Teresa Maresca
Incontro a Milano dedicato alla scrittrice

Appunti su Lalla

Quando la pittura incontra la scrittura: taccuini d’artista sull’incontro con Lalla Romano che intuì il percorso creativo di Teresa Maresca, apprezzando il suo «segno veloce, si direbbe istintivo, ma estremamente cosciente…»

Mercoledì Lalla Romano presentava il libro di Roberto nella libreria di corso Magenta (il poeta Roberto Mussapi è sposato con Teresa Maresca, ndr). Roberto mi ha raccontato di averle portato delle rose, in via Brera, qualche giorno prima. E pare che lei abbia detto, con la sua voce grave: «Sei un cuneese atipico». Roberto la imita bene, nell’accento chiuso nelle vocali. Dice “Lollo”, invece che “Lalla”. Penso che la scelta dell’aggettivo “atipico” sia proprio da Lalla. Quando scrive, e anche quando parla, sceglie delle parole che sono come delle punte di lancia: non aggiunge niente per spiegare. Tutto quello che c’è da dire è lì, nella parola precisa, netta. “Atipico”: bellissimo! Ho capito che anch’io considero atipico Roberto. Non è come “strano”. Atipico è un’altra storia. Cercherò di usare questa parola.

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Non ho mai incontrato Lalla Romano, ne ho una soggezione enorme perché ha scritto alcuni dei libri più belli che abbia letto. È come incontrare Hemingway. O Fenoglio. Sono arrivata in libreria quando loro due erano già seduti. Lei era imperiale. Dritta e con un cappello elegante e atipico. Roberto mi ha chiamato per presentarmi, sarei voluta scappare! Che cosa si può dire di intelligente a Lalla Romano? Infatti ho fatto del mio solito peggio, devo aver biascicato qualcosa mentre lei mi scrutava con gli occhi intelligenti e ironici. Poi ha fatto un complimento e lì davvero sarei voluta sprofondare.

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Maresca quadroLa prima volta di Lalla nel mio studio, ieri pomeriggio. Ero preoccupatissima: la stamberga fetente di via Poma, che chiamo pomposamente “studio”, si trova sotto al livello della strada; quando piove tanto, come la settimana scorsa, si allaga e arrivano a nuoto anche i pesciolini della vasca di Giorgio, il mio amico collezionista che abita di fronte, nel cortile in un loft lussuoso. Prima dell’arrivo del camion dello spurgo siamo usciti tutti con gli stivali di gomma ad acchiappare i pesci per salvarli dall’idrovora. Io però ci lavoro bene. Anche se non piovesse quando arriverà Lalla, pensavo, il bagno è nel cortile, e non è un posto raccomandabile. Poi è arrivata lei. A fatica, lentamente, ha sceso i tre gradini, appoggiata al braccio di Antonio. Sembrava una regina. Cappellino e soprabito, capelli raccolti in uno chignon. Antonio ci lascia sole. Lei gira nello studio, a proprio agio, sorride, solleva i mucchi di carta con i disegni a sanguigna. Ho lo studio pieno di caverne, di lunghi tunnel, di prospettive che in fondo hanno uno spiraglio luminoso. Tiro fuori dallo scaffale le tele che si accumulano sulla parete grande. Le guarda molto da vicino, con occhio esperto, e guarda anche me, mentre rispondo alle sue domande precise, domande sulla tecnica, su quanto diluisco il colore, ma niente interpretazione (grazie a Dio!) niente psicologismi. Ci hanno provato in tanti, le caverne si prestano, ma io non so mai che cosa dire. Poi si sofferma su una tela piuttosto grande: poco colore, qualche pennellata nervosa, l’ho finita in poche ore, mentre aspettavo che un olio si asciugasse. Roberto dice che è uno dei miei autoritratti, che io quando guardo il giardino tengo la testa piegata sulla spalla in quel modo. Lalla si entusiasma, e io penso che è perché finalmente vede una figura umana. I narratori non possono raccontare solo di paesaggio. Sembra più giovane: parla del quadro standogli accanto, in piedi, e non sembra stanca.

