Roberta Passaghe
A proposito di “Gesù non amava i nemici”

Le parole di Gesù

Giambernardo Piroddi analizza il lessico evangelico nelle varie edizioni e traduzioni per tracciare il profilo di una comunicazione millenaria ricca di domande, censure e misteri

«Dovremo allora tornare a considerare la ragionevole ipotesi che ai vocaboli “cieco”, al verbo “guarire” e all’espressione “aprire gli occhi” siano attribuiti dei significati che si connotano fortemente, allontanandosi dalla letteralità e aderendo a un codice comunicativo stabilito da chi le pronuncia e che gli evangelisti trasmettono».  Il gergo, stando alla definizione del Treccani online, è una forma di linguaggio propria di un certo gruppo sociale, usata allo scopo di evitare la comprensione da parte di persone estranee al gruppo. Quali sono le cose la cui comprensione deve restare all’interno del gruppo di Gesù e dei suoi discepoli? E quelli che ne sono esclusi, perché lo sono?  A queste e ad altre complesse domande prova a rispondere Giambernardo Piroddi nel suo Gesù non amava i nemici. Quello che i vangeli greci raccontano e le traduzioni censurano (Edizioni Clandestine, 19.90 euro, 286 pagine).

Il messaggio evangelico, la buona novella, è sempre stato presentato come appannaggio di tutti, come rivolto a un vasto pubblico. La verità è che il codice comunicativo impiegato da Gesù nei vangeli esclude sistematicamente dalla comprensione chiunque non rientri nella sua cerchia; ad esempio, Piroddi si chiede: «Il messia parlava effettivamente in parabole e si esprimeva con un gergo finalizzato a velare i contenuti della sua azione? Oppure non parlava affatto in parabole, bensì furono gli evangelisti (o uno di loro e gli altri hanno seguito l’esempio) a coniare il codice criptico per rimodulare e velare l’insistita durezza e ferocia di proclami dalla chiara matrice eversiva?». La durezza e la ferocia dei contenuti sono fatte emergere attraverso uno stringente confronto tra il testo greco e le sue traduzioni italiane (Cei, Nuova Diodati e Nuova Riveduta), mettendo in luce le discrepanze tra i significati letterali di alcune espressioni e i significati reali. Molta attenzione, per citare un caso, è dedicata al campo semantico dei “piccoli”, termine che ricorre con frequenza insistita nei vangeli e che, stando allo studioso sassarese, non solo spesso è stato tradotto in maniera impropria ma vorrebbe dire ben altro che piccoli di età, o di statura, o di calibro; con un lungo iter analitico si approda alla conclusione che starebbe più in generale a indicare i trasgressori della legge mosaica. Che siano dunque i benvenuti alla mensa tutti coloro che non rispettano la Legge. Ma perché Gesù dovrebbe istigare a infrangere la legge mosaica se è la stessa che ha predetto il suo arrivo? È una delle non poche questioni sollevate nelle pagine di Piroddi.

Nel prosieguo, vengono sfatati alcuni dei più comuni miti legati alla storia del messia e ai suoi insegnamenti, tra cui, come suggerisce il titolo, quello secondo cui Gesù amava i nemici. È vero che c’è la proverbiale altra guancia, ma è vero anche che Gesù dice «quei miei nemici, che non volevano che io diventassi loro re, conduceteli qui e uccideteli davanti a me». Non solo risalta la forte discrepanza tra ciò che è usualmente ammesso riguardo al vangelo, ossia che sia un messaggio di misericordia, ma è anche sottolineato il contrasto tra il testo greco, che dice senza possibilità di dubbi katasfàzo, sgozzare, e le traduzioni, che dicono invece uccidere. Perché queste optano per un termine ben meno efferato? A voler riprendere i Translation Studies si direbbe che le traduzioni adottano un approccio etico che Lawrence Venuti chiamerebbe domestication, ossia un avvicinamento del testo e della cultura di partenza al testo e alla cultura di arrivo con una palese manipolazione dei primi. La ragione? È quanto resta da chiarire; Piroddi si interroga in merito evidenziando come, se fosse stato Gandhi a pronunciare tali parole e non Gesù, nessuno avrebbe concordato nel dire che il suo era un messaggio di misericordia. Molte domande restano senza risposta ma non passa certo inosservato il percorso logico che conduce alla formulazione di queste, ingaggiando il lettore in un attivo gioco di debunking delle più comuni verità (o ritenute tali) evangeliche.


La fotografia accanto al titolo è di Roberto Cavallini.

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