Giulio Castelli
Una contesa iscritta nella storia

Con Attila alla guerra di Crimea

Crogiuolo di popoli, la penisola oggi divisa tra Russia e Ucraina è da sempre qualche cosa a metà strada tra una provincia e un protettorato. A una settimana dal referendum, vediamo perché...

Montagne a picco su un mare azzurro, promontori, insenature, faraglioni. Questo è lo scenario offerto dalla costa meridionale della Crimea, protetta da una catena montuosa che supera i 1500 metri e che la tiene al riparo dai venti gelidi provenienti dalla steppa. La Crimea, una penisola protesa nel mar Nero, è una specie di triangolo irregolare la cui parte settentrionale è, dal punto i vista climatico, poco attraente, ma che lungo la costa presenta luoghi incantevoli tra pinete e vigneti. Il più celebre di tutti è Yalta che fu teatro degli accordi post-bellici tra gli Alleati e i Sovietici. È in questo quadro, natura mediterranea, città storiche come Sebastopoli e una popolazione eterogenea, che tra qualche giorno si terrà il referendum che dovrà decidere se la Crimea – che è una repubblica autonoma nell’ambito dell’Ucraina – dovrà rimanere tale o divenire indipendente se non addirittura entrare a far parte della Federazione Russa.

Crimea 1Fin dai tempi preistorici, proprio per la sua straordinaria posizione e il suo clima mite la Crimea fu abitata. La prima popolazione della quale si hanno notizie è quella piuttosto misteriosa dei Cimmeri. Di loro, più che le fonti storiche, si occupò la mitologia greca. Nel VII secolo i Cimmeri, probabilmente di origine iranica, furono sopraffatti e in parte assimilati da una migrazione-invasione di Sciti. Anche i nuovi arrivati erano probabilmente una stirpe iranica. Di loro si sono conservate soprattutto stupefacenti sculture in oro. È probabile che gli Sciti avessero attraversato il Caucaso o forse provenissero dall’Asia centrale, da quella vasta area di steppe tra il mar Caspio e il lago di Aral che oggi appartiene al Kazakhstan. È uno dei loro sovrani semileggendari ad avere dato lo stesso antico nome alla penisola: Chersoneso Taurico. Mentre la Crimea era contesa tra queste popolazioni nomadi, sulla costa venivano fondate colonie greche. Spesso i coloni si limitavano a pagare tributi ai capi indigeni, ma sia i Cimmeri, sia gli Sciti avevano interesse a non espellerli in quanto i Greci, grazie alle loro navi e ai loro traffici nel Ponto Eusino (il mar Nero) e in tutto il Mediterraneo, erano una perenne fonte di ricchezza. In quel periodo, infatti, i Greci fondarono diverse città approfittando dei buoni approdi trasformati rapidamente in porti dove stabilirono empori commerciali. I Dori arrivarono da un’altra loro colonia, Eraclea Pontica sulla costa settentrionale dell’Anatolia, e fondarono Chersoneso. Gli Ioni vennero da Mileto sulla costa orientale dell’Egeo e, dopo avere attraversato Dardanelli e Bosforo, fondarono Teodosia, centro per l’esportazione del grano coltivato allora come oggi nelle pianure più a settentrione. Sempre gli Ioni fondarono Panticapeo, l’odierna Kerc sul mare d’Azov. Il mito della spedizione di Giasone alla ricerca del Vello d’Oro è della stessa epoca e indica appunto la spinta degli Elleni nel Ponto, mare del quale la Crimea è la cerniera settentrionale.

