Giuliano Compagno
A un mese dalla scomparsa

Lo spirito di Grazia

Ricordo di Grazia Marchianò, rappresentante di punta, anche se appartata, della filosofia contemporanea. Sempre in cerca del senso della relazione profonda fra esperienza e spirito. Anche nel rapporto con il marito Elémire Zolla

È trascorso un mese dalla fine solitaria di una nobile Donna nella casa dove aveva trascorso anni bellissimi, di studi e di amore, sino al giorno in cui il suo uomo se ne era andato. La fine solitaria di Grazia Marchianò a Montepulciano è apparsa come una chiusura annunciata, eppure i commiati di chi si è affrettato a riunire il nome di Grazia a quello di Elémire Zolla non hanno reso onore né all’una né all’altro. Insomma, ridurre Grazia Marchianò al ruolo di testimone e biografa di Elémire è stato il modo più superficiale e ingrato di salutarla, perché la sua attenzione nei confronti dell’importante eredità lasciatale dal marito era stata l’esito di un lungo gesto affettivo per trattenerlo presso di sé.

Era stata una sorta di promessa mantenuta e realizzata nei confronti de Il conoscitore di segreti, meravigliosa biografia intellettuale che Grazia ha portato a compimento nella memoria di un dialogo e di un lessico che appartenevano a entrambi; era quell’aura dove i due sapevano convivere: “Un’esperienza che tutti hanno avuto almeno una volta anche se qualcuno se ne dimentica. È l’ora eletta in cui il senso dell’esistenza sta lì, davanti a noi, quasi percepibile coi sensi, ed è anche la capacità di meravigliarsi”.

Senz’altro in un’aura era albergata quella loro relazione che avevo ben conosciuto a metà degli anni Ottanta, forse comprendendo che essa in nulla assomigliava a un rapporto tra maestro e allieva; pochi i 16 anni che li separavano e molta la forza di carattere che Grazia era capace di mostrare alla minima posa da precettore da parte di Elémire, tanto che, durante una passeggiata, fui testimone del suo piglio nel rimproverarlo con aperta fermezza. Ironicamente annotai l’episodio come “lesa maestria” e, se ne accenno oggi per la prima volta, è per difendere la totale originalità filosofica di Grazia Marchianò, che già nel 1974 aveva pubblicato L’armonia estetica, sorprendente saggio sulla civiltà laotziana e sul connubio tra esperienza e intuizione estetica.

In tempi non sospetti, ella avrebbe rivolto con altrettanta arditezza il suo sguardo a Occidente, rilanciando il grande contributo di Marshall McLuhan, non solo alla massmediologia contemporanea ma, in origine, alla storia della letteratura inglese. Sarà uno delle centinaia di contributi da lei pubblicati nel campo dell’estetica comparata. Tra essi merita una speciale menzione Sugli orienti del pensiero. La natura illuminata e la sua estetica, opera breve e fulminante sulle fonti del pensiero indù, cinese e giapponese, il cui senso complessivo si coglie in una frase: “Una luce spirituale può essere suscitata da un componimento poetico, un brano letterario, una partitura musicale, un dipinto, un pensiero puro, ma anche da un arcobaleno, un fiume, un bosco, una farfalla o una circostanza, una coincidenza”.

Nel maggio del 1990, già avviata a una meritata carriera universitaria, Grazia chiamò a convegno alla Certosa di Pontignano il movimento estetico italiano al gran completo per dialogare circa le sue principali correnti di pensiero. Nel ripensare ai nomi di Anceschi, di Assunto e di Pareyson, si rimpiange anche la schiera dei loro “allievi” migliori, da Umberto Eco a Gianni Vattimo, a Mario Perniola. A costoro non esiterei nell’aggiungere Grazia Marchianò, per il talento, per l’unicità della sua ricerca, per il suo perfetto scrivere e per essere divenuta, proprio lei, la prima professoressa ordinaria di Estetica in Italia, così indifferente al potere accademico.

Nel ricordarti con riconoscenza, carissima Grazia, so che per te si è già avverata la prospettiva zen secondo cui “il mondo della vita è un processo ininterrotto dove le cose emergono alla forma e si reimmergono nel grembo della vacuità”. La memoria di te non sarà mai una fine solitaria.

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