Pasquale Di Palmo
I deliri del bibliofilo

Quell’irreperibile esame di coscienza

“Il Porto Sepolto” di Giuseppe Ungaretti è tra i titoli novecenteschi più difficili da reperire sul mercato antiquario. «A dire il vero – ha annotato il poeta – quei foglietti... non erano destinati a nessun pubblico»

Dopo aver pubblicato alcune poesie sulle riviste «Lacerba», «La Voce» e «Diana», Ungaretti licenzia la raccolta Il Porto Sepolto, presso lo Stabilimento Tipografico Friulano di Udine, come si evince da questa sua nota: «Il Porto Sepolto fu stampato a Udine nel 1916, in edizione di 80 esemplari a cura di Ettore Serra. La colpa fu tutta sua. A dire il vero, quei foglietti: cartoline in franchigia, margini di vecchi giornali, spazi bianchi di care lettere ricevute… – sui quali da due anni andavo facendo giorno per giorno il mio esame di coscienza, ficcandoli poi alla rinfusa nel tascapane, portandoli a vivere con me nel fango della trincea o facendomene capezzale nei rari riposi, non erano destinati a nessun pubblico». Com’è risaputo, i versicoli del Porto Sepolto raccolgono il diario della dolorosa esperienza di Ungaretti come soldato semplice sul Carso, con esiti tra i più rappresentativi della stessa lirica novecentesca, anche se Gianfranco Contini osserva: «Più che il “diario”, a cui troppi s’appigliarono, all’origine della disposizione poetica ungarettiana sta l’“unanimità”; la quale, per una parte, si ricollega a un senso corale della terra, della patria, della socialità». 

Leone Piccioni, nella sua Vita di Ungaretti (Rizzoli, 1979), così descrive l’incontro con Ettore Serra: «Per la pubblicazione del Porto Sepolto, ecco l’incontro con il “gentile Ettore Serra” di cui in Commiato. Era un giovane tenente, amante della poesia e poeta lui stesso, lettore della “Voce” e di “Lacerba”. Nella primavera del ’16 (in aprile, appunto, come si può controllare dal “diario” poetico di Ungaretti) era a Versa: vi giunse a riposo il reggimento di Ungaretti, 19° fanteria della Brigata Brescia, dopo un mese e mezzo e forse più passato sul Carso, in trincea. Serra ha raccontato che passando per l’acquartieramento di quel reparto, notò, per un puro caso, un fante che si distingueva dagli altri per il suo portamento trascurato e per il disordine della sua tenuta militare e della persona: camminava lentamente, dondolando, le mani in tasca, il cappello militare di traverso, le scarpe sporche, esposto al sole, godendoselo, “come una lucertola”. Non gli passava neppure per la testa di salutare un superiore, un tenente: lo guardava di sottecchi (“un fante altero e umile insieme, protervo e timido come un bimbo. Dagli occhi socchiusi filtrava, come da fragili feritoie, una fredda fiamma azzurrina”), lo guardava ancora una volta, fissandolo, con un po’ di ironia nello sguardo. “Come ti chiami?” “Giuseppe Ungaretti.” “Di dove sei?” “Di Lucca, più precisamente di Alessandria d’Egitto”, ecc. ecc. Ma il nome non era del tutto nuovo per Serra, ripensò alle poesie di “Lacerba”, forse aveva fatto in tempo a vedere il numero della “Voce” del mese avanti (se l’uscita coincideva con la data indicata)». 

Da quel momento nacque un’intensa amicizia e bisogna riconoscere a Serra di aver avuto un ruolo fondamentale nella pubblicazione e nella valorizzazione dell’opera ungarettiana, anche se, in realtà, il poeta aveva già ventilato all’amico napoletano Gherardo Marone la possibilità di stampare un libro a proprie spese, come risulta dalla lettera del 14 luglio 1916: «Caro Marone, mi potreste dire, voi che vi intendete di cose tipografiche, il prezzo di un volume, formato della “Diana”, carta ordinaria, caratteri di questo corpo circa: IL PORTO SEPOLTO, un centinaio di copie numerate, un migliaio di versi?». È d’altronde significativo che l’esemplare n. 1 venga regalato dall’autore allo stesso Serra. Una ristampa anastatica del Porto Sepolto vedrà la luce nel 1996 a cura di Mario Barenghi, per conto delle Biblioteche Civiche di Tolmezzo e Udine, contenente anche un fascicoletto che accoglie due tra le prime recensioni apparse, predisposte da Papini e Prezzolini rispettivamente sul «Resto del Carlino» e sul «Popolo d’Italia». 

