Giuseppe Ungaretti
In ricordo di Carlo Guarienti

Oltre Carpaccio

Riguardando le pitture di San Giorgio degli Schiavoni, Ungaretti evoca l’arte di Guarienti, «un pittore dei più strani che ricorrono oggi alla stranezza» costituendo così «la sua originalità … fino a raggiungere un sublime inerte ma straziato dentro». Suo merito l'avere imparato, anche da Carpaccio, «come un incubo potesse diventare l'oggetto della più crudele rivelazione della tristissima condizione umana»

Si è spento lunedì 4 dicembre a Roma il pittore Carlo Guarienti. Nato a Treviso nel 1923, aveva da poco compiuto cento anni. Nella sua lunga e infaticabile vita artistica ha frequentato linguaggi e temi diversi, sperimentando tecniche nuove. Nell’ottobre del 2022 gli è stata dedicata una grande retrospettiva al Castello Estense di Ferrara, La realtà del sogno, con oltre cento opere tra dipinti e sculture, testimonianza viva di un percorso «segnato da un constante, quanto coerente, processo di metamorfosi».
Succedeoggi lo ricorda con un testo di Giuseppe Ungaretti a lui dedicato nel 1968, pubblicato nel catalogo delle Edizioni del Naviglio Milano.

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L’altro giorno ero a Venezia e l’antico Ungaretti, non il vecchio, che non è mai esistito – l’antico Ungaretti aveva un unico desiderio, quello di tornare a vedere il Carpaccio, tutto quello che, dipinto da lui, può vedersi a Venezia. Volevo, per l’acutezza dell’intelligenza e la furia strana del sentimento che lo lega a me, lo scoprisse da sé la giovane donna che mi accompagnava. Sarebbe stata una conferma che ho la vista buona, che l’ho avuta sempre, che posseggo capacità di giudizio equo cui l’accensione del cuore torna ancora, alla mia bella età, a darmi conferma. Se un pittore dei più strani tra quanti non arbitrariamente, ma per eccesso d’impulso espressivo, ricorrono oggi alla stranezza, uno, accompagnandoci assente, ci osservava in sottecchi, mentre, da San Giorgio degli Schiavoni, all’Accademia, al Palazzo Ducale, senza che potesse indovinarlo la mia accompagnatrice, la quale di Guarienti pittore non sapeva proprio nulla – quell’uno, accompagnatore, era difatti Carlo Guarienti.

Non scalmanatevi, miei quattro cortesi lettori, so con precisione il peso delle parole, e non da oggi. Non sono un indovino e non oso prevedere se Guarienti occuperà nella pittura di domani un posto, non simile, sarebbe troppo, ma di qualche importanza che, con la necessaria modestia nell’operare, possa correre il rischio di presumere di ricordare quella di precipua importanza che dal Quattrocento occuperà sempre nei secoli, il Carpaccio. Mi volevo permettere unicamente di osservare che una pittura ne evoca, bene o male, sempre un’altra, e va così per tutte le arti, e Dio mi guardi dallo stabilire un qualsiasi paragone, e, difatti, quanto a qualità, quanto a sommità di genio, qualsiasi paragone è sempre sciocco e assurdo, un artista distinguendosi dall’altro appunto per le proprie doti, doti, genio, inimitabili, assolutamente unici se l’artista è di qualche valore che possa ambire di farsi almeno una stradina nella storia.

Dicevo del modo di Guarienti, che costituisce la sua originalità, e sino dal primo momento, sino dal tempo dei suoi ritratti, delle sue palloncione di biliardo, palle d’una ripugnanza più che disumana, o nemmeno infernale, sarebbe un segno umano, di una ripugnanza peggio che brutale, peggio che dannata. L’assurdo di quei ritratti, il colmo dell’assurdo, è che non si disgiungeva in essi una stolta abilità accademica da una demenza che non direi erotica, ma mostruosa, o, peggio, più dura che se fosse fossile bestialità, troppo dura, intaccabile. Nelle opere recenti ha aggiunto uno stridio caricaturale che moltiplica all’infinito la ferocia delle sue immagini, le squarta, le squarcia, le lacera, le picchia, le stritola, ne fa incubi, vi accresce l’incubo di quanto faceva ieri fino a raggiungere quasi il convulso fisso d’un sublime inerte, ma straziato dentro, mosso sino al parossismo nell’occulta forsennatezza.

Ho osato osservare che il Carpaccio qui, negli incubi del nuovo pittore, in incubi, non in sogni, il Carpaccio aveva fatto capolino. Non aveva concesso che da lui altro, questa volta, il nostro Novecentista, imparasse se non la lezione dell’incubo, se non l’incubo di quei corpi, di ragazze e di ragazzi, nudi, dimezzati, divorati dai piedi alla cintola, dal mostro che si cibava di sessi e che San Giorgio stava infilzando con la sua lancia dalle fauci al ventre immondo. I cadaveri non ancora stati offesi dal marcire, sparsi, sotto la pancia equina, lividi, sparsi sul terreno livido, lividi. La lezione, non era la maggiore lezione del Carpaccio. Non era nemmeno una lezione, era, da parte di Guarienti, l’avere imparato come un incubo potesse diventare l’oggetto della più crudele rivelazione, della tristissima condizione umana. La lezione, Guarienti l’ha imparata guardandosi intorno nel secolo che è suo, che va mutandosi non sa come, uno che non è come me e chiunque, profeta.

