Pasquale Di Palmo
I deliri del bibliofilo

Il teppista “sbilenco”

Futurista sui generis, autodidatta e spregiudicato, Ottone Rosai raccontò nel “Libro di un teppista”, con uno stile fatto di espressioni popolaresche e suggestioni parolibere, le vicissitudini della sua esperienza sul fronte del Grappa. Fu pubblicato nel 1919 dall'amico Vallecchi

La figura del teppista sembra caratterizzare le opere delle avanguardie che operano nei primi decenni del Novecento, in particolare del futurismo. Non soltanto il movimento italiano capeggiato da Marinetti che conduce un’acerrima battaglia contro quello che viene definito il passatismo borghese carico di valori considerati reazionari e anacronistici ma anche i rappresentanti del futurismo russo, in particolare Majakovskij e Chlèbnikov (ma si pensi anche all’opera di Esenin che, pur avversando certe prerogative di quel movimento, arriverà a incarnare il modello del “teppista” metropolitano e a intitolare emblematicamente una sua raccolta poetica Confessione di un teppistanel 1921). Non è il caso qui di dilungarsi sulle differenze, soprattutto di carattere ideologico, che intercorrono tra il futurismo russo e quello italiano, anche se le analogie non si possono esaurire nel comune tentativo di sprovincializzare la rispettiva cultura di provenienza con opere provocatorie e innovative. D’altronde non si può non considerare che, sul piano dei risultati letterari, i futuristi italiani possono competere solo a tratti con quanto è stato fatto in Russia. Ma, al di là delle indubbie affinità e contrapposizioni esistenti tra i due movimenti, ci preme rilevare il fascino esercitato in una determinata temperie storica dall’immagine sovversiva del teppista che arriverà pericolosamente a collimare in Italia con quella dello squadrista fascista.

Ottone Rosai

Nonostante al teppista si siano interessati vari intellettuali, con opere dedicate alla sua figura controversa (tra questi ricordiamo Papini, Soffici, ma anche Dino Campana), Rosai appare più credibile degli altri, in virtù soprattutto della sua formazione di autodidatta e della spregiudicatezza con cui affrontò la vita artistica e letteraria del tempo. Non è un caso che le sue prime prove in prosa risentissero di un ambiente «furbesco e postribolare», come lo definisce Giuseppe Nicoletti, dominato dal turpiloquio e dalla bestemmia che si cadenzano, come un ritornello di bassa lega, sulle espressioni dialettali più autentiche e schiette. Non bisogna sorprendersi perciò che Rosai incarni idealmente, nell’ambiente fiorentino che si raccoglie intorno ai tavolini delle “Giubbe Rosse”, il modello del teppista, anche se, in realtà, fu un futurista sui generis. Il pittore fiorentino aveva aderito infatti a quella frangia di autori “eretici” che faceva capo a Soffici, Papini e alla rivista «Lacerba». I lacerbiani, nonostante la loro iniziale adesione al futurismo, si distaccarono in seguito polemicamente dalle direttive di Marinetti per orientarsi sempre più verso un impegno di tipo politico e in favore di una campagna interventista dai toni oltranzistici. E proprio dalle pagine di «Lacerba» il giovane Rosai pubblicherà la Canzone teppistica, un componimento popolaresco triviale preceduto da un testo di Soffici: «Amico Rosai, pittore e bécero, ricantaci qualche cosa che faccia pensare alla possibilità di una teppa, ad un lirismo bordelliere ed ergastolano». 

È logico che, con simili presupposti, il giovane Rosai non potesse non rimanere affascinato dalla «guerra sola igiene del mondo», come Marinetti aveva definito il primo tragico evento bellico. Arruolato nel reparto dei granatieri, Rosai racconta nel Libro di un teppista le vicissitudini che hanno contrassegnato la sua esperienza sul fronte del Grappa, le sue inquietudini di fronte all’inerzia di una guerra dai risvolti imprevedibili, la sua rabbia per i cosiddetti “imboscati” che si permettono di fare la morale a chi va a morire in trincea senza una parola di conforto. Il volume, pubblicato dall’amico Attilio Vallecchi nel 1919, con quotazioni che possono oggigiorno aggirarsi intorno ai 1000 euro, presenta una copertina che può risultare fuorviante rispetto al contenuto del libro e che per il suo indiscutibile fascino si può considerare, a tutti gli effetti, come una delle più riuscite nella stessa produzione editoriale novecentesca. Sotto il nome dell’autore, riportato senza patronimico, figura il titolo che, ad un certo momento, anziché scorrere orizzontalmente, scende per mancanza di spazio: le ultime tre lettere precipitano verticalmente verso il basso, ricordando il procedimento irregolare della scrittura infantile. E ai bambini o, addirittura, agli alienati rimanda anche il disegno sottostante che riproduce un uomo che aggredisce con un coltello in pugno una donna elegante sul bordo di un sentiero dove un cane e un gatto stilizzati osservano placidamente la scena. Sullo sfondo si nota una casa alla cui finestra è esposta una bandiera italiana, unico riferimento al patriottismo e ai valori nazionalistici di cui il libro è impregnato.

