Pasquale Di Palmo
I deliri del bibliofilo

Il caso Delfini

Fin dal “Ritorno in città” è paradossale che in un contesto editoriale importante, i testi dello scrittore modenese non abbiano avuto una diffusione adeguata al loro valore. Con un'unica eccezione per “Il ricordo della Basca”, recuperato nell'82 da Einaudi

È quasi doveroso in questa rubrica affrontare il caso editoriale di Antonio Delfini, autore irregolare che per tutta la vita si misurò con ogni tipo di pubblicazione: dal libro al manifesto, dai periodici al collage. Alcuni volumi sono introvabili, come Marantogide, dal curioso titolo ricavato dalla fusione dei nomi dello stesso Delfini e di Gino Marotta che illustrò questa anticipazione di quindici Poesie della fine del mondo, pubblicata da Feltrinelli nel 1961 nella «Biblioteca di Letteratura I Contemporanei», diretta da Giorgio Bassani (si vedano anche le due anteprime apparse sulla rivista «Il Caffè»). L’edizione autofinanziata di Marantogide, senza luogo di stampa e senza data (ma 1960), comprendeva una tiratura di 55 copie numerate che l’autore distrusse integralmente, a eccezione del primo esemplare.

Anche il libro d’esordio di Delfini presuppone una storia molto articolata. Ritorno in città uscì infatti in una brochure di 72 pagine contenente undici poemetti in prosa nel 1931 a Modena, città natale dell’autore che, secondo l’opinione manifestata in un più tardo volumetto scheiwilleriano, ispirò la Chartreuse di Stendhal. Si tratta di un testo pagato a spese dell’autore che in copertina presenta la dicitura di una fantomatica collana di «Scrittori padani», spacciata per sigla editoriale; più sotto è presente la seguente dicitura: «in vendita presso l’antica libreria G.T. Vincenzi e Nipoti – Modena MCMXXXI». Un paio d’anni dopo il libro venne ricopertinato da Guanda, il cui factotum, Ugo Guandalini, era un carissimo amico e sodale di Delfini. «Scrittori padani» diventa allora il nome di una collana di Guanda che nel 1932 ha intrapreso l’attività editoriale. In una dedica manoscritta a Eurialo De Michelis, l’autore precisa: «Di questo volumetto stampai, a mie spese, 500 copie. Non vi fu lancio. Tra vendite ed omaggi ne andarono 300. Ne restavano 200 copie che pensai di mascherare come 2a edizione presso l’editore Guanda. Quello che ho fatto non è serio, ed è bene dirlo nei giorni in cui sta per uscire “Oggi”».

In Immagini di Antonio Delfini, curato da Andrea Palazzi per Artestampa nel 2007, figura la riproduzione di un manifesto che l’autore affisse sui muri della città: «Antonio Delfini lancia il suo primo libro! Modenesi, leggete, ammirate e pagate L. 2,50. Ribasso del 50 per 100. Collezione Scrittori Padani». Il libro era emblematicamente dedicato «a Fafner, gatto nero intelligente, affettuoso e poeta». Nello stesso catalogo figurano alcune prove grafiche realizzate dall’autore per il progetto di copertina.

Ritorno in città sarà riproposto da Guanda in calce al volumetto postumo Lettere d’amore, edito nel 1963 insieme ad alcuni documenti d’epoca, tra cui la riproduzione della copertina del 1933 e la fotografia che ritrae autore ed editore sulla spiaggia di Rimini qualche anno prima. Sia Poesie della fine del mondo sia Lettere d’amore ebbero una vicenda travagliata, in quanto i familiari di Luisa B., ragazza parmigiana con la quale lo scrittore ebbe una relazione, provvidero a fare incetta di copie al fine di distruggerle, esasperati dalle invettive ivi contenute. Nella prefazione a Lettere d’amore, Giacinto Spagnoletti così ricostruiva la vicenda: «Poco tempo prima di abbandonare Modena per il suo ultimo soggiorno romano, lo scrittore si fermò qualche ora a Parma, in casa dell’editore Guanda. Prima di partire annunciò alla signora Michín, moglie del suo vecchio amico modenese, che avrebbe ricevuto presto un plico contenente lettere d’amore ed altri oggetti personali che non sentiva di dover affidare ad altre mani. Benché la sua storia d’amore con una ragazza di Parma fosse ben nota ai Guanda, pure la signora Michín fu sorpresa di accettare in dono dei documenti che avevano tanto del privato; ma Delfini, insistendo, trovò il modo di convincerla che si trattava dopotutto di un’offerta editoriale, la cui realizzazione poteva benissimo essere rimandata a dopo la sua scomparsa. Il plico, infatti, è rimasto sigillato fino a qualche mese fa». Nella fascetta editoriale si legge: «Il diario di una passione avvilita. La ferita geme ancora sangue, nella testimonianza dello scrittore, anche se la sua vita si è ormai arresa».

È dunque paradossale che, anche quando vedono la luce in un contesto editoriale importante, i testi di Delfini (nella foto) non abbiano una diffusione adeguata al loro valore. Il suo destino è quello di essere considerato uno scrittore per pochi eletti, nonostante i ripetuti tentativi intrapresi da Einaudi e Garzanti, sollecitati da un estimatore d’eccezione come Cesare Garboli, di rendere le sue opere meno circoscritte all’ambito meramente specialistico. D’altronde per il bibliofilo l’opera di Delfini è un vero e proprio toccasana, diramandosi dall’autoedizione delle Poesie dal quaderno n. 1, stampata in 150 esemplari nel 1932, al Fanalino della Battimonda, pubblicato dalle Edizioni di Rivoluzione nel 1940, al Manifesto per un Partito Conservatore e Comunista, uscito da Guanda nel 1951. Per non parlare dei manifesti, dei periodici («L’Ariete», «Lo spettatore italiano» e, con l’amico Mario Pannunzio, «Oggi» e «Caratteri») o dei libri stampati sotto pseudonimo, come Tabella delle più significative opere della letteratura italiana uscite fra le due grandi guerre 1918-1940 di Franco Franchini, edita nel 1943 da Guanda.

Un discorso a parte merita Il ricordo della Basca che venne pubblicato in tre differenti versioni, prima del recupero effettuato da Einaudi nel 1982. A proposito dell’edizione originale, licenziata da Parenti nel 1938, il diretto interessato scrisse: «Quando il libro poté uscire, non venne diffuso. Anzi fu il meno diffuso, della collezione meno diffusa, dell’editore meno diffuso d’Italia». La ristampa viene effettuata da Nistri Lischi nel 1956 mantenendo inalterato il titolo ma con il sottotitolo Dieci racconti e una storia. Ai testi viene anteposta una lunga prefazione dell’autore, di taglio autobiografico (con tutte le ambiguità del caso), così definita dallo stesso autore: «Chiedo scusa al lettore per la lunga prefazione, o come la si vuol chiamare e, intanto, gli faccio appello di non domandarmi (se leggerà il libro): “Perché la Basca? Chi è? Cosa vuol dire?”». La terza edizione, uscita per Garzanti nel 1963 con il generico titolo I racconti, accoglie anche Il 10 giugno 1918, novella anticipata due anni prima da «L’Illustrazione Italiana». Al volume venne assegnato il Premio Viareggio su interessamento di Pasolini e Moravia. Peccato che Delfini non ci fosse più.

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