Leone Piccioni
In ricordo dello scrittore scomparso

I fuochi d’artificio di Daniele Del Giudice

«Limpidezza della scrittura», «prosa piena di riflessi», «grande sapienza tecnica», una «narrativa umanistica e sentimentale» che cattura «il lettore portandolo in un porto di quiete e di soddisfazione». Il senso (e l’amore) di Leone Piccioni per Daniele Del Giudice in due “schede” del 2009 e 2010

Nel 2011 Leone Piccioni pubblicò per le edizioni Nicomp L.E. Vecchie carte e nuove schede 1950-2010 a cura di Alfiero Petreni. Già il titolo racconta che il volume raccoglie testi sui maestri e sugli autori frequentati dal critico letterario fin dalla giovinezza (alcuni pubblicati e rivisti per l’occasione), e scritti anche recentissimi sulle sue preferenze, o vere e proprie passioni, nel panorama della narrativa contemporanea. A Daniele Del Giudice è dedicata una “scheda” in cui Piccioni passa in rassegna la sua opera (fino al 2010) definendolo «lo scrittore di questi anni che più abbiamo amato e che dobbiamo ringraziare…». Vogliamo riproporla nel ricordo di Daniele Del Giudice.

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Daniele Del Giudice si presentò all’ammirazione della critica e dei lettori già con il suo primo libro dell’83 Lo stadio di Wimbledon, seguito nell’85 da Atlante occidentale e poi dopo una prima lunga attesa da Stac­cando l’ombra da terra del ’94 fino a Mania del ’97 e a Orizzonte mobile del 2009. Un grande libro di avventure questo che lo porta nell’Antartide con un viaggio iniziato a Santiago del Cile nel 1990. Orizzonte mobile da quei ricordi del viaggio del ’90 arriva oggi fino a noi dopo quasi vent’anni di splendida maturazione, e del resto da Mania sono passati almeno dodici anni.

Il “montaggio” del libro è dovuto a mano sapientissima, ci sono otto capitoli che riportano le impressioni e le descrizioni di Del Giudice alternati da sette capitoli dedicati alle spedizioni nell’Antartide di Adrien de Gerlache del 1882 e di Giacomo Bove del 1898. Ci si muove da Punta Arenas alla Terra del Fuoco. In una nota finale Del Giudice ci racconta delle sempre più organizzate e sofisticate spedizioni con nuovi strumenti scientifici a disposizione e con intenti strategici e di prestigio nazionale per osservazioni di carattere climatico e faunistico e con «interesse antropologico per la popolazione indigena sempre più scarsa e gli immigrati sempre più numerosi». Grande libro di avventure – s’è detto – per la limpidezza della scrittura, inconfondibile nello stile di Del Giudice, e per uniformità stilistica nelle traduzioni dei resoconti di viaggio precedenti. Prosa cristallina piena di riflessi davanti al mutare delle latitudini, degli orizzonti, delle diverse stagioni dell’anno, pur sempre a contatto con il paese di ghiaccio. Nel ghiaccio la sua scrittura si riflette.

Tanti gli episodi: navi, ad esempio, che circondate e attanagliate dai ghiacci devono sostare anche per nove mesi aspettando lo scioglimento dei ghiacci, con racconti sulle esplorazioni, sugli incontri, sulla vita di bordo, spesso faccia a faccia con la morte. Si legge incalzati dagli avvenimenti, dalle tempeste, dalle bonacce, pur all’interno di questa spessa drammaticità con una visione complessivamente serena. Più coinvolgente di un romanzo, più affascinante, più commosso. All’ultima pagina duole che il viaggio, anche per noi, proprio per noi, sia finito. Conferma dello scrittore di questi anni che più abbiamo amato e che dobbiamo ringraziare per Orizzonte mobile.

(2009)

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Uno spazio breve per dire pur sommariamente di un’opera letteraria che avrebbe comunque bisogno di ampi margini critici: quella di Daniele Del Giudice. Dal primo libro Lo stadio di Wimbledon (’83), quando apparve suscitando molto interesse, è tale la forza della sua narrativa – per le diverse tematiche che tocca anche con grande sapienza tecnica rara e non facile per la sua forza stilistica – che è davvero difficile valutare la misura delle sue potenzialità non certo ancora espresse del tutto, malgrado i sei libri pubblicati fino al 2009 (tutti da Einaudi, come anche i due successivi del 2013 e del 2016, ndr).

Uomo di cultura classica e moderna, Del Giudice si presenta con tutto il suo ricco bagaglio narrativo con una esperienza tecnica che varia ogni volta in latitudine: navigatore (e il riferimento va a Orizzonte mobile, 2009; pilota di aerei con una profonda conoscenza anche dei temi e dei tempi della navigazione aerea (Staccando l’ombra da terra, 1994), incentrandosi in Atlante occidentale (1985) con un personaggio chiave come un esperto che lavora a un acceleratore nucleare (e anche qui è formidabile la sua conoscenza pratica e teorica), e non ci sarebbe da stupirci se ci offrisse in futuro una tematica narrativa legata a un mondo siderale o matematico. Del resto alcune esperienze le ha fatte sulla sua persona viva, navigando più volte fino all’Antartico, prendendo il brevetto di pilota e aggiungendo certamente (e ancora ne aggiungerebbe) studi e specializzazioni. Ma si badi bene: tutti questi elementi tecnici e teorici non sono di impedimento, sono perfettamente restituiti nell’ambito di una narrativa umanistica e sentimentale tale da catturare sempre il lettore portandolo in un porto di quiete e di soddisfazione. Talvolta con il rimpianto che un racconto sia già finito: questo avviene per esempio sia in Orizzonte mobile che in Atlante occidentale. Il rapporto tra conoscenza tecnica e invenzione narrativa Del Giudice poteva averlo conosciuto anche in uno scrittore come Primo Levi che ha molto amato e di cui ha introdotto presso Einaudi l’edizione delle Opere complete, con particolare riferimento alla Chiave a stella.

In Atlante occidentale si confrontano due personaggi di grande rilievo (e già qui comincia l’avventura aviatoria): uno si chiama Pietro Brahe e l’altro Ira Epstein: il primo è un tecnico che lavora a un acceleratore nucleare; il secondo, uno scrittore prima noto per successi di genere popolare, poi tutto dedito a riferimenti di narrativa sul tempo e sulla temporalità degli oggetti. I loro incontri, i loro colloqui sono molto profondi e pieni di umanità. Ci sarebbe molto da citare ma mi limito a indicare le due scintillanti pagine che danno profonda emozione quando Del Giudice descrive uno spettacolo di fuochi d’artificio.

Non diversamente in Staccando l’ombra da terra, Del Giudice si lega profondamente al lettore prima raccontandogli il suo primo volo come pilota pieno di pericoli e di difficoltà, sull’orlo vicinissimo della morte; poi, descrivendo in un intero capitolo ambientato nella guerra, nel ’42, le avventure di una squadriglia di aerei siluranti italiani comandata dal colonnello Buscaglia, che attacca nel golfo di Bougie un porto pieno di navi da guerra e da carico degli alleati, con una insolita manovra provenendo da terra anziché dal mare sulla costa algerina. Anche qui una descrizione che ti prende, non ti lascia e commuove facendo pensare alla sorte di tanti piloti deceduti. Del Giudice sa che l’Italia è scesa in campo senza «nessuna struttura alle spalle» ma con tanti talenti individuali di veri eroi che hanno pagato con la vita e che non si possono dimenticare.

Mi tornano in mente, chiudendo queste brevi note, i fuochi d’artificio: quasi più belli – credetemi – a leggerli che a vederli!

(2010)

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