Due secoli più tardi, intorno alla metà del V secolo a.C., l’arconte degli Ioni si proclamò re di tutta la penisola. I Greci avevano infatti creato i corpi degli opliti, soldati pesantemente armati e protetti da corazze e gambali metallici che all’epoca erano difficilmente vulnerabili dai cavalieri nomadi delle steppe. Il nuovo regno fu chiamato del Bosforo Cimmerio per distinguerlo dallo stretto del Bosforo e sarebbe sopravvissuto circa quattro secoli. Il Bosforo Cimmerio fu alleato di Atene durante tutti i secoli V e IV e, si può dire che, grazie al suo grano, sfamò gli Ateniesi durante le terribili guerre contro Sparta e contro i Persiani. Tuttavia, verso il III secolo a.C. le colonie greche, come in tutto il Mediterraneo, incominciarono ad avere vari problemi, primo tra tutti quello demografico. I Greci facevano pochi figli rispetto alle popolazioni indigene, in Crimea come in Sicilia, nell’Italia meridionale e altrove. Per difendersi dagli Sciti chiesero la protezione del re del Ponto (un regno ellenizzante che dominava il nord est dell’Anatolia). Questo stato, dopo le spedizioni di Pompeo del I secolo a.C., divenne satellite di Roma e, a partire dall’inizio dell’era volgare, fu trasformato in provincia romana. Di conseguenza, anche la Crimea divenne qualche cosa a metà strada tra una provincia vera e propria e un protettorato dell’impero. Trascorsero così i secoli della “Pax Augusta” durante i quali il paese fiorì grazie ai traffici marittimi sia con la Grecia, sia con la costa dell’Anatolia, sia con il Caucaso, sotto la protezione della flotta romana che aveva la sua base a Trebisonda. Ma, alla metà del III secolo, mentre l’impero romano era in preda all’anarchia militare, la Crimea venne invasa e occupata dai Goti. Si trattava di una popolazione barbarica proveniente dalla Scandinavia che aveva migrato durante secoli attraverso quella che oggi è la Russia. I Goti fecero della Crimea la base per le loro incursioni nell’impero romano. Dapprima con scorrerie sulle sponde orientali del Ponto in quelle che oggi sono l’Abcasia (i due attacchi contro la città greca di Pityus che nel secolo scorso fu la località di vacanze preferita da Nikita Krusciov) e la Georgia. Poi addirittura con la presa di Trebisonda nel 259. Successivamente i Goti, utilizzando come marinai i Bosforani, cioè i greci della Crimea, allargarono il loro campo d’azione in tutto il Ponto. Devastarono Nicomedia nel mar di Marmara e Calcedonia che oggi è un sobborgo asiatico di Istanbul. Vista la debolezza di Roma, i barbari attaccarono la stessa Grecia arrivando perfino ad assediare Atene e successivamente sciamarono nell’Egeo. Soltanto gli energici interventi della flotta romana di Alessandria, durante il principato di Aureliano, debellarono il pericolo.

Crimea cartinaLa Crimea rimase però in bilico tra il controllo di Roma, esercitato sulle coste e quello dei Goti nell’interno della penisola. Dopo un relativo periodo di tranquillità grazie alla determinazione di imperatori quali Diocleziano e Costantino, la Crimea fu tra i primi territori a essere invasi dagli Unni (376). Poco si conosce di quel periodo durante il quale le città greche dovettero o soccombere o venire a patti con le orde dei predecessori di Attila e con questo stesso monarca. Ma, alla morte del re unno (453), la Crimea tornò sotto il controllo dell’impero romano d’Oriente. Anche le successive migrazioni barbariche (i Bulgari nel VI secolo, i Cazari nel secolo successivo, i principi vareghi di Kiev nel X secolo) non modificarono la situazione. Le città greche, protette dalla catena montuosa costiera, riuscirono a mantenere forme di autonomia sotto la protezione della flotta bizantina che dominava il mar Nero. Soltanto la città di Chersoneso passò sotto il dominio del principe di Kiev alla fine del X secolo quando questi si convertì al cristianesimo. Nei secoli successivi, con il declino dell’impero bizantino, i porti della Crimea divennero oggetto della contesa mediterranea tra Genova e Venezia. Dapprima la Serenissima riuscì a controllare Dardanelli e Bosforo e dunque l’accesso al mar Nero grazie alla conquista di Costantinopoli con la IV Crociata, ma successivamente i genovesi ebbero il sopravvento e, dopo una lunga guerra alla fine del XIII secolo, rimasero padroni delle coste della Crimea. Fondarono tra le altre la colonia di Caffa nei pressi di Teodosia. Una scelta che si rivelerà fatale per tutta l’Europa perché sarà proprio da quel porto che, alla metà del XIV secolo, partirà la nave con i topi infettati dal bacillo della peste, la Morte Nera che sterminò oltre un quarto di tutti gli abitanti del vecchio continente. I genovesi stabilirono empori commerciali, difesi militarmente, anche a Sebastopoli, a Tana all’estremità orientale del mare d’Azov e in altri centri minori.

