Pasquale Di Palmo
I deliri del bibliofilo

Rebora, la poesia in odio alla poesia

Storia editoriale dei “Frammenti lirici”, raccolta di «versi acerrimi e spigolosi, emblematicamente dedicati “Ai primi dieci anni del secolo ventesimo”». Dopo molte revisioni, furono pubblicati presso la Libreria della Voce nel 1913

In data 14 gennaio 1912 Clemente Rebora scriveva all’amico Angelo Monteverdi: «se hai tempo d’informarti intorno all’eventuale spesa per l’impressione (nel senso materiale della parola!) dei miei Frammenti lirici, eccotene alcuni dati: saranno una cinquantina, dei quali una quindicina fra i 50 e i cento versi – formato tipo Quaderni della Voce (si dice in 8°?) – numero di copie: quanto costerebbero 100, e quanto 500. Le pagine – senza sciupio di fogli bianchi divisori – saranno, cred’io, su per giù 200, in un corpo non troppo grande […] È una bella fissazione la mia; tanto più che la mia professione mi lascia poco tempo per vestirli decentemente cotesti miei poetici parti, come dicevasi un tempo; tanto più che – vecchi o recenti, gravi o labili – son tutti ugualmente inattuali in questo fragore italico, nel quale c’è altro da pensare; tanto più che forse io m’illudo sul loro qualsiasi diritto alla vita».

Siccome l’amico tarda a rispondere, Rebora in data 23 marzo precisa in tono piccato: «Ohimè, quale sciocchezza ho fatto a mandarti i miei “versi”! Potevo pensare ch’essi valessero la perdita (o quasi) della tua amicizia? Ma, perdio, bruciale quelle carte; e ritorna a farmi sapere di te! Non perdere un attimo di tempo intorno ad un giudizio o a una delusione velata di giudizio intorno a parole ch’io non ricordo ormai più d’aver scritto e che odio perché mi hanno procurato il tuo silenzio». Di fronte ai giudizi espressi infine da Monteverdi, il poeta sentenzia il 15 aprile: «Come hai potuto durar una fatica simile? La tua critica – che spesso è su un piano diverso della mia (sebbene assai più feroce, questa!) – mi ha ridato la nozione di certe cose e la certezza di non farne nulla, proprio». Lo stesso Monteverdi, coadiuvato da Antonio Banfi, si adopera come intermediario con Giuseppe Prezzolini che interloquiva con Rebora sin dal febbraio 1909. Così il poeta scrive a Prezzolini in data 31 gennaio 1913: «Banfi ti invierà i miei frammenti lirici, concentrazione poetica magrolina di un passato letterario-spirituale ch’io ho distrutto con (molto) buon senso tempo fa; ho salvato appena quelli, perché qualche “persona per bene” che ha avuto modo di leggerli, li ha un poco amati e vorrebbe che li pubblicassi. Si cade sempre e sempre nei versi, dirai; e in che non-versi! Non so che farci: ma è forse anche per odio alla poesia che ho poetato». Rebora nel frattempo continua a modificare il testo e invia altre poesie in aggiunta a Monteverdi per il successivo inoltro a Prezzolini che esprime un giudizio positivo sulla raccolta, ma avanza riserve su qualche frammento della stessa. In data 1° marzo 1913 Rebora scrive a Banfi: «Prezzolini cercherà di aiutarmi per i miei Fr. presso un editore di più onesta accontentatura; gli sono piaciute alcune cose mie; e accanto, nausea per alcune altre (le ha chiamate chitarrate, no; organettate, vocabolo che dà un ceffone più stagno e forte)».

Il lavoro di revisione prosegue con il sostegno degli amici, soprattutto di Monteverdi. Rebora pensa anche a un nuovo titolo, I guinzagli del Veltro. Dopo una serie infinita di ripensamenti, scrive infine a Banfi il 7 aprile: «Per questo mi son deciso di pubblicarli subito (vedrò Prezzolini domenica) presso la Libreria della Voce, dove avrò una rapida amorosa, non cara stampa di essi». Sarà il fratello Gino ad assumersi le spese di stampa. A metà maggio corregge le bozze, aiutato dall’amica Daria Malaguzzi che così ricorda quell’esperienza: «Quella notte di maggio del 1913 stemmo fino a tarda ora a leggere, rileggere, annotare; poi Rebora desiderò che io stessa scrivessi il “licenziato per la stampa” […]; e il pacchetto fu annodato da me, e nel nodo strinsi un mazzetto di violette di Parma. Uscimmo quindi insieme: avevamo bisogno tutti e due di vedere il cielo sulle nostre teste».

Dopo un’ulteriore revisione effettuata dall’immancabile Monteverdi, il poeta si accorge di aver omesso quattro versi del Frammento LXIII. Ma il volume è già in fase di stampa e viene dunque allestito un errata corrige, in cui paradossalmente compare un altro errore. Quattro composizioni vengono anticipate nel numero della «Voce» del 12 giugno. A fine mese il libro è stampato presso lo Stabilimento Tipografico Aldino di Firenze e messo in vendita al prezzo di 3 lire, come avverte lo stesso autore nella lettera inviata a Prezzolini il 1° luglio: «Ho ricevuto le copie dei Fr.; e sono lieto della lor veste tipografica, linda e senza smancerie: non posso tacere tuttavia quanto mi dolga l’imperfezione della loro onorabilità; era forse necessaria ancor una prova di stampa. Inezie, del resto; ed io ti ringrazio invece del molto buono». Il libro viene accolto da recensioni piuttosto fredde, a cominciare da quella di Emilio Cecchi sulla «Tribuna» del 12 novembre 1913 che definisce Rebora «fiacco poeta idealista». Tale giudizio sarà compensato l’anno successivo da Giovanni Boine che pubblicherà sulla «Riviera ligure» di settembre un articolo elogiativo, in aperta contrapposizione con le riserve avanzate dall’amico Cecchi. Dopo un periodo di oblio saranno Contini e Betocchi a rivalutare la raccolta nel 1937: l’anno precedente l’autore era entrato in qualità di sacerdote nell’ordine rosminiano. Nel 1922 apparvero i Canti anonimi per Il Convegno Editoriale di Milano, mentre nel 1947 Vallecchi stamperà, a cura del fratello Piero, l’antologia delle Poesie; nell’ultimo periodo di vita Rebora stamperà una serie di plaquette con l’amico Scheiwiller.

La quotazione di un buon esemplare dei Frammenti lirici, completo dell’errata corrige, può superare i 1000 euro. In copertina figura soltanto il nome dell’autore e il titolo dell’opera con appaiati due piccoli fregi editoriali. Il famoso logo della «Voce», realizzato da Soffici, appare nel frontespizio. Il volume, comprendente 52 poesie, misura cm 20,3 x 14,8 ed ha 136 pagine. Nessun vezzo editoriale, una semplice brossura in linea con quei versi acerrimi e spigolosi, emblematicamente dedicati «Ai primi dieci anni del secolo ventesimo».

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