Roberta Passaghe
A proposito de “L’odore della città”

Il giallo dell’ingegnere

Il nuovo romanzo di Cosimo Filigheddu è un giallo che gioca tutto sui particolari. Ma più che la storia di un'indagine poliziesca, è un'inchiesta sull'animo umano

Nell’episodio quattordici della quinta stagione di Breaking Bad, l’agente Hank Schrader finalmente ammanetta il chimico e produttore di metamfetamina Walter White che ha a lungo inseguito ma, chissà perché, lo spettatore non riesce a tirare un sospiro di sollievo, inconsciamente consapevole che l’irreparabile sta per accadere. Dopo la confessione di uno dei tanti protagonisti dell’appassionante L’odore della città di Cosimo Filigheddu (Il Maestrale, 288 pagine, 20 euro), la sensazione è più o meno la medesima: l’irreparabile sta per accadere, e la tensione crescente che ha retto i fili della narrazione fino a lì si appresta a muoversi verso risvolti imprevedibili.

In un’afosa nottata, Ettore, ricco ereditiere e indolente commerciante di una cittadina di provincia, uccide, senza quasi sapere come, un giovane ingegnere. In preda al panico si rivolge all’amico Matteo che, con fredda astuzia, coinvolge i compagni di una vita, suoi e di Ettore, e architetta un modo per occultare il cadavere. Non fosse per una serie di coincidenze le cose seguirebbero un percorso scontato, ma si sa: il diavolo si nasconde nei dettagli. E sono proprio i dettagli a costituire il centro nevralgico di questo accattivante romanzo, in cui, come del resto ci si aspetterebbe in un’opera di valore, niente è lasciato al caso, a partire dalla caratterizzazione, estremamente realistica, dei personaggi. È anche questo a dare corpo e vita al testo che, per l’accuratezza dei particolari, ricorda da vicino Procedura di Salvatore Mannuzzu. Anche questo, ma non solo: in entrambi i romanzi l’aspetto investigativo è infatti un mero pretesto per uno studio, profondo, dell’animo umano.

Filigheddu ci trascina in una dimensione in cui le debolezze e le fragilità individuali sono alla mercé del più potente, dove non ci si può permettere una svista se non a caro prezzo: il suo è il quadro generale di una cittadina che ingloba e annichilisce ogni sentimento di rivalsa e appiattisce tutto a un livello basilare. A dare nota di questa mediocrità è una lingua dai perfetti toni medi (e per medietà non si intende incuria, ma uso consapevole del mezzo linguistico) che restituisce con efficace coinvolgimento i dubbi e le insicurezze dei personaggi. Non si rilevano inflessioni verso l’alto o verso il basso e non passa inosservato il pungente sarcasmo di alcuni salaci scambi. Un vero piacere per gli occhi assistere alla messa in scena di una lingua che si fa partecipe delle vicende permeandone a fondo la portata: sembra davvero che l’odore della città trasudi dalle pagine, rendendole appiccicaticce e crespe, un olezzo che veicola un’esperienza immersiva di forte suggestione.

E l’immagine sarà pure poco attraente, ma d’altronde il potere della letteratura sta anche nello stimolare i sensi verso esperienze non sempre gradite (si pensi a La metamorfosi di Kafka), costringendoci in universi non necessariamente comodi. Anzi, il lettore è più volte messo scomodo, chiamato a tenere per l’una o l’altra fazione: difficile non provare, a un certo punto, simpatia per quello che non esiteremmo a definire un branco di imbecilli che ne fa una e ne sbaglia cento, così come non si può non tifare per Davide, l’anziano poliziotto che gli sta alle calcagna. Chi legge può sentirsi libero di immedesimarsi, se è questo ad attrarlo, nella mondana normalità di un evento straordinario: più è irrazionale e irragionevole quanto accade, più è ancorato alla banalità di un eccezionale giorno qualunque.


La fotografia accanto al titolo è di Tiziana Cavallo.

Facebooktwitterlinkedin