Mario Di Calo
Visto al Piccolo Eliseo di Roma

Ruccello e Duchamp

Gea Martire e Chiara Baffi, con la complicità della regista Nadia Baldi, riportano in scena "Ferdinando" di Annibale Ruccello puntando sui simboli e sulle astrazioni, più che sul naturalismo simbolico del testo

Ferdinando, il testo di Annibale Ruccello vincitore del premio Idi nel 1985, possiamo considerarlo a tutti gli effetti un classico del teatro contemporaneo. Nadia Badi, la regista del recente allestimento visto al Piccolo Eliseo di Roma (prodotto da Teatro Segreto) parte da questo assunto: un classico da rileggere e ri-attare in chiave assolutamente personale e originale. A cominciare da una scena non realistica (come richiesta, è ancora vivida nella mente quella di Franco Autiero per la regia dello stesso autore) di Luigi Ferrigno, Duchampiana, allusiva, simbolica, un ready-made fatto di oggettistica sospesa, di tiri e tende scorrevoli e squarci in lamiere dorate, simbolo di una declino imperante. In più elementi citazionistici con cui la regista crea una sorta di continuità con un precedente spettacolo sempre a sua direzione, quel Casanova con Herlitzka i cui unici elementi di raccordo erano degli sgabelli multiuso a rotelle che gli attori in scena utilizzavano/utilizzano per creare o simulare vari contesti.

Gli interpreti di questa edizione, isolati, sono come delle enormi sculture di un’immaginaria Isola di Pasqua, come monoliti di uno Stonehenge profanatore, come menhir neoliti, sono entità a sé stanti – diversi ma complementari. Mondi caratteriali che s’intercettano in una galassia a loro sconosciuta tentando una conversazione sghemba necessaria per essere traghettati nel Nuovo Mondo.

L’azione si svolge in un’antica villa situata in zona vesuviana non precisata nel 1870. In quest’antico interregno vi campeggia una baronessa borbonica, Clotilde Lucanigro, che vi si è rifugiata per difendere la sua entità atavica e che non vuole scendere a patti con il nuovo che avanza: quell’Unificazione dell’Italia che a molti non convinceva. A cominciare dal suo dialetto, il napoletano a cui non vuole rinunziare, in favore di una lingua bastarda, quella italica, che non sente come sua e non abbastanza esplicativa. Con lei vive una cugina/serva, povera, che le fa da speculare confidente/vittima: Geraldina. Si aggira per casa un preticello voglioso, Don Catellino pettegolo e maldicente come solo i preti di paese sanno essere. A sconvolgere l’equilibrio di questo menage a trois, di questo Teorema pasoliniano, come novello angelo del male, della morte o della sterminazione giunge il nipote di Donna Clotilde, il bel Ferdinando, orfano, che si impossessa dell’anima (e del corpo) di questo terzetto oscuro e ambiguo.

Scopriremo dopo un accurato e lungo processo di seduzione che quel ragazzotto non era quello che ci si immaginava, ma solo un traghettatore occulto per far cedere la baronessa al suo tranello. Il rifiuto della donna è da intendersi come un rifiuto all’omologazione. Il dialetto da sempre ha creato differenziazioni e peculiarità. È esemplificativo che il napoletano stesso abbia un infinità di variazioni ed inflessioni a distanze davvero irrisorie. La lingua che Ruccello utilizza è quella del ceppo stabiese, essendo lui nato e nutritosi di quegli umori e di quegli odori. Nella sua scrittura tutto questo è distinguibilissimo. Il rifiuto della sua protagonista è anche un rifiuto alla vita, al confronto, al sesso. Ed è relegata in un letto rifugio, origine del mondo, da cui tutto si genera e tutto muore.

Nadia Baldi, tende ad astrarre più che a raffinare un naturalismo bieco e finto, e in tempi di minimalismo spicciolo non è poco. Nel ricercare uno straniamento dai suoi attori, moltiplica quel processo di disfacimento di un’epoca, innescando un processo in divenire e spingendo il pedale verso un sentimento più vicino al nostro simultaneo, riuscendovi appieno. Le è complice un cast ben assemblato, a cominciare da un Don Catellino di Fulvio Cauteruccio bonaccione, baldanzoso, forse manca un po’ di untuosità propria del personaggio ma l’asserto calabrese sopperisce in modo felice. Una Gesualdina di Chiara Baffi, contrita e sottomessa ma che quando deve tirar fuori la cattiveria, l’autorità non lesina in temperamento e personalità. Bravo anche Francesco Roccasecca come Ferdinando (assolutamente diverso da tutti i Ferdinandi visti finora), tutto mossette e svenevolezze quando deve sedurre ma poi rude in personalità quando mostrerà la sua vera natura. Infine il vero moto propulsore dello spettacolo: Gea Martire come Clotilde. L’attrice mostra una maturità e un carattere degne del personaggio che va ad interpretare. Immensa, forte, sensibile, potente, una delle attrici più brave della sua generazione e che forse il teatro italiano dovrebbe tenere più da conto.

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