Durante il XIII secolo, intanto, tutte le pianure a settentrione della Crimea e la stessa penisola vennero occupate dai Mongoli. Le colonie riuscirono a trovare un modus vivendi con i nuovi invasori. I commercianti genovesi spesso si stabilivano nei loro fondaci, sposavano donne greche o indigene favorendo così la creazione di una popolazione dalle caratteristiche uniche. Oltre a Caffa (Teodosia) e a Tana, i genovesi si stabilirono a Caulita (l’odierna Yalta), a Cembalo (oggi Balaklava, la località della celebre carica della cavalleria britannica nel 1855) e a Vosporo (oggi Kerc). Anche Soci, che è stata sede dei giochi olimpici invernali di quest’anno e che si trova sulla sponda russa del Caucaso, era la genovese Casto. La Crimea, durante tutti i secoli del Medioevo, fu dunque un crogiuolo di popoli. Gli Sciti si erano mescolati ai Sarmati e poi ai Goti. Quindi i superstiti Unni rimasero stanziali nel settentrione della penisola e secondo alcuni storici l’etnia dei Tatari, che ancora oggi rappresenta circa il 15 per cento della popolazione della Crimea, deriverebbe proprio dai discendenti di Attila. Cazari e Cumani lasciarono pure le loro impronte mentre i Greci e poi i Bizantini si mantennero nei centri costieri per oltre duemila anni. A costoro si aggiunsero i coloni genovesi. I khan mongoli dell’Orda d’Oro assicuravano una certa stabilità a questo straordinario mosaico multietnico. Tutto ciò fino alla metà del XV secolo quando Tamerlano annientò l’Orda d’Oro e distrusse quasi tutte le città dell’odierna Ucraina. A questo sconquasso seguì, dopo la morte del condottiero mongolo e la dissoluzione del suo effimero impero, la creazione di piccoli khanati tartari. La Crimea fece parte di uno di questi regni che ben presto gravitarono come satelliti nell’orbita del nuovo sultanato ottomano, soprattutto dopo la caduta di Costantinopoli (1453) e quella successiva di Trebisonda e la fine della presenza bizantina nel mar Nero. Anche gli empori genovesi ebbero la stessa sorte. Nel 1475 vennero incorporati al khanato di Crimea a sua volta dipendente dalla Sublime Porta.

ukraine_warLa penisola fu lentamente islamizzata. Rimasero numerose enclavi cristiano-ortodosse nelle città costiere mentre il khanato incominciò a essere minacciato a settentrione dalle bande di cosacchi fedeli alla Moscovia. Man mano che l’impero turco ottomano si indeboliva la pressione russa aumentava. La prima delle guerre del XVIII secolo non permise alla Russia di conquistare la Crimea che rimase un khanato protetto dalla Turchia. Ma la seconda guerra, terminata nel 1774, ebbe come conseguenza l’egemonia dello Zar sulla penisola che, dieci anni più tardi, si trasformò sotto la spinta del principe Potiomkin, in annessione all’impero zarista. La Crimea mantenne il suo carattere musulmano, escluse le città della costa, ma soltanto per pochi decenni. Infatti i russi stabilirono a Sebastopoli la base della loro flotta del mar Nero e le loro trasparenti mire sugli stretti Bosforo e Dardanelli crearono i presupposti per la guerra del 1854-1856. Questo conflitto, iniziatosi per la dichiarazione dello Zar di essere garante di tutti i cristiani ortodossi abitanti nell’impero turco e naturalmente respinta dal sultano, ebbe fasi alterne. Dapprima la flotta turca fu distrutta da quella russa nel porto di Sinope all’estremo nord della penisola anatolica. Successivamente l’Inghilterra, timorosa che i russi occupassero gli stretti e Costantinopoli, inviò le proprie navi nei Dardanelli. Ben presto furono imitati da Napoleone III che in tal modo riusciva a rompere l’alleanza anti-francese che aveva abbattuto l’impero del suo grande antenato. Gli alleati sbarcarono poi in Crimea con l’intento di conquistare Sebastopoli e i combattimenti si protrassero per lunghi mesi con gravi perdite da ambo le parti, soprattutto per un’epidemia di colera, fino alla caduta della città e alla vittoria degli anglo-francesi. Alla guerra partecipò anche il regno del Piemonte con un corpo di spedizione di 15 mila uomini che venne impegnato nella vittoriosa battaglia della Cernaia. Cavour ebbe così il modo di sedersi al tavolo della pace tra i vincitori e richiamare l’attenzione degli alleati sulle misere condizioni dell’Italia oppressa dalla dominazione diretta o indiretta dell’impero asburgico.

