Valentina Di Cesare
Su “La prima cosa fu l’odore del ferro”

Novella operaia

Sonia Maria Luce Possentini racconta e illustra una storia di fabbrica dove la protagonista sogna una vita artistica accanto alla sua quotidianità di addetta alla fonderia

«La prima cosa che vidi fu il grigio./ La prima cosa che sentii fu il freddo./ La prima cosa che odorai, ancora assonnata e distratta, fu il ferro». Si può decidere di diventare un’illustratrice in molti modi, uno di questi è lavorare in una fonderia. È quel che Sonia Maria Luce Possentini narra in La prima cosa fu l’odore del ferro, il racconto lungo da lei scritto e illustrato, edito da Rrose Sèlavy con la prefazione di Maurizio Landini e ispirato alla propria esperienza giovanile di operaia in uno stabilimento di fusione del ferro. Tra luci e tratteggi, parole e suggestioni, nel suo racconto la Possentini raduna a sé memorie, sensi e percezioni di quegli anni, conducendo il lettore all’interno della fabbrica, con le sue regole, i suoi tempi, le sue voci, le sue abitudini. Al suono della sirena si entra meccanicamente con indosso già il camice e la maschera. Poi ci si mette in posizione, tra polveri e scintille che ogni giorno danno così il loro benvenuto in fabbrica. È questa l’efficacia del processo produttivo: non fermarsi mai, non pensare, non riflettere, attaccare immediatamente, mentre i rumori rintronanti di forni e saldatrici foderano la fabbrica dal mondo esterno.

Tutt’intorno depositi di ferro, materiali di scarto, polveri di abbattimento: un’enorme involucro grigio rarefatto che invade gli occhi e l’anima, anche durante le piccole pause. A poco serve insaponarsi alla sera sotto la doccia per lavare via l’odore del ferro, non se ne andrà tanto facilmente. È già sera e la stanchezza è molta, domattina sotto il cielo fosco di un’alba non ancora arrivata, bisognerà ripartire. Il lavoro, si sa, non è tutto, questo è quel che rammentano in tanti, oltre al lavoro dev’esserci spazio per altro, deve preservarsi la possibilità di sognare, almeno quella dovrebbe sempre essere al sicuro. E dicono bene, dalle poltrone e dalla scrivanie sistemate, che sognare è un diritto, ma sognare appoggiati alla serrata di una fonderia richiede maggiore fantasia. Che poi certi sogni possono restare incagliati e non librarsi più, impigliati alle abitudini, alle responsabilità, al discorso eterno sul valore dicotomico del lavoro: da una parte il guadagno dall’altra parte i rischi, da una parte le aspirazioni dall’altra parte la concretezza. –Sei giovane e lavori, beato te, non sei contento? -, beatitudini conferite da chi sta intorno e a gran voce, senza tanto riflettere, ché forse chi non pensa a quel che dice somiglia un po’ ad una piccola grande fabbrica, dove non ci si può fermare a capire, bisogna enunciare, produrre vocaboli, emettere suoni, elencare opinioni. Solo la nonna capisce, lei capisce eccome, lei con la sua esperienza, lei con suoi occhi che hanno visto tanto; difatti osserva e parla poco, quanto basta per schiarire tutto quel grigio livido di una piccola grande luce.

«Impara a fare tutto, anche quello che è brutto». Non tutte le suppliche esterne di resistenza offendono chi resiste: dipende da chi le pronuncia. Prendere lezioni da chi può impartirne è cosa naturale ed è l’unico modo per imparare davvero. Imparare a riflettere, ad agire, ad ascoltare e a non ascoltare e, soprattutto, imparare a riconoscere i buoni incontri. Anche quello con un misterioso cucciolo di cane che un giorno all’improvviso, inizia ad aggirarsi nei pressi della fonderia e che si elegge tuo fedele amico, ti cerca, ti aspetta all’entrata e all’uscita. Così, una delle matite più autentiche e interessanti del libro illustrato italiano, racconta con delicatezza i ritmi faticosi e rigidi delle giornate in fabbrica e narra il suo sogno, il sogno di un’operaia, fattosi realtà al rumore di saldatoi e fresatrici di una fonderia dell’Emilia Romagna, dove tra una pausa e l’altra, la giovane non abbandona l’ aspirazione artistica che da sempre l’accompagna.

Ma il libro racconta anche, senza troppo dilungarsi, la difficoltà che molte persone riscontrano ancora nella ricerca di un lavoro adatto alla propria formazione, specialmente se vivono in provincia, in quelle aree distanti dai grandi centri dove non tutti hanno possibilità di trasferirsi. In mancanza di un lavoro in linea con le proprie aspirazioni, questa storia riflette anche su un altro duro ostacolo che molti continuano ad incontrare: quello di trovare un impiego che sia perlomeno dignitoso, adatto alle proprie capacità e la cui retribuzione sia commisurata al rischio. Ci sono volute fiducia e perseveranza, ci sono volute allo stesso modo illusione e disillusione ma, alla fine, stampi, lamiere e rottami da demolizione si sono tramutati in una storia, una di quelle vere, non solo un sogno.

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