Gloria Piccioni
In ricordo di Pietro Citati

Il cercatore di tesori

«Il tesoro che io inseguo è senza dubbio la letteratura. Un tesoro continuamente inseguito e perduto, perché il massimo segreto della letteratura sfugge. Eppure questa avventura bisogna ripercorrerla sempre, e in modo avventuroso». Addio al grande critico scomparso

Un altro addio. Questa volta rivolto a Pietro Citati, scomparso ieri a Roccamare, luogo amato dove, fin quando gli è stato possibile, si godeva le sue mitiche lunghe nuotate. Il grande critico, detentore di uno sconfinato sapere che spaziava dalla classicità (ha «inventato e costruito» la Fondazione Valla, divenendone Presidente Fondatore) alla letteratura contemporanea abbracciando ogni epoca, se ne va a un anno dalla morte dell’amico (e poi editore) Roberto Calasso, che lui stesso consacrò scrittore con un articolo elogiativo per l’uscita delle “Nozze di Cadmo e Armonia”. Un addio certo inevitabile, anche per motivi anagrafici (aveva 92 anni): era per lui il tempo di migrare, se non ancora settembrino probabilmente necessario per come, vivendo, amava esercitare la mente. Ma non basta questa scansione temporale a mitigare la tristezza e il rimpianto per la perdita. Consola essere consapevoli che quelli che ami non muoiono mai (citando il titolo di un felice libro di ritratti di Mario Fortunato), consola sapere, come aveva dichiarato in un’intervista del 2017, che non aveva «nessuna paura della morte»: per lui non rappresentava «né passato, né presente, né futuro. La ignoro completamente. Ho vissuto abbastanza». Una considerazione, questa dell’aver vissuto abbastanza, che conosco bene attraverso mio padre, anche lui pronto, a 93 anni, a lasciare la sua vita terrena. E come potrebbe essere diversamente, mi dico, per persone che come loro hanno tanto letto e studiato, conservando nel loro scrigno interiore tanta sapienza? Ed esercitando sempre la mente, la curiosità, la memoria, l’attenzione in un modo che l’età estrema non consentiva più?

Pietro Citati è scolpito nel mio personale catalogo di quelli che ho amato e che non muoiono mai. Come autore l’ho più che amato, venerato. È un tassello fondamentale nel mosaico della mia formazione. Lo incontrai per la prima volta per intervistarlo sul suo Tolstoj nel 1983: da giovane collaboratrice del quotidiano “Il Tempo”, dove poi fui arruolata nella redazione culturale, studiai forsennatamente prima di quell’appuntamento, come un bravo studente prima di una prova, intimorito dal giudizio dell’insigne Professore che lo esaminerà. Uno “studio” appagante perché accostandomi solo allora alla sua scrittura, e risalendo successivamente alle sue opere precedenti, ne fui letteralmente rapita. Approvò quell’intervista, intervenendo solo sull’attacco – come mi ricorda una sua lettera in proposito che avevo dimenticato e che ritrovo – e fu per me un insegnamento.

Lev Tolstoj

Da allora in poi, appena l’uscita di un suo libro me ne dava l’occasione, intervistarlo divenne un rito. E, altrettanto ritualmente, sempre con garbo mi accoglieva nella sua bella casa di via Lutezia, dopo che la Signora Elena, sua moglie, mi aveva aperto la porta salutandomi con cordialità e con quel bell’accento toscano. Ogni volta che, finita l’intervista, mi accompagnava alla porta, si accomiatava dicendomi: «Torni a trovarmi!». Per trovare il coraggio di farlo, aspettavo con ansia l’uscita dei libri successivi: mi rassicurava avere così sicuri argomenti da offrire per la conversazione. Arrivò la volta di Kafka, dellaStoria prima felice, poi dolentissima e funesta, fino ai Vangeli. Non mi ha fatto mai mancare l’invio di ogni nuovo libro dedicandomelo, le telefonate o i biglietti dopo ogni pubblicazione: sempre un’emozione per me, e come una medaglia al valore! Sono andata a rileggerle quelle interviste in gran parte dimenticate. Pagine ingiallite che rivelano molto di lui e del suo modo di lavorare. Amando molto la sua scrittura, mi ha sempre irritato la critica rivolta a Citati dai detrattori che lo definivano “biografomane” e troppo multiforme nel “simulare” lo stile dell’autore su quale indagava. A confutazione di questa “vulgata” (che mi auguro ormai definitivamente archiviata), ecco cosa ripesco nell’intervista su Tolstoj: «La biografia è di solito oggi il racconto delle vicende esterne di un personaggio. Quello che io cerco di raggiungere attraverso il racconto della vita di Tostoj o di Katherine Mansfield è il punto misterioso in cui la vita di un personaggio e la sua vocazione di scrittore si identificano. Cerco di arrivare in profondità, dove tutte le esperienze di vita diventano la vocazione dello scrittore. A me interessa la biografia solo da questo punto di vista. Certo mi piace dare anche il senso del tempo, ma i miei libri non sono biografie. Non sono saggi critici perché l’analisi è trasformata in narrazione. Non sono storie della cultura… Insomma non so assolutamente a che categoria appartengano i miei libri, e comunque spero che non appartengano a nessuna categoria». 

