodlibet, 2024, 269 pagine, 34 euro). Sembra, quindi, che nel volume Il corpo della politica (Bollati Boringhieri, 94 pagine, 14 euro) il filosofo sia ripartito proprio dal concetto marxiano di essere generico per ripensare la filosofia politica e per offrire una sempre illuminante strada alla lettura critica e radicale del presente, cui ci ha felicemente abituati con i suoi studi. Se dovessimo indicare, oltre a Marx, altri due punti di riferimento imprescindibili per entrare nelle pieghe dell’interpretazione di questo volumetto, dovremmo fare i nomi di Dante e di Auerbach. Agamben, infatti, ci invita a costruire una comunità politica europea partendo dal lascito di questi tre importanti nomi, oltre che dal paradigma politico dell’esule, consegnatoci in eredità dal giudaismo.

Che si parli di un corpo della politica non è qualcosa che possa essere dato per scontato; infatti, attraverso una analisi filosofica archeologica, Agamben ricostruisce la genesi di questa espressione insistendo sulla acquisizione di Yan Thomas, il quale ha dimostrato che la personificazione di entità collettive era estranea al diritto romano. Si tratta, infatti, di una storia che affonda le radici piuttosto nell’età medievale e moderna e ha uno stretto rapporto con le questioni teologiche relative alla presenza del corpo di Cristo nell’Eucarestia. Consegnato alla filosofia occidentale soprattutto dalla importante mediazione di Hobbes (body politic), il corpo della politica è oggetto di studio di questo scritto, nel quale emerge quanto questa espressione si definisca a partire da un legame con il potere sovrano. Si tratta, invece, per Agamben, di individuare una intensità che tiene insieme una comunità politica pensante, staccandola proprio da questo legame statuale.

Cosa tiene insieme una comunità politica? L’argomentazione di Agamben preliminarmente recupera dalla nostra tradizione di pensiero il termine multitudo, nel significato in cui esso è usato da Dante nel De monarchia per delineare la potenza che definisce il genere umano. Esso non è somma degli individui, ma universitas, nel significato che il termine assume tecnicamente nel diritto. Per questa ragione, la multitudo dantesca è la forma generica di esistenza della potenza del pensiero, intesa come totalità. L’operazione più propria degli uomini è la possibilità di pensare, quello che Averroè definiva l’intelletto possibile, a differenza di quella degli angeli, per i quali è l’atto incessante del pensiero. Se, sulla scorta di Dante, la potenza che definisce il genere umano è quella di pensare, Agamben individua proprio nel concetto marxiano di essere genericoquel punto di svolta attraverso cui ridefinire l’essere dell’uomo non come una res, ma come un intensum, una intensità, e non una sostanza. Come la moltitudine in Dante, anche l’essere generico di Marx non è la somma numerica delle attività individuali; inoltre, il corpo dell’uomo coincide con il carattere costitutivamente politico della sua prassi. Sarebbe a partire dal concetto di essere generico, secondo Agamben, che Marx avrebbe forse pensato a una società senza classi e senza Stato. Allo stesso modo, il concetto di multitudo in Dante si colloca all’interno di una riflessione sull’impero, messo in relazione non con forme statuali, ma direttamente con il genere umano, concepito non come una somma di parti, ma come una totalità.

L’idea, quindi, che si potrebbe ricavare dalla fusione di questi due concetti è quella di immaginare una comunità politica non in relazione allo Stato e non come un insieme numerabile, quanto piuttosto come un insieme animato da una intensità che le conferisce una particolare dimensione politica. Se si tratta allora di ridefinire una comunità politica pensante, Agamben prosegue la sua riflessione recuperando un’altra importante mediazione: il paradigma dell’esule della cultura ebraica. Se per l’ebreo un popolo può esistere solo rinunciando a ogni organizzazione statuale, il filosofo pensa a una esperienza autenticamente politica solo nell’esilio, soglia che eccede tanto la sfera dei diritti che quella delle pene. Del resto, pure nell’ambito degli studi storici sul diritto, come viene ricordato, l’esilio è oggetto di controverse interpretazioni, trattandosi di un singolare diritto di sottrarsi con la fuga a una pena. Proprio per la sua posizione liminare, tale paradigma diventa per Agamben un modo per ripensare una vita umana integralmente politica che si colloca contemporaneamente dentro e fuori dall’ordinamento.

Il cuore del testo, infatti, è l’elaborazione di una teoria dell’anarchia che non pone sullo sfondo l’idea dell’abolizione dello Stato e delle istituzioni, ma da intendersi come un esercizio di continua delegittimazione dei presupposti su cui lo Stato si fonda, operato da una multitudo che non costituisca un coacervo inerte di individui, ma una comunità politica. Non si tratta di una teoria utopica, ma di una pratica costante e interna a uno Stato del quale tale multitudo ha il compito di destituire la forza. Se il limite della politica occidentale è stato, secondo Agamben, proprio quello di considerare la politica inseparabile dalla forma Stato, a partire da questa comunità autenticamente politica potrebbe essere ricostruita una idea spirituale dell’Europa. Il filosofo indica, infatti, nel saggio finale del suo libro, il grande capolavoro di Auerbach, Mimesis, come la fonte per ripensare un vero corpo della politica. Tale libro, lungi dall’essere solo una particolare storia letteraria, è da intendere nel suo intento quasi escatologico di salvare, attraverso dei campioni letterari, depositari di una particolare idea di realismo, una sensibilità e una forma di vita che ad Auerbach sembrava l’idea di Europa. Come scrive Agamben, «questo bene prezioso che per Auerbach definisce l’Europa è un certo modo particolare di afferrare e vivere la realtà quotidiana» (p. 81).

È questa idea di letteratura e di pensiero come spazio essenziale dell’umano e del politico che Agamben restituisce nella sua riflessione affidata a questo importante libro, il cui significato più profondo può essere forse condensato nell’immagine kafkiana del Nuovo avvocato, il quale non esercita più la sua professione, ma studia i vecchi libri di legge: «e non è certo un caso che il nuovo avvocato sia in realtà Bucefalo, il cavallo di Alessandro, che, pur restando tale, si è liberato una volta per tutte del suo cavaliere» (p. 50).

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