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Lalla viene a cena da noi! Tutto è perfetto, Roberto ha studiato il menù nei minimi particolari, e ha cucinato lui. Due piemontesi, è meglio che se la vedano da soli, a tavola! Antonio e Lalla sono allegrissimi, il cibo è fantastico, il vino pure. Lalla sembra una ragazza. Ride molto alle battute di Roberto, e ne fa anche lei. Antonio scatta qualche foto. Poi, la sorpresa finale: le banane flambé. Roberto le spiega che io definisco alcuni suoi piatti “da intorto”, cucinati apposta per acchiappare le ragazze. Le banane flambé sono uno di quelli, fanno scena. E ci casca anche Lalla: Roberto la chiama in cucina, e lei si diverte a vedere le fiamme che escono fuori dalla padella mentre io e Antonio spegniamo tutte le luci.

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Lalla RomanoÈ venuta Lalla a vedere la mia personale alla Vinciana, in via Maroncelli. È un po’ affaticata, forse Antonio ha dovuto parcheggiare lontano, qui non si trova mai un buco. Lalla gira per la galleria, guarda le tele, poi si siede su uno dei cubi di plastica bianchi anni Settanta, scomodissimi, maledizione. Mi fa cenno di sedermi accanto, poi mi prende la mano. Forse è colpa mia, dei miei quadri con tutte queste soglie, questi passaggi di stato, questi buio e luce, perché a un certo punto, e di punto in bianco, mi chiede di Dio. Comincio a detestarli questi quadri, è ora di smetterla, devo dipingere qualcos’altro. Lalla mi dice di avere un padre spirituale, lo chiama così. Dice: «Il mio padre spirituale è convinto che dopo la morte tutti rivedremo le persone care. Ma tu credi davvero che rivedrò Innocenzo? Che gli potrò parlare come ora?». Per fortuna non sono obbligata a rispondere, perché Lalla non sta davvero parlando con me. Fissa un punto nel vuoto, mentre di solito mi guarda dritto negli occhi. Intanto continua a tenermi la mano.

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Nell’appartamento di via Brera di Lalla c’è una bella luce primaverile. Mi siedo sul divano accanto alla sua poltrona. Sono venuta a portarle un piccolo disegno a sanguigna in regalo, e il catalogo della mostra alla Falck, con il suo testo. Antonio è molto indaffarato a correggere delle bozze, quindi noi restiamo sole. Mi dice dei suoi dispiaceri familiari, col nipote, e poi mi racconta di come si sia allontanato da lei il figlio, dopo Le parole tra noi leggere. Non dico niente, ascolto in silenzio come se non lo sapessi, ma è una storia famosissima. Penso che voglia raccontarmelo. «Si è sentito esposto dal mio racconto, e si è offeso», dice. «Ma io non potevo certo scrivere altre cose, ho raccontato quello che succedeva, quello che lui diceva o faceva. Io sono un romanziere, non potevo omettere niente». Poi, purtroppo, mi chiede che cosa ne penso, che cosa avrei fatto io al posto di suo figlio. Le rispondo che non può farmi quella domanda, perché io sono un lettore appassionato di quel libro, e posso solo essere felice che sia stato scritto, come lettore intendo. Aggiungo che, però, se io fossi stato suo figlio, forse sì, mi sarei sentito messo a nudo, esposto, e questo ai giovani non piace. Non ho detto «ai giovani un po’ problematici», ma lo penso. Per fortuna mia madre non è un’artista: per fortuna io non ho figli. Gli artisti non sono buoni genitori. Sono atipici.
(1990)

Teresa MarescaSabato 27 febbraio alle 11, a Milano, alla Biblioteca Nazionale Braidense, Sala “Lalla Romano” (via Brera 28), la pittrice Teresa Maresca (nella foto), attraverso la lettura dei suoi taccuini d’artista che qui anticipiamo, racconta la storia della sua amicizia con la grande scrittrice. All’incontro “Pittura e scrittura – Teresa Maresca per Lalla Romano” partecipano Antonio Ria e Andrée Ruth Shammah che introdurrà le nuove opere della Maresca, in cui alla figurazione si aggiunge il tema dell’acqua, nelle “Piscine e nei “Bagnanti”.

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