Il Porto Sepolto sarà ristampato nel 1923 in un’edizione variata, sempre a cura di Ettore Serra, in 500 esemplari presso la Stamperia Apuana di La Spezia, con 20 xilografie di Francesco Gamba. Si tratta della controversa edizione che contiene la famosa – e alquanto anonima – prefazione di Benito Mussolini che tanto discredito getterà in seguito sulla figura di Ungaretti. Leone Piccioni, autore del saggio Ungaretti e il Porto Sepolto (Succedeoggi, 2016), apparso in occasione del centenario della pubblicazione dell’editio princeps, definisce il libro del 1923 allestito «un po’ frettolosamente». 

Nel 1919 vede la luce la raccolta comprendente i versi francesi di La guerre, stampata a Parigi in 80 copie numerate dall’Etablissement Lux. Nel 1918 Ungaretti ritorna infatti a Parigi – dopo che tra il ’13 e il ’14 si era legato di amicizia, tra gli altri, ad Apollinaire, Picasso, Max Jacob e Modigliani – per collaborare al giornale «Sempre Avanti!», destinato ai soldati del Corpo d’Armata di Spedizione in Francia. Nelle note a Vita d’un uomo. Tutte le poesie si legge: «Una delle rarissime copie che rimangono deve essere in possesso degli eredi di Ardengo Soffici». E nell’Album Ungaretti viene riprodotta la dedica che lo stesso poeta appose all’esemplare di Soffici, il n° 33: «A Ardengo Soffici con profonda ammirazione nata dalla passione che egualmente proviamo e che ci dà la rara felice vertigine della serenità, Ungaretti». 

«Sempre Avanti!» si stampa in quella stessa tipografia che qualche mese dopo pubblicherà gratuitamente i versi francesi di Ungaretti. Il volume sarà riproposto, accompagnato da altri versi francesi, con il titolo Derniers jours nel 1947, a cura di Enrico Falqui, in 200 esemplari nella bella collana garzantiana «Opera prima». Sia Il Porto Sepolto sia La guerre hanno cifre da capogiro, essendo due tra i titoli novecenteschi più difficili da reperire sul mercato antiquario. Nel loro repertorio sulle Rarità bibliografiche del Novecento italiano, edito da Sylvestre Bonnard nel 2007, Lucio Gambetti e Franco Vezzosi attribuiscono ad entrambi i testi un valore commerciale di 20.000 euro, nel frattempo sensibilmente aumentato. Nello stesso 1919 Ungaretti pubblica Allegria di naufragi, uno dei primi titoli che Vallecchi stampa con il proprio logo a Firenze. Il volume misura cm 19 x 13,8, ha 248 pagine e reca sul retro la scritta «C’est ici que l’on prend le bateau», che Giuseppe De Robertis ha definito «l’emblema ungarettiano d’allora». Così lo stesso Ungaretti nel 1947 rammemorò l’incontro avuto con Attilio Vallecchi: «Ricorderò sempre come strinse nelle sue mani il manoscritto della mia Allegria di naufragi, subito dopo l’altra guerra. Fu come se il soldatino scalcinato, ancora coperto dei suoi vestiti della trincea, gli avesse offerto un tesoro». Nell’Allegria di naufragi Ungaretti raccoglie, in maniera organica, testi precedentemente stampati, oltre a un nucleo di inediti. Notevoli al riguardo le differenze che intercorrono rispetto alle edizioni successive, pubblicate con il definitivo titolo L’Allegria: la prima è dell’editore Preda di Milano (1931), stampata in 999 copie, con un ritratto dell’autore eseguito da Amerigo Bartoli; la seconda, della romana Novissima (1936), in 1186 copie; la terza è quella mondadoriana dello «Specchio» (1942) pubblicata anche in un’edizione di lusso di 499 copie numerate, contenenti la firma autografa del poeta. Ognuna di queste versioni dell’Allegria risulta accresciuta rispetto alla precedente (si rimanda per il complesso lavoro riguardante le varianti all’apparato critico delle stesse in calce al volume Vita d’un uomo. Tutte le poesie). 

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