Diario di una spettatrice
Bertolucci tradito
Il film che Andrea Pallaoro ha tratto da una sceneggiatura inedita di Bernardo Bertolucci si sofferma più sui “soprammobili” che sulla sostanza di una storia che racconta lo strazio del dolore
Come si fa a non essere curiosi di vedere sullo schermo l’ultima sceneggiatura scritta da Bernardo Bertolucci pochi mesi prima della morte nel novembre 2018? Un soggetto rimasto inedito finché Nicola Giuliano della Indigo Film l’ha acquisito offrendolo al regista trentino Andrea Pallaoro, che giustamente lo ha affidato alle due sceneggiatrici che avevano già affiancato Bertolucci nella stesura, cioè Ilaria Bernardini e Ludovica Rampoldi. Nasce così The echo chamber (la stanza dell’eco), presentato nei giorni scorsi in concorso alla Mostra di Venezia. Un film carico di aspettative che non mantiene.
Certo una pellicola molto elegante: per la scelta del regista di proiettarla nel formato quadrato e di prediligere campi lunghi e inquadrature fisse; per le musiche firmate dal compositore francese Clément Ducol (era sua la colonna sonora di Emilia Pérez premiata con l’Oscar per la migliore canzone originale); ma soprattutto per la fotografia patinata di Diego García che carica di ombre evocative di fantasmi e di suggestioni in arancione il grande appartamento dove tutto avviene (nella fiction londinese, nella realtà romano).
Ma nonostante lo sforzo evidente dei tre protagonisti di dare corpo e anima ai personaggi di questa storia – Luca Marinelli è il produttore discografico Leonardo, la brava attrice svedese Alicia Vikander è la sua fidanzata fisioterapista Anne e Susan Sarandon la cantante Ava May che realizza con lui il disco della grande rentrée – il racconto non coinvolge e lo spettatore assiste a un film girato come una pièce teatrale che lo lascia solo sulla soglia del dramma che si consuma nel lussuoso appartamento arredato con grande attenzione ai dettagli. Del resto (lo hanno raccontato le due sceneggiatrici) Bertolucci si era definito con notevole autoironia “un regista di soprammobili”.
Al centro della storia c’è il dolore, fisico e psicologico, di Leonardo: un mal di schiena feroce non gli dà tregua e compromette la sua vita professionale, certo un’eco delle sofferenze patite da Bertolucci negli ultimi anni della sua vita. È questo dolore a fargli incontrare Anne, una giovane donna affascinante e misteriosa che ben presto diventa molto più di una fisioterapista, riempiendo il vuoto che lo devasta e che Leo tiene a bada con la cocaina. Solo lei riesce a gestire il suo dolore ricorrendo a sostanze sempre più forti. Ed è grazie a lei che lui riesce a realizzare il disco che segna il ritorno sulle scene di Ava May (forse ispirata a Marianne Faithfull).
C’è un aspetto della sceneggiatura che mi ha intrigata perché mi ha riportata al capolavoro di Hamaguchi Ryūsuke Drive my car, film del 2021 vincitore dell’Oscar. Nel film Leo e Anne si incontrano raramente pur avendo una relazione ad alto tasso erotico, spesso lei entra nell’appartamento solo dopo che lui ne è uscito. È come se la donna potesse scoprire la verità di quell’uomo sofferente e tormentato solo in sua assenza. Così si muove nelle stanze, osserva gli oggetti, annusa gli spazi in cui lui vive e si affretta a uscire non appena lui rientra. È esattamente ciò che faceva la studentessa nella storia raccontata dalla moglie del protagonista di “Drive my car” e ispirata da un racconto di Murakami. Ma in quel film Hamaguchi la caricava di significato – l’amore nel mistero dell’assenza – mentre Pallaoro si limita a rappresentarlo esteticamente senza fornire spiegazioni.
La pellicola si conclude con un finale ampiamente prevedibile. Mi resta il sospetto che il soggetto di Bertolucci avrebbe meritato un altro svolgimento: meno attento all’eleganza dei soprammobili e più consapevole dei fantasmi che abitano sempre le stanze dell’eco.