Mario Di Calo
Visto al Piccolo Eliseo di Roma

Il Coro di Saviano

Arriva a teatro "La Paranza dei bambini", il romanzo di Roberto Saviano "adattato” da Mario Gelardi: il ritratto impietoso di un'umanità perduta. Quasi come una tragedia greca

Dall’immenso magma letterario di Roberto Saviano, oltreché il Gomorra cinematografico e televisivo, spesso son state tratte delle opere teatrali, ora è in scena fino al 17 dicembre al Piccolo Teatro Eliseo di Roma La Paranza dei Bambini con la regia di Mario Gelardi, tratto dall’omonimo romanzo dell’autore napoletano edito da Feltrinelli e che ha debuttato al Festival dei Due Mondi di Spoleto questa recente estate. La storia è semplice: siamo di fronte ad un branco di ragazzini, poco più che giovani uomini, una paranza, o piccoli pesci in gergo marinaresco (o, anche e soprattutto oggidì, camorristico), che volontariamente decidono di collaborare con la camorra per qualche spicciolo in più o per riscatto preadolescenziale. Dieci ragazzotti, dieci balordi, dieci storie designate da nomignoli diversi, dieci tracciati senza grandi tragedie alle spalle, che per mancanza di ideali, come vittime sacrificali si immolano a quel serpente tentatore e penetrante che macchia di corruzione e sangue terre che altrimenti sarebbero paradisi terrestri.

Il Grande Maraja è un locale sfavillante di Posillipo e loro non ambiscono ad altro se non ad avere un privé in quel luogo frequentato da gente che conta. Questo sarà il punto di partenza per un non-ritorno per molti di loro, in un gioco più grande e perverso che li porterà alla morte e all’autodistruzione. Roberto Saviano e Mario Gelardi già collaborarono a una versione scenica del bestseller Gomorra: qui sembra che entrambi raggiungano una maturità ed una compostezza scenica che rasenta l’opera d’arte, anche per il significato che l’operazione assume e per il contesto nel quale nasce. Il teatro, e nello specifico Il Nuovo Teatro Sanità – da cui parte il progetto in co-produzione Mismaonda in collaborazione con Marche Teatro e ove il regista Gelardi opera e combatte ogni giorno – assume un accezione purificatoria, poiché il quartiere Sanità noto per un’alta concentrazione di criminalità, grazie all’operato di questi artisti (e di molti atri ancora in altri settori) sta cercando di rinascere tramite un’opera di generale rivalorizzare. La regia di Mario Gelardi, di conseguenza, non si perde in facili oleografie ma schematizza e acidifica il tutto in un unico impianto dove una struttura unica fa da tramite per le varie situazioni e/o ambientazioni, in una fusion che va dalle antenne paraboliche al trash popolaresco. Unici elementi movibili: delle pedane in discesa che, come ne Les Escaliers du Sacre Coeur di Copi, mettono a contrasto le diverse marginalità dei personaggi che popolano la pièce.

In bilico fra un coro straziante di una tragedia greca e un fumetto tratteggiato in bianco e nero, i protagonisti sembrano eroi usciti direttamente da un videogioco della saga di Assassin’s Creed. Lo spettacolo procede in modo determinato e sicuro anche grazie a dieci interpreti di valore espressivo davvero unico. Ma non siamo di fronte ad un coro con una sua identità ben precisa con uno scopo di giustizia da raggiungere, il coro che Saviano racconta è fatto di piccoli uomini che probabilmente neanche ‘cresceranno’ poiché stroncati e/o assorbiti prima da quel mostro a tre teste che è la loro chimera divoratrice. Vincenzo Antonucci, Mariano Coletti, Giampiero de Concilio, Simone Fiorillo, Carlo Geltrude, Enrico Maria Pacini, Antonio Orefice, generosissimi, atletici e armonici sono guidati da una bellissima rivelazione: dall’arroganza e spavalderia, dalla baldanza e sicurezza, dall’eccedenza eppur misurata validità di Riccardo Ciccarelli come Nicolas Fiorillo detto Maraja, il protagonista/propulsore di questo seducente spettacolo da non perdere. In scena con loro i pur bravi Ivan Castiglione e Antimo Casertano.

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