Lidia Lombardi
La Domenica: itinerari per un giorno di festa

Nel nome di Luca

Inaugurato il restauro della cupola della chiesa dei Santi Luca e Martina ai Fori, capolavoro di Pietro da Cortona che di quest’opera fece una sua ragione di vita. Sulle tracce dell’apostolo pittore a Palazzo Carpegna sede dell’Accademia a lui intitolata

Il Guercino lo ritrae con la tavolozza mentre – ispirato da un angelo – dà gli ultimi ritocchi a una Vergine col Bambino. Idem Raffaello, anche se l’opera è solo attribuita all’Urbinate e la ritroviamo in due luoghi distanti di Roma ma idealmente uniti: sull’altare della chiesa dei Santi Luca e Martina al Foro Romano (in copia) e nel Salone di Palazzo Carpegna, a un passo da Fontana di Trevi (l’originale). Perché? Perché il pittore è il Santo evangelista Luca, patrono degli artisti essendosi cimentato egli stesso – chissà? – nelle icone di Maria e di Cristo. Dunque è intitolata a lui l’Accademia che dal Cinquecento riunisce gli artisti e ha sede a Palazzo Carpegna dagli anni Trenta del Novecento. Ma che prima di essere sfrattata dal Duce che stava sbancando i Fori per creare la magniloquente via dell’Impero, era appunto addossata alla chiesa dei Santi Luca e Martina, di fronte all’arco di Settimio Severo e al Carcere Mamertino. Un tempio retroverso rispetto ai Fori Imperiali, tagliato fuori dal traffico dopo che il Campo Vaccino non fu più la via maestra per raggiungere il Colosseo e dopo la chiusura, negli anni Ottanta del Novecento, di via della Consolazione. In tal modo la chiesa è così appartata che la conoscono in pochi.

S. Luca RaffaelloLo ha confermato mercoledì Pio Baldi, in un’occasione speciale: l’inaugurazione del restauro della cupola, capolavoro di Pietro da Cortona che di questa chiesa fece una sua ragione di vita, tanto da lavorarvi fino alla morte, nel 1669, e da lasciare l’opera da compiere ai suoi allievi e a suo nipote Luca Berrettini. Con l’accademico Baldi, a illustrare questo poco frequentato punto fermo del Seicento romano, erano, tra gli altri, Marcello Fagiolo e Paolo Portoghesi. E l’uditorio si è beato della vista – forse meglio, visione – della cupola punteggiata come un broccato da fiori di stucco serrati da cornici lobate, in alternanza a croci trasversali e ai costoloni coperti da cascate di foglie. Il restauro – promosso dall’Accademia di San Luca, finanziato con i fondi pubblici di Arcus, documentato da un bel volume edito da Gangemi e realizzato a porte aperte, dando ai visitatori la possibilità di accedere ai ponteggi – ce l’ha restituita esattamente come l’aveva concepita Pietro da Cortona, insieme con Bernini e Borromini apice del Barocco. Del candore del travertino, ottenuto non con una tinta, ma con polvere del tipico marmo capitolino mischiata a calce. Una sorta di intonaco modulato in modo da avere più nitore man mano che la cupola raggiunge la sommità del lanternino. L’effetto è quello del bianco abbagliante, allusivo alla luce della Grazia divina, ma anche alla virginale purezza della martire Martina, qui celebrata e seppellita prima della intitolazione della chiesa insieme con l’apostolo Luca.

cupola«È stato un restauro per rimozione – ha spiegato Baldi – perché nel Settecento si era intervenuti colorando gli stucchi di grigio e di azzurrino, il color dell’aria che era di moda. La patina posticcia di tinta è stata portata via e si è recuperata l’intenzione di Pietro da Cortona di fare un monumento unitario, interamente costruito in pietra. Adesso bisognerebbe procedere con il resto dell’interno, ritrovando quello stesso candore nelle cappelle, nelle colonne, nell’abside». Ma già ora il fascino di questo tempio è esaltato. Nella cupola, avverte Marcello Fagiolo, si moltiplicano i simboli. Le croci trasverse possono essere lette come il khi greco, derivato dal crismon, il segno di Cristo. O alludere alla tetrarchis di Pitagora. O, ancora, al rituale della consacrazione di ogni chiesa, allorché il vescovo le traccia nella sabbia per comprendere i quattro angoli dell’edificio. La luce tanto vibrante della cupola fa anche pensare alla conclusione della Divina Commedia, allorché Dante e Beatrice sono abbagliati dall’Empireo. Non s’ispirano però solo a filosofia e matematica, cupola e chiesa. Sono anche la reificazione della profonda religiosità del suo architetto. Paolo Portoghesi ricorda l’antefatto alla costruzione: «Pietro da Cortona cerca di capire se davvero nel tempio primitivo ci siano i resti della santa Martina. Scava e trova ossa umane, verosimilmente appartenute alla martire. Ciò da una parte convince il cardinale Barberini – il cui segno resta nelle api in stucco, simbolo araldico, che decorano le volte – a finanziare il progetto. Ma dall’altra, per Pietro da Cortona costituisce una folgorazione religiosa. Sicché in questa chiesa, caratterizzata dalla luce, si percepisce lo spirito di una persona che crede profondamente». Lo conferma la pianta a croce greca. E la cripta, nella quale venne realizzata la sepoltura di Martina. Strano ipogeo. Non c’è buio, dalle feritoie si vedono il cielo, i pini, scorci di marmi antichi. Una grata centrale è in perfetto asse col candido cupolino e i raggi del sole. Non a caso anche Pietro il Cortonese volle qui il suo monumento funebre.

S. Luca GuercinoIl tempio è aperto soltanto il sabato. E sarebbe perfetto visitarlo e poi imboccare piazza Venezia e il Corso fino a raggiungere Fontana di Trevi, via della Stamperia e l’odierna sede dell’Accademia di San Luca. Ecco una cancellata che divide il viavai dei turisti da un giardino di natura e architettura: fontana lobata, statue e cippi antichi, un nespolo, un limone, un arancio e oleandri rosa quand’è la bella stagione. E ancora, girato l’angolo, ecco la facciata di Palazzo Carpegna. L’ingresso ha per sfondo il più bel portale della Roma barocca: anche qui lo stucco è un merletto trapuntato di ghirlande, fiori, putti, un mascherone circondato di serpentelli. E immette in una rampa elicoidale che sale maestosa e lieve. Portale e rampa sono il regalo di Borromini. L’unica cosa che rimane del suo estro a Palazzo Carpegna, più volte rimaneggiato per adattarlo ai sempre diversi inquilini. Nel ’500 fu costruito come dimora nobiliare, poi divenne convento e ancora residenza blasonata, dai Carpegna appunto ai Patrizi Naro e alla famiglia di Luigi Pianciani, primo sindaco di Roma dopo l’Unità. Nel 1932 unisce la sua storia a quella dell’Accademia. Anch’essa nasce nel XVI secolo come Università delle Arti della Pittura di Roma recando appunto nel frontespizio miniato l’immagine dell’Evangelista. La prima sede era presso la chiesa di San Luca all’Esquilino, da dove proviene il dipinto attribuito a Raffaello. Nel 1593 la svolta: Federico Zuccari, magistrale pittore, fonda l’Accademia, ne diviene primo Principe, sposta la sede dalla demolita chiesa all’Esquilino al Foro di Cesare. Il suo successore, appunto Pietro da Cortona, fa di più. Allarga l’Accademia agli scultori e agli architetti ed edifica la chiesa barocca in mezzo ai ruderi dell’antica Roma. E il cerchio si chiude.

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