Mario Di Calo
Visto al Teatro Traiano di Civitavecchia

La religione del sesso

Andrea De Rosa, con Vanessa Scalera e Pier Giorgio Bellocchio, mette in scena “Autobiografia Erotica” di Domenico Starnone: un match interiore in un mondo dove solo il sesso sembra dar senso alle cose

Domenico Starnone ritorna ancora una volta alla drammaturgia teatrale – sempre con esiti felici – con Autobiografia Erotica (dal romanzo Autobiografia erotica di Aristide Gambía): questa frequentazione istrionica dell’autore napoletano ma trapiantato a Roma dà sempre frutti curiosi e diversi fra loro come a perseguire intenzionalmente traiettorie sempre diverse. La storia narra di un incontro/scontro fra un uomo e una donna, entrambi napoletani, a Roma, vent’anni dopo un loro primo incontro avvenuto a Ferrara. Lo spettacolo ha debuttato in anteprima nazionale al Teatro Traiano di Civitavecchia, all’interno della rassegna Traiano d’Autore, il 1 ottobre grazie alla volontà, al coraggio, alla coerenza stilistica di Cardellino srl – che produce lo spettacolo – recuperando una costola di una precedente produzione nella protagonista Vanessa Scalera (nella foto) che ne è interprete assieme al complice supporto di Pier Giorgio Bellocchio e la regia di Andrea De Rosa. Questo programma completa una trilogia ideale su Domenico Starnone che include i precedenti spettacoli prodotti dalla compagnia diretta da Silvio Orlando: La scuola e Lacci.

E veniamo al presupposto che precede il racconto vero e proprio: Aristide è un giovane editor napoletano, sposato e in dolce attesa, che giunge nella città estense per prendere contatti con un avvocato che ha scritto un romanzo familiare di matrice campana. Alla stazione viene prelevato dalla giovane e avvenente segretaria dell’avvocato, Mariella, anch’essa partenopea e fra i due nasce qualcosa di insolito, di fulmineo, di immediato. La ragazza prova un’irresistibile attrazione che sfocerà in un inaspettato, fugace urto/scontro passionale che condurrà la giovane donna, in seguito, verso un percorso di vita doloroso e complicato.

L’intreccio da cui prende il via il match teatrale è provocato da una lettera in cui Mariella convoca a casa sua Aristide, inconsapevole di ciò cui andrà incontro, per un confronto su quel coinvolgente convegno amoroso di anni addietro e a una conseguente vivisezione crudele e tenera, beffarda e malinconica, sempre in opposizione, in bilico, perseguita dalla donna con acuto cinismo, per far luce su quello che i due in maniera diversa hanno vissuto e ricordato. Starnone qui affronta il tema erotico non come argomento pruriginoso, provocante, voyeuristico ma come segnale allertante, di malessere della società contemporanea. Il sesso oramai determina, valuta, testimonia ogni tipologia di essere umano, sia esso uomo o donna, gay o transgender. Il sesso come nuova religione laica con cui fare i conti quotidianamente, un ago della bilancia che soppesa, valuta, influenza ogni azione volontaria o involontaria. E la psicanalisi, nuovo dogma dell’uomo moderno, fa da arbitro che assolve e condanna. Trasformando altro da sé, Starnone attua con determinazione un’incisione significativa, ideando dialoghi serrati, scorrevoli, incessanti (ma vi sono però anche momenti di ampio sguardo interiore). I due personaggi sono sia in relazione con l’altro sia proiettati verso un io che permette loro uno sguardo introspettivo di grande afflato, che in aggiunta al riscontro scenico – ben restituito dalla regia accurata di Andrea De Rosa – dà adito a una seduta analitica di spessore curiosamente poetico in cui il pubblico è un elemento essenziale, un terzo occhio complementare, indiscreto.

Una camera ottica – cieca – il cui diaframma è rappresentato da un tavolo che si framezza fra i protagonisti sta lì a marcare una distanza sostanziale fra i due sessi. Una messa a fuoco acuta, scrupolosa. Un’operazione chirurgica a cielo aperto. Una macchina da presa che scarrella su e giù, inesorabile, fra pensieri espressi e inespressi. Scanditi dal ricordo, dal dolore, dal rammarico. Si tratta di un impianto registico che rimanda alla cifra stilistica cara ad Andrea De Rosa, quella che passa attraverso quell’Elettra che lo ha affermato al grande pubblico come un regista dalle corde delicate e dal talento accorato fino alla Fedra della scorsa stagione; ma senza la complessità tipica di quegli allestimenti. Una ricerca fonetica che fa dell’utilizzo teatrale un tramite attraverso il quale le emozioni siano filtrate diagonalmente da un canale uditivo/emozionale piuttosto che visivo. La scomposizione orecchio/occhio non perde unità nella scissione ma riscrive una formula nuova in cui lo spettatore è stimolato a ri-costruire un suo personale tracciato percettivo. La costruzione del detto è causata dalla distanza ontologica che si crea fra cervello, vista e elaborazione del pensiero. E gli interpreti bene fanno a mostrarsi nella loro nudità mentale: Vanessa Scalera e Per Giorgio Bellocchio sono esposti a 365 gradi con le fragilità di quei personaggi cui regalano emozioni impalpabili. All’incirca come un occhio indiscreto sbirciasse nei loro più intimi segreti.

Lo spettacolo proseguirà la tournée nella seconda parte della stagione toccando Genova, Milano, Napoli e Roma.

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