Pasquale Di Palmo
I deliri del bibliofilo

Per giustificare la vita

L’appassionante e tribolata storia dei “Canti Orfici” di Dino Campana, dal manoscritto perduto della prima stesura intitolata “Il più lungo giorno”, ai rifiuti editoriali, fino alla pubblicazione della prima edizione (e poi delle successive) a spese dell’autore

Dino Campana si può considerare autore di un unico libro, quei Canti Orfici stampati presso un oscuro tipografo di Marradi, paesino sperduto dell’Appennino tosco-romagnolo, nel luglio del 1914. Tutto sembra ruotare in funzione di quella pubblicazione dal tono dimesso, senza alcun vezzo tipografico, «modesta, umile, francescana», come ebbe a definirla Federico Ravagli, messa in vendita al prezzo di lire 2,50 e che adesso vale una piccola fortuna sul mercato antiquario, con quotazioni che si aggirano intorno ai 10 mila euro. Gli scritti confluiti nei volumetti usciti postumi, le liriche composte dopo la stampa dei Canti Orfici, perfino le lettere indirizzate ad amici e letterati sembrano ricollegarsi sempre a quella fatidica esperienza, come se nella diffusione di quel libriccino «il diritto di esistere» di Campana avesse raggiunto l’espressione più compiuta e aderente alla sua condizione interiore.   

Definiti dallo stesso autore, in una lettera indirizzata a Emilio Cecchi, «la giustificazione della mia vita», i Canti Orfici uscirono presso la tipografia di Bruno Ravagli a Marradi in una tiratura che, come da contratto, doveva essere di mille copie, anche se, con ogni probabilità, bisogna ridurre il numero degli esemplari stampati alla metà. Campana decise di pubblicare il libro a proprie spese, dopo aver forse inviato, in data 6 gennaio 1914, una richiesta di pubblicazione ad Attilio Vallecchi: «Egregio signor Vallecchi, mi rivolgo a lei colla speranza che vorrà interessarsi al mio caso. Ci ho tante novelle e poesie da farne un libro e se lei volesse incaricarsi della stampa oserei sperare in un discreto esito». La richiesta cadde nel vuoto (paradossalmente la ristampa dei Canti Orfici diventerà in seguito uno dei titoli di punta del catalogo dell’editore fiorentino in cui vennero accolti anche i libri campaniani apparsi postumi). 

La storia della pubblicazione dei Canti Orfici è risaputa. L’amico Luigi Bandini venne incaricato di allestire una sottoscrizione per coprire le spese di stampa ma il numero degli ottanta sottoscrittori previsti si arenò a poco più della metà. Fu la perdita da parte di Papini e Soffici del manoscritto originario dei Canti Orfici intitolato Il più lungo giorno a orientare Campana verso la pubblicazione del testo completamente rimaneggiato. Campana si era rivolto ai due letterati che all’epoca dirigevano la rivista di orientamento futurista «Lacerba» per trovare un adeguato sbocco editoriale, senza ottenere alcun risultato. Molto è stato scritto e congetturato a proposito della perdita di questo manoscritto, ritrovato nel 1971 dalla figlia di Soffici tra le carte paterne – ma, con ogni probabilità, prima di tale data –, a cominciare dal fatto che Campana, su sua stessa ammissione, avesse dovuto riscrivere l’opera da cima a fondo. Il biografo Gianni Turchetta osserva: «Ora, quello che adesso ci interessa è però che Campana non ha affatto riscritto a memoria quelli che poi avrebbe chiamato i Canti Orfici. Proprio per il suo modo di lavorare, infatti, per quel suo lentissimo approssimarsi alla forma finale attraverso una serie interminabile di correzioni, di riscritture, di varianti, egli possedeva un gran numero di abbozzi, di redazioni dei testi del Più lungo giorno».

La vicenda del manoscritto perduto proseguirà ben oltre la data di pubblicazione dei Canti Orfici, tanto che in data 23 gennaio 1916 il poeta scrive a Papini: «Se dentro una settimana non avrò ricevuto il manoscritto e le altre carte che vi consegnai tre anni sono verrò a Firenze con un buon coltello e mi farò giustizia ovunque vi troverò». Giustamente Sebastiano Vassalli precisa che «i primi segni di squilibrio furono le idee ossessive; e un’idea ossessiva di Campana riguardò proprio il manoscritto dei Canti Orfici, smarrito anzi “rubato” dai nemici Papini e Soffici. Il furto del manoscritto diventò la sintesi e il simbolo di tutte le ingiustizie che il poeta aveva dovuto subire nel corso degli anni, cominciando dalla persecuzione dei familiari e dei compaesani per finire con i comportamenti arroganti di alcuni personaggi della cultura». Vallecchi stamperà nel 1973 in due volumi raccolti in custodia la redazione del Più lungo giorno: il primo dedicato al testo critico curato da Domenico De Robertis, il secondo contenente la riproduzione anastatica del manoscritto.     

Campana detta i propri testi a un dattilografo del Comune di Marradi, dopodiché si affida al Ravagli, anche se il poeta risulta incontentabile e trova sempre nuovi spunti per entrare in polemica con il tipografo che aveva rilevato l’attività dal fratello Francesco (in copertina figura infatti la dicitura «Tipografia F. Ravagli»). In calce al libro è riprodotta la seguente dichiarazione: «Ringrazio i signori sottoscrittori, gli amici che mi hanno incoraggiato ed anche last not least, il coscienzioso coraggioso e paziente stampatore sig. Bruno Ravagli». È aggiunta inoltre un’Errata Corrige, nella maggior parte degli esemplari, caratterizzata dalle iniziali E.C., concernente la correzione di alcuni refusi presenti nel testo. Quando nel 1928 Vallecchi sta approntando la seconda edizione dei Canti Orfici sono giacenti nel deposito della tipografia ancora duecentodieci copie del volumetto. Nel settembre del 1914 il libro viene messo in vendita presso la Libreria Gonnelli di Firenze, sita in via Cavour 50. In qualche esemplare figura in copertina una piccola etichetta verde gommata con la scritta della libreria fiorentina posta a coprire le note tipografiche originali.

E proprio per le Edizioni Gonnelli esce nel 2014 il volumetto L’avventura dei Canti Orfici (Un libro tra storia e mito), dove Roberto Maini e Piero Scapecchi censiscono tutti gli esemplari conosciuti dell’edizione originale, suddividendoli in due sezioni: esemplari con dedica ed esemplari senza dedica. Ne scaturisce un campionario avvincente, con aneddoti quasi inverosimili, come quello riguardante la copia acquistata dal collezionista Beppe Manzitti e appartenuta a Julien Luchaire, la cui vicenda venne ricostruita da Stefano Verdino in un numero della compianta rivista «Wuz». Un libraio parigino nel 2004, dopo aver osservato che un vicino scaricava libri in un cassonetto della spazzatura, si offrì di andare a visitare la biblioteca e, tra molti scartafacci, rinvenne questa copia che, oltre alla dedica a Luchaire, presentava la trascrizione manoscritta di Domodossola 1915 (con l’annotazione «incompleta»), versione ante litteram del Canto proletario italo-francese, firmata in calce dall’autore. 

Facebooktwitterlinkedin