E ancora, sul suo essere «polytropos, come diceva Omero di Ulisse» (La mente colorata, dedicato al “multiforme” Odisseo, è un altro suo indimenticabile libro), e a proposito della varietà dei linguaggi, dello stile da lui adottato nelle diverse opere: «Io ho una certa qualità di stile che ritorna. Il mio stile è abbastanza identificabile attraverso i vari libri, ma ci sono delle differenze profonde. Il linguaggio del libro su Goethe è più lirico e simbolico, per adattarsi a quello di Goethe. Lo stile ne La primavera di Cosroe è più drammatico, rotto, vertiginoso, per adattarsi a quello della mistica persiana. Lo stile del libretto sulla Mansfield è quello più leggero che io abbia tentato, mentre quello del libro su Tolstoj è veloce, per cercare di imitare il ritmo della narrazione tolstoiana. Quest’ultimo libro è quello che ho scritto più velocemente, e spero che abbia conservato un poco della febbrilità e della rapidità della mia mano mentre scrivevo. Io credo che la narrativa sia soprattutto una questione di ritmo; la scoperta di questo ritmo nella realtà e l’echeggiare con le parole questo stesso ritmo». 

Dall’intervista su Kafka: «Io desidero soprattutto cogliere un’ora, un minuto, un giorno dell’esistenza del mondo e riprodurlo esattamente come è stato. Vorrei dire cosa è accaduto alle dieci di sera del 13 agosto del 1912, a Praga, in quella tale casa, a quel tale numero: questo esercita su di me un fascino grandissimo. Mi piace cogliere ciò che è morto come se fosse ancora vivo, restituire una scintilla di tempo nella sua essenza… per arrivare a quel punto segreto dove l’uomo non si conosce più. Per Kafka come per Tolstoj, era il punto dove l’uomo si trasforma in scrittore». Parlando dell’Isola del tesoro di Stevenson: «Il tesoro che io inseguo è senza dubbio la letteratura. Un tesoro continuamente inseguito e continuamente perduto, perché qualsiasi rappresentazione saggistica o critica della letteratura è un’interpretazione a cui il massimo segreto della letteratura sfugge. Eppure questa avventura bisogna ripercorrerla sempre, e in modo avventuroso. I libri come i miei, che sono appesi all’esistenza di un altro scrittore, devono essere i più mobili, i più colorati, i più invitanti, eccitanti, accattivanti. La grande letteratura può essere austera, la letteratura di secondo ordine come la mia, deve avere un ritmo avventuroso per introdurre al grande fascino della letteratura».

L’intervista sui Vangeli segnò il nostro ultimo incontro (ma non mancò la consuetudine delle telefonate nelle occasioni significative). Fu ospitata su Il Foglio che gli dedicò un’intera pagina e lui ne fu davvero contento. Vi trovo una considerazione a proposito di quell’Altrove dopo la morte in cui Citati non vedeva futuro ma sul quale aveva di certo molto riflettuto: «La vita eterna è una dimensione inconoscibile, futura, dobbiamo spostarci sempre per vederla». Mi piace pensare che la sua attuale posizione gli consenta la visione.

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