La guerra fu però disastrosa per gli abitanti della Crimea. Oltre alle perdite materiali subite dalla popolazione coinvolta in un conflitto sostanzialmente estraneo ai propri interessi, dopo il ritiro degli alleati occidentali ebbe a subire le conseguenze di una russificazione forzata imposta dal regime zarista, russificazione evidente ancora oggi. I Tatari e le altre etnie di origine iranica e mongola furono perseguitati o deportati. Il fatto che fossero musulmani li rendeva automaticamente potenziali nemici della Russia. I più abbienti riuscirono a emigrare in Turchia (dove peraltro non ebbero buona accoglienza). Tutti gli altri si sparpagliarono lungo le coste nord occidentali del mar Nero. In Crimea la maggior parte della popolazione divenne così costituita da immigrati russi e ucraini nella proporzione di due a uno, mentre i Tatari divennero una minoranza appena tollerata. Riuscirono invece a mantenere una condizione accettabile i Greci della costa considerati affidabili dallo Zar per la comune religione ortodossa. La situazione non mutò per i decenni successivi fino a quando la rivoluzione bolscevica investì anche questa parte dell’impero. La Crimea divenne una delle basi principali delle armate “bianche” e soltanto nel 1920 passò sotto il controllo dell’Armata Rossa. Durante il conflitto la popolazione della Crimea subì gravissime perdite. Con la creazione dell’Unione Sovietica e la suddivisione amministrativa studiata dal regime comunista (una federazione di repubbliche socialiste sovietiche, l’Urss, e ogni repubblica inglobante alcune repubbliche autonome) la Crimea divenne una repubblica autonoma nell’ambito della Repubblica Russa, la più grande delle repubbliche sovietiche. Si trovava in questa condizione istituzionale allo scoppio della seconda guerra mondiale.

Concerns Grow In Ukraine Over Pro Russian Demonstrations In The Crimea RegionNel 1941 le divisioni corazzate naziste penetrarono dall’Ucraina in Crimea e dopo mesi di battaglie sanguinosissime riuscirono a espugnare Sebastopoli privando la flotta sovietica della sua più importante base del mar Nero e obbligandola a ripiegare nei porti del Caucaso. Dopo la vittoria di Stalingrado e la ritirata tedesca, i sovietici liberarono la Crimea, ma già nel maggio del 1944 Stalin ordinò la deportazione della minoranza tatara accusata di avere collaborato con gli occupanti nazisti. Almeno la metà dei Tatari di Crimea morì di stenti nei vagoni piombati. Stalin però non limitò le deportazioni ai Tatari. In pratica furono risparmiati soltanto i russi e gli ucraini. Tra i colpiti furono anche i cosacchi, gli armeni, i greci e perfino una minuscola comunità di alcune centinaia di italiani in parte risalente ancora alla colonia genovese di Tana. Insieme con le deportazioni il regime stalinista abolì nel 1945 la repubblica autonoma di Crimea che divenne una provincia della Repubblica russa. Lo status della penisola mutò ancora negli anni Cinquanta quando Krusciov per ingraziarsi i cosacchi ucraini (che con quelli russi costituiscono gli abitanti più combattivi della steppa tra il Dniepr e il Volga), restituì alla Crimea lo status di repubblica autonoma ma nell’ambito della Repubblica socialista sovietica ucraina. Per questa sua scelta Krusciov fu molto criticato dai russi di Crimea che erano da quasi un secolo la maggioranza della popolazione. Non piacque ai russi della penisola neppure la riabilitazione dei Tatari nel 1967. Infatti migliaia di questi musulmani che erano stati deportati in Uzbekistan, poterono tornare nella loro terra di origine. Con il collasso dell’Urss, la Crimea decise, non senza aspre polemiche da parte dell’elemento russofono, di rimanere come repubblica autonoma all’interno dell’Ucraina ormai divenuta indipendente. La Russia, da parte sua, ottenne di mantenere la base della propria flotta del mar Nero a Sebastopoli. L’odierna crisi, con il ricorso al referendum dichiarato illegale dal nuovo governo di Kiev, è figlia di questa storia travagliata. Oltre alla maggioranza russofona che si aggira intorno al 55% della popolazione, gli ucraini sono circa il 20%, i Tatari – molto ostili alla russificazione – il 15%, i Greci intorno al 5%. Infine un restante 5% tra Cazari, Armeni e altre piccole comunità. Gli taliani, che vivono a Kerc (l’antica Penticapeo), sono circa 200 e la loro portavoce è Giulia Giachetti Boico.

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