Roberta Passaghe
A proposito di "Jump"

Il salto di Meno

Il nuovo romanzo di Angelo Mazza racconta la storia di un saltatore che fonda la sua vita sui numeri e le misure. Ma, in realtà, è una storia sull’amicizia e la lealtà, sul sacrificio e lo sforzo. E la voglia di essere accettati

In una estenuante giornata milanese, segnata dall’apprensione per l’esito di un’operazione chirurgica cui il padre si sta sottoponendo, Filomeno naviga tra il presente e il passato, in un continuo susseguirsi di flashback che porta chi legge Jump (Il Maestrale, 288 pagine, 20 euro) di Angelo Mazza a muoversi tra le peripezie di una promettente carriera sportiva, quella del protagonista da adolescente, e le insidie di un temuto male che attanaglia il signor La Gazza, genitore di Meno (affettuoso diminutivo con cui amici e parenti chiamano il nostro).

Il viaggio a ritroso nel tempo crea una tensione che ci rende compartecipi delle ansie e delle paure del giovane saltatore, a sperare, insieme a lui, che riesca a sbaragliare i fatidici sette metri di lunghezza nel salto. Anzi “7”, per dirla con lo stesso linguaggio che Mazza fa usare a Meno: una scelta che balza subito all’occhio, questa dell’impiego delle cifre in luogo del corrispettivo in lettere per indicare nel testo qualsiasi tipo di numero, come se tutto ciò che è possibile misurare nel quotidiano fosse riconducibile alle cifre di un campo di atletica («200 metri; 20 anni prima; un buon 4° d’ora»). Tuttavia, Mazza ricorre alle lettere nelle parti in cui cambia la voce narrante, cioè quando a raccontare è il padre, come in due tre quattro alla volta. Questa operazione di mimesi si accompagna all’uso frequente di sardismi, collocati nelle conversazioni o, a volte, anche nelle descrizioni («al piano di su; la porta di cucina; mi stava uscendo un po’ di pancia; perché sei più vergognoso di tuo figlio; Mussi, stiamo arrivando!»), a dare maggiore concretezza al racconto, calato com’è prevalentemente nella realtà barbaricina. Quando Meno si trova in balia delle sue insicurezze, la sua lingua si fa via via meno asciutta e indugia volentieri su qualche ricercata similitudine o metafora: «Lancia occhiate come un grizzly sciupato dal duro inverno; mi ero appena affacciato al pozzo nero della sconfitta, dove i sogni vanno a morire». A essere apprezzabile è, poi, il perfetto bilanciamento tra le sfere del passato e del presente, che si intrecciano comunicando in maniera efficace tra loro. Il continuum è ben retto dal modo in cui ogni episodio narrativo si conclude, sempre ancorato al passaggio successivo. È un viaggio in cui la meta non è necessariamente raggiungibile, e infatti su molti fronti il lettore sarà costretto, così come il protagonista, a rimanere deluso: ma, esattamente come nello sport, tutto questo fa parte del gioco.

Un approccio un po’ superficiale potrebbe far ritenere che il tema centrale sia appunto lo sport, ma i temi sono in verità molti e vari: l’amicizia e la lealtà, il sacrificio e lo sforzo, il senso di insicurezza e inadeguatezza, il perseguimento degli obiettivi individuali, la gestione, non sempre facile né felice, dei rapporti famigliari, l’accettazione di situazioni più grandi di noi. È un percorso di crescita in cui non si fanno attendere episodi esilaranti (l’attacco di dissenteria durante un primo appuntamento) e momenti profondamente toccanti (l’ultimo saluto a uno dei personaggi), una buona commistione di divertimento e emotività.

Resta da evidenziare un ultimo aspetto: la malattia del signor La Gazza non è mai affrontata come una guerra da combattere, il protagonista ci dice esplicitamente che aborre questo tipo di metafora e se vi si sofferma, e accade una sola volta, è proprio per ribadirne l’inconsistenza. Ci sono, invece, riferimenti molto delicati a questo decorso clinico che trascinano in un universo di estrema empatia, facendoci piombare in un mondo dove la riuscita degli eventi è dubbia (fino all’ultimo chi legge resterà in sospeso riguardo l’esito dell’operazione). La dimensione affettiva, in aggiunta