Sono ragguagli utili a chi voglia sapere in quale modo, davvero insolito, forse non impiegato mai, Guarienti arrivi ai risultati delle sue raffigurazioni. Risultati straordinari, abbiamo tentato di farlo capire, e non esitiamo a ridirlo mille volte. Ma poco me ne importa di conoscere con quali mezzi il pittore sia arrivato, e poco importa a chi non chieda all’arte che di gustarla di averne piacere o d’esserne indotto a provarne ribrezzo. Per un semplice amatore d’arte, come io sono in questo caso e sempre, il dovere è di lasciare da parte l’elaborazione tecnica, la novità di mestiere da parte dell’artista, la quale per il detto amatore, non può in sé avere significato né altro motivo alcuno di estetica, intellettuale o sentimentale effetto. Solo l’effetto conta per un critico d’arte, anche per uno che sia, come me, tanto poco un critico, ma l’intendimento dell’espediente tecnico è supplito, se non esagero, da me, umilmente, da quel poco di poesia che in lunghi anni mi è riuscito di fermare, forse per sempre, nelle parole. Comunque voglia essere Guarienti, e nelle ultime opere, addirittura con l’incubo sfrenato e spinto a diventare persino giocoso, si guardi quella tale figura come in una mano regga una civetta, o sarà un gufo, e dall’altra porga in basso un monetone, forse un bersaglio.

C’è, in un’opera come quella della quale siamo andati dando la descrizione, anche se in forma succinta e forse anche un po’ vaga, come una cert’aria giocosa, a prima vista, c’è, ma che subito recupera, quello scostante avventarsi, quell’inorridimento e insieme quell’insensata, provocatoria temerarietà, di tutte le altre dell’ultimo periodo. Già nel primo non si stava meglio. Non voglio dilungarmi in altre osservazioni, o direi meglio, in probabili indicazioni di significato; ma voglio dire, lo si ami o lo si detesti, Guarienti è artista di misurabile importanza, artista che non manca di voglia di guadagnarsi un posto tra i valenti d’oggi. La seconda parte dell’opera di Guarienti, quella che oggi si espone, non si è curata né è guarita, per originalità, del male che la fa deforme.

Mi domando, perché Guarienti faccia cavalli – e terribile il Carpaccio ne aveva fatto uno, quello di San Giorgio, del San Giorgio degli Schiavoni già ricordato – e dia loro quell’aspetto esorbitato, quell’avventata implacabilità d’Apocalisse? Perché non è mai, nella sua pittura, amabile, né equo, ma temerario, Guarienti, lui gentiluomo tanto compito e di gradevole compagnia? Più volte torna a presentarglisi il cavallo e sempre più ombroso e arcigrosso, strepitosamente infernale. Perché nelle figurazioni sparisce sempre la ragione e prevale di continuo un’ebetudine scatenata? Perché a un certo punto tutto è atletico, persino la figura muliebre, e pazzesco, anche se rappresentando una femminea figura non può esimersi dall’apparire anche nei tratti che ferma, un pochino, un pochinissimo, di sfuggita, toccato da qualche tenerezza?

Riassumendomi riaffermerò, senza ambagi, e senza peli sulla lingua, che l’effetto precipuo che fa la pittura di Guarienti, è effetto di orrore, è effetto d’un’ostilità verso chi guardi senza alcuna misericordia. È un’arte d’orrore, un’arte crudelmente blasfema. Sino dalle prime opere, da quelle riprodotte nel volumetto dedicatogli da Giovanni Comisso, voglio dire sino dal tempo dei testoni ultraduri e ultraebeti, il carattere spavaldo, cieco e sacrilego è evidente. Non si salva nemmeno l’autoritratto, nemmeno si salvano i connotati felici della gentildonna che con insuperata grazia l’accompagna nella vita. Siamo esposti e dannati, nell’opera di Guarienti, a percorrere tempi nei quali il mutarsi non riesce a suggerirgli alcuna speranza. I tempi dovranno, anche se l’uomo nella sua speranza si illude, mutarsi certamente in tempi di giustizia, della giustizia uguale, anche nei beni terreni, per tutti. Null’altro di meglio, di più profondo, di più vero, potrebbe significare una pittura che non dimenticava il drago e il cavaliere, il quale, scavalcando i corpi, dal mostro, ed ai piedi sino al busto dimezzati avendoli evirati, il mostro abbatte per sempre, conficcandogli nelle fauci orrende, la lancia inesorabile, sino in fondo alla pancia affamata di erotici cibi. E vorrei, se dovessi esprimere un desiderio, che Guarienti imparasse dal Carpaccio anche la lezione della grazia, come si vede in quella Sant’Orsola che dorme e sogna a letto, accanto al letto vuoto ma colmo d’una promessa che è certo personificazione della felicità.

Sono stato severo? Ma un artista di vaglia, una sicura promessa dell’arte, che fa l’arte che fa, so che avrebbe disprezzato moine.

Si ringrazia l’erede di Giuseppe Ungaretti per la gentile concessione.
© Riproduzione riservata
(Nelle immagini: vicino al titolo, Carlo Guarienti al lavoro nel 2020; quattro opere di Carlo Guarienti: “San Girolamo”, 1946; “Susanna e i vecchioni”, 1965; “Il figliol prodigo da piccolo”, 1967; “Cavallo”, 1966)

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