Basterebbe dunque confrontare questo disegno “sbilenco”, tipico dell’autodidatta, con le studiate rese grafiche delle copertine dei libri futuristi per rendersi conto della profonda differenza che caratterizza l’opera di Rosai rispetto alle sperimentazioni dei sodali di Marinetti. Nonostante avesse aderito al futurismo, sotto l’influsso degli amici fiorentini (in particolare di Soffici), il pittore toscano non si può considerare come un esponente “ortodosso” del movimento. I disegni stessi di quel periodo, ispirati al mondo della guerra, testimoniano una sensibilità lontana mille miglia rispetto a ciò che affascina i futuristi, al mito della velocità e delle macchine. Si pensi allo schizzo a lapis e penna del 1915 con la scritta sottolineata “SON SEMPRE VIVO VIVO” (foto sotto). Qui ricorre il medesimo stile, semplice e ingenuo, che contrassegna il disegno di copertina del Libro di un teppista. Sembrano le opere di un idiota, di uno sprovveduto, molto distanti dalla retorica nazionalista che domina le composizioni dei futuristi. 

Il volume, in brossura, che misura cm 19,5 x 14 e consta di 86 pagine, costituisce l’esordio narrativo di Rosai, se si eccettuano alcuni contributi in vernacolo apparsi sulla rivista «Lacerba». Scritti a caldo subito dopo la guerra (ma alcuni inserti diaristici, dalle tipiche cadenze dialettali di quel periodo sono stati composti in presa diretta sul fronte), i testi confluiti nel Libro di un teppista risentono dell’influsso del Kobilek, il diario bellico pubblicato da Soffici nel 1918, sempre per i tipi di Vallecchi, di cui Rosai poté leggere le anticipazioni apparse l’anno precedente su «La Nazione». Il libro di un teppista è diviso in tre parti intitolate CoscrittoVerso la guerra e Appendice. Come nel Kobilek, Rosai adotta un procedimento narrativo di tipo diaristico e gli spunti vengono spesso offerti dalle lettere che il pittore spedisce a casa dal fronte. D’altronde Nicoletti mette in rilievo come l’iniziale entusiasmo per l’esperienza bellica venisse progressivamente ridimensionato in favore di una più pacata e sofferta partecipazione al destino di tanti giovani caduti o feriti in battaglia. Anomalo appare anche lo stile, ricco di anacoluti e improprietà sintattiche, dove le espressioni popolaresche più strette sembrano contaminarsi con le suggestioni parolibere dei futuristi.

Nel 1930 esce, sempre da Vallecchi, la ristampa del Libro di un teppista, con un disegno in copertina che riproduce un elmetto e un moschetto appoggiati ad una sedia, sicuramente più rigoroso dal punto di vista tecnico ma meno avvincente dello schizzo riprodotto nella copertina dell’edizione originale. Dopo essere rimasto colpito dalla lettura del Taccuino di un volontario di Giani Stuparich, originariamente apparso sulla «Nuova Antologia» e, nel 1931, in volume da Treves con il titolo di Guerra del ’15, Rosai decide di riscrivere con maggior ponderazione il Libro di un teppista che intitolerà Dentro la guerra, anticipato a puntate sulla «Vita nova». In seguito, dopo il rifiuto dell’editore Carabba a causa di sopraggiunti problemi con la censura, Ungaretti volle ospitarlo nei Quaderni di Novissima nel 1934, in un’edizione di appena 148 esemplari. Ma il fascino che emanava da quel semplice libriccino in brossura del 1919 si è ormai irrimediabilmente perduto. Come la figura del teppista che, nell’epoca dissennata della serialità e della globalizzazione, ci fa ormai a malapena sorridere.

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