Lina Senserini
Italia da ritrovare

Maremma sovietica!

Un documentario di Maurizio Orlandi racconta mito e la vita di Gavorrano, il paese della Maremma che tutti chiamano "La piccola Russia". Un intreccio di storia, umanità e politica

C’è un paese in provincia di Grosseto che negli anni Settanta del secolo scorso veniva chiamato “La piccola Russia” per il numero di iscritti al Pci e per le percentuali bulgare con cui il partito della falce e martello vinceva tutte le elezioni.

Bagno di Gavorrano, frazione di Gavorrano, nel cuore dell’area mineraria della Maremma, a due passi dal litorale di Follonica e dalla sua zona industriale, ha una storia politica e sociale tutta particolare, per non dire unica. Tanto da essere il protagonista del documentario La piccola Russia, del regista Maurizio Orlandi, prodotto dalla cooperativa Filmrouge di Torino, che si è appena aggiudicato il 1° premio al festival del Cinema Glocal nella capitale piemontese, secondo per importanza solo al “Torino Film Festival”.

Il 3 maggio, quando il documentario è stato proiettato a Bagno di Gavorrano, in un evento organizzato da Arcinprogress con la collaborazione dell’associazione La Quercia, della locale sezione Soci Coop e del Comune di Gavorrano, c’erano solo posti in piedi. Quaranta minuti di proiezione per raccontare un mondo che si è perso, fatto di un tessuto sociale granitico, che aveva la propria ossatura nella solidarietà, nella partecipazione, nella militanza politica e sindacale, nelle lotte per la giustizia sociale. Un paese di minatori prima, operai della Montedison poi, di famiglie e persone ispirate dagli ideali del Pci che seppero convergere nella realizzazione di progetti e iniziative uniche e irripetibili. Uomini e donne che si sono dedicati alla politica, mettendo a disposizione intelligenza, energie e tempo libero, con l’unica ambizione di contribuire a far crescere le idee del socialismo in un mondo più giusto, dando allo stesso tempo lustro al proprio paese.

Il simbolo di questa monolitica coscienza politica è stata per lunghi anni la Casa del popolo, costruita 51 anni fa, luogo di incontro, confronto e partecipazione, intorno alla quale ruotava la vita della maggior parte dei gavorranesi. Quando fu inaugurata, il 23 settembre 1973, a presenziare il taglio del nastro c’era Pietro Ingrao, ma soprattutto c’erano 20.000 persone arrivate da tutta la Maremma, da Livorno, Pisa, Siena, Firenze, Civitavecchia, Roma, oltre a una delegazione da Torino e una da Venezia. La sezione Pci di Bagno aveva rapporti ovunque.

Per sostenerne la costruzione, vennero raccolti, con le sole sottoscrizioni dei cittadini, circa 20milioni di lire, senza considerare l’insostituibile contributo del lavoro volontario di tante persone, che consentì di completarla soli 18 mesi. Il risultato fu una casa del popolo di nome e di fatto, un punto di aggregazione sociale, un moderno spazio ricreativo – con cucine (e cuoche) protagoniste di eventi “leggendari” – da cui sono passate migliaia di persone.

Proprio dalla storia di questa struttura, raccontata nel libro I ricordi di un ragazzo del Palazzo di mezzo scritto nel 2006 dall’ex sindaco di Gavorrano, Mauro Giusti, ha preso le mosse il film di Maurizio Orlandi. Parole, foto, materiale di repertorio, immagini girate in super8 dallo stesso Giusti, messe a disposizione del regista che, mantenendo come filo conduttore il libro, racconta la storia attraverso interviste di oggi e filmati di ieri, da un osservatorio particolare: quello delle donne di Bagno, che «hanno avuto un ruolo importantissimo in un periodo in cui la gente si sentiva protagonista della vita sociale in tutte le sue espressioni e la dimensione privata coincideva, quasi naturalmente, con quella pubblica e collettiva», spiega.

Erano le donne, del resto, a sostenere l’impegno politico dei mariti e che lavoravano dalla mattina alla sera nella cucina della Casa del Popolo ogni volta che c’era bisogno. Mauro Giusti alcuni fa, in un’intervista al quotidiano Il Tirreno, raccontò un aneddoto, che spiega alla perfezione il “triangolo” marito-moglie-partito, vissuto dentro e fuori la famiglia,

«Una sera, Carlo Fantini, segretario di quella che oggi si chiama unione comunale, rientrò tardi a cena a causa di impegni politici. La moglie, arrabbiata, cominciò a litigare. “Sbrigati a brontolare, Giuliana, perché dopo ho un’altra riunione”, le rispose imperturbabile continuando a mangiare la sua minestra».

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