Pasquale Di Palmo
I deliri del bibliofilo

Sotto il segno dei Meidosems

Arte e scrittura nel libro più ricercato di Henri Michaux. Protagonisti esseri immaginari dalle sembianze cangianti che rappresentano una «paradigmatica messinscena dell’ambigua predisposizione dell’uomo a sopraffare l’uomo»

Meidosems si può considerare uno dei libri più ricercati di Henri Michaux, in virtù del fatto che riesce a coniugare splendidamente arte e scrittura. Uscì per le Éditions du Point du Jour dell’amico René Bertelé che nel 1946 aveva pubblicato sia la raccolta Apparitions, arricchita da alcune illustrazioni dell’autore, sia Peintures et dessins (nello stesso anno Bertelé licenzia anche la monografia su Michaux apparsa nella collana «Poètes d’aujourd’hui» di Seghers). Dal colophon si ricava che Meidosems fu finito di stampare il 31 ottobre 1948 in un’edizione comprendente 297 esemplari di cui XX numerati. Nel volume compaiono dodici litografie originali di Michaux; 21 esemplari risultano firmati dall’autore e dall’editore e «accompagnés d’une suite en trois couleurs des lithographies». Un buon esemplare è quotato dai 3000 euro in su.

Il volume consta di 100 pagine e presenta in copertina una litografia che abbraccia anche la quarta, in cui il mondo dei Meidosems viene splendidamente rappresentato. Su fondo nero le figure bianche si allungano a dismisura, enigmatiche come le sculture filiformi di Giacometti. Sono segni ricavati con una tecnica inusuale per Michaux, quella maniera nera litografica che permette al poeta belga di scoprire il bianco che si nasconde sotto la superficie scura. Solo nell’ultima litografia questo processo viene invertito, lasciando posto a una composizione astratta in cui la figura centrale si accampa sotto un orizzonte impenetrabile rappresentante una marina, un volo irregolare di uccelli o forse niente di tutto questo.

Si pensi a ciò che l’autore disse, in un’intervista concessa a Jean-Dominique Rey, a proposito della propria pittura: «Lo spettatore è padrone dell’impressione. Io fornisco una certa quantità di elementi, di segmenti animati. Per me questo non fa parte di nulla, tutto è movimento. Se gli altri ci vedono una battaglia, una ritirata o un annegamento oppure, come mi diceva recentemente un giovane, una mischia amorosa – cosa che non ha mancato di sorprendermi – si è liberi di farlo. Io so solo che il mio quadro c’è, quando c’è maggiore movimento. E mi fermo prima dell’aneddoto».

L’esemplare da noi consultato porta il n. 69 ed è arricchito da una dedica autografa dello stesso autore all’amico e traduttore svedese Ingemar Gustafson: «à Ingemar Gustafson puisse-t-il rencontrer les Meidosems comme amis». Il volume è incluso in un’elegante camicia editoriale rigida di color crema con il dorso verde in cui figura sia il nome dell’autore sia il titolo. Il libro, che misura cm 25,7 x 20, raccoglie una serie di prose dedicate al mondo dei Meidosems, neologismo che indica degli esseri dalle abitudini misteriose che ricordano alla lontana le fantasiose e, al tempo stesso, rigorose ricognizioni geografiche che Michaux compie presso popolazioni immaginarie presenti nel trittico di Ailleurs che, non a caso, esce nel medesimo anno presso Gallimard. Le abitudini degli Emangloni o degli Obolli vengono descritte nel Voyage en Grande Garabagne che costituisce la prima parte del trittico, pubblicata originariamente nel 1936 da Gallimard, a cui seguirono Au pays de la magie, uscito sempre per i tipi di Gallimard nel 1941, e Ici Poddema, stampato a Losanna da Mermod nel 1946.

Leggendo i resoconti dei viaggi immaginari di Michaux si ha l’impressione di osservare quelle antiche carte geografiche dove appare, abbarbicato a uno scoglio, un drago o un serpente marino dalle cui fauci sprizzano vampate di fuoco. Non è un caso che Michaux volesse riprodurre l’atlante, da lui stesso disegnato, delle terre abitate dalle popolazioni rappresentate nei suoi resoconti allucinati. In realtà non si capisce cosa siano i Meidosems: a volte si ha l’impressione che abbiano un vago aspetto antropomorfo, in altri momenti le sembianze cangianti di una medusa che nuota sott’acqua.

Come spesso succede nella sua opera variegata in realtà l’intento di Michaux è quello di confondere il lettore. Non c’è alcuno sviluppo logico in questi incontri, la linea kafkiana del raziocinio coniugata alla dimensione dell’incubo è ribadita mediante la maniacale registrazione di immagini sconnesse come una crepa che attraversa a zig-zag un muro. Michaux si accontenta di descrivere la ragnatela che cattura alcuni momenti della vita di questi esseri prima che ripiombino nell’abisso, ma lo fa con un rigore e una disciplina che risultano sproporzionati rispetto all’oggetto trattato. I Meidosems rappresentano, con la loro vita ambigua, con il loro aspetto sfuggente, disarmante, una paradigmatica messinscena dell’ambigua predisposizione dell’uomo a sopraffare l’uomo. Il nemico cresce gradualmente dentro di sé, alimentato come la fiamma dell’autodafé dall’incuria e dallo smarrimento quotidiani. È stato detto che Michaux elabora «una seconda biografia fittizia», una biografia fatta di spostamenti, spaesamenti, vani appostamenti nel tentativo di stanare la propria voce interiore.

Prestare la propria voce ai Meidosems si dimostra in tal senso uno degli obiettivi primari della raccolta, come se l’alfabeto di questi esseri si risolvesse in un incomprensibile groviglio di segni, in un inestricabile intrico di linee dove si impigliano casualmente alcune immagini prive di senso. Con una precisione da entomologo Michaux fissa sulla pagina i movimenti innaturali dei Meidosems allo stesso modo delle sue taches d’encre o delle visioni aberranti prodotte dalla mescalina. Non bisogna sottovalutare a questo riguardo l’influenza esercitata in gioventù dalla lettura dei mistici medievali che si rovescerà in quello che Cioran ha definito «feticismo dell’infimo». Per far questo Michaux ricorre a un linguaggio piano, antiletterario, con cadenze che a tratti sembrano derivare più da un manuale scientifico che da un’opera poetica. Ma il tempo dei Meidosems è ormai finito. Michaux lo conferma in altro contesto: «Lo dico per il vostro bene, un visionario non può durare a lungo».

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