Pasquale Di Palmo
I deliri del bibliofilo

La fenice Artemisia

È rinato dalle ceneri delle bombe uno dei più bei libri del ’900 italiano, dopo che la prima stesura venne distrutta «per eventi bellici». Fu pubblicato nel 1947 in due differenti tirature, illustrate da incisioni di Maccari

Uno dei libri più belli del Novecento italiano è unanimemente considerato Artemisia di Anna Banti, soprattutto nella preziosa tiratura di testa. Il romanzo, senz’altro il più conosciuto della scrittrice fiorentina il cui vero nome era Lucia Maria Pergentina Lopresti, uscì nel 1947 da Sansoni in due differenti tirature: ordinaria e di lusso. Ma la vicenda del libro è piuttosto complessa e articolata, a partire dalla stesura originaria, come dichiarato dalla stessa autrice nell’avvertenza al lettore: «Un nuovo accostarsi e coincidere fra vita perenta e vita attuale; una nuova misura di connivenza storico-letteraria; il tentativo d’immettere nella palude bastarda dell’italiano letterario in corso, vecchie e potabilissime fonti dell’uso popolare nostrano: tali erano le ambizioni del racconto che, intitolato Artemisia, era alle ultime pagine nella primavera del 1944. In quell’estate, per eventi bellici che non hanno, purtroppo, nulla di eccezionale, il manoscritto veniva distrutto». Il manoscritto fu irrimediabilmente perduto, con eccezione di qualche estratto ritrovato tra le macerie. Nelle note allestite nel volume dei “Meridiani” dedicato ai Romanzi e racconti si legge: «Della prima stesura di Artemisia sappiamo ben poco, salvo che si trattava di una narrazione storico-biografica, organizzata in capitoli, come la stessa Banti scriverà a Maria Bellonci in data 27 maggio 1945 alludendo al ritrovamento, nel mucchio delle macerie, del “frontespizio, coll’indice dei capitoli”».

La nuova redazione del romanzo si situa tra il 1944 e il 1947, mentre la scrittrice attende a una traduzione da Virginia Woolf. Una volta compiuto, il lavoro viene proposto a Leo Longanesi che si rifiuta di pubblicarlo nella sua casa editrice, convinto che si tratti di un libro destinato a non avere alcun successo commerciale. Segue la rottura con i Longhi (il libro è dedicato «a R. L.», ovverosia al marito, il celebre critico d’arte Roberto Longhi). Annota a tal proposito nel suo diario Leonetta Cecchi Pieraccini il 5 maggio 1948: «Al mio ammonimento ch’egli ha avuto torto: “Sarà bello, sarà ben scritto quello che vuole ma io son sicuro che l’hanno letto soltanto gli amici e coloro che hanno avuto il libro regalato o in prestito. Scommetto che non esistono dieci lettori che l’hanno comprato”».

L’edizione, completa di sovraccoperta decorata con ritratto della pittrice, uscì da Sansoni (L’Impronta) nella collana “Letteratura Contemporanea”, con la riproduzione di undici linoleografie a due colori di Mino Maccari che illustrerà anche la copertina del romanzo Il bastardo, edito nel 1953, sempre per i tipi dell’editore fiorentino nella collana “Biblioteca di Paragone”. La rivista «Paragone» era stata fondata dalla Banti e da Longhi nel 1950 e alternava numeri dedicati alle arti figurative e alla letteratura. Sembra che la tiratura di testa sia uscita parecchi mesi dopo, nel 1949, come riporta nella bibliografia il succitato “Meridiano”. È del 20 giugno 1948 una lettera di Maccari alla scrittrice in cui si specifica di voler «condurre a termine la stampa speciale di Artemisia, se la tipografia si metterà subito a mia disposizione». Il colophon tuttavia riporta la seguente dicitura: «Di questo romanzo di Anna Banti, la prima edizione fu terminata di stampare per i tipi de “L’Impronta S.p.A.” in Firenze, il giorno 9 dicembre 1947. Le undici incisioni originali e dirette di Mino Maccari furono tirate a due colori a cura dell’autore. Cento esemplari in-8° grande su carta “Nettunia” di Fabriano furono numerati e le incisioni, in numero di dodici, tirate a tre colori».

L’incisione mancante nella tiratura ordinaria è l’ultima, intitolata Rochester, riproducente dei vascelli. Una linoleografia, Donna Virginia, risulta modificata in lastra e migliorata. I cento esemplari della tiratura di lusso si distinguono inoltre per la presenza di camicia, pergamino protettivo e custodia, nonché della copertina bianca, priva di illustrazioni e con pecetta applicata. Il libro, misura cm 22,9 x 18,2 contro i cm 20,7 x 14,3 dell’edizione ordinaria e comprende VIII-216 pagine. Presenta fogli sciolti, diseguali, in barbe, per un totale di 13 ottavi e due quartini ab initio et in fine. Per le illustrazioni fuori testo furono utilizzate 12 carte diverse. Nelle Rarità bibliografiche del Novecento italiano, Gambetti e Vezzosi precisano: «Il volume fu in seguito rifilato e ricopertinato con il marchio “Unione Editoriale”».

Mentre la tiratura in brossura è relativamente facile da trovare sul mercato antiquario, con prezzi che si aggirano tra i 100 e i 150 euro, gli esemplari di testa sono piuttosto rari con quotazioni attestate intorno ai 1500 euro. La vicenda è stata ricostruita nel 2007 da Margherita Ghilardi nel volume eponimo della collana dedicata dalla Utet ai 100 capolavori del Premio Strega (il libro si aggiudicò il secondo posto nel 1948, dietro Villa Tarantola di Cardarelli). Il romanzo fu infine ristampato da Mondadori nel 1953 nella collana “Grandi narratori italiani” mentre l’autrice avrebbe preferito fosse incluso nella “Medusa”. Seguirono numerose ristampe anche da parte di altri editori. Nel 1974 fu accolto negli Oscar mondadoriani con prefazione di Attilio Bertolucci che osserva: «Artemisia stava, e sta, a sé, un po’ difficile, forse impossibile a classificarsi: non biografia romanzata, certo, neppure romanzo storico… Che so, ritratto un po’ immaginario, eppure ferreamente documentato, d’una persona […] il cui destino […] meritava d’esser conosciuto, e ricordato, come esemplare». Esiste anche una riduzione teatrale che apparve, con lo stesso titolo, nel numero di «Botteghe Oscure» dell’autunno 1959 da cui si ricavò un estratto, stampato dall’Istituto Grafico Tiberino di Roma, poi confluita nel volume Corte Savella, edito da Mondadori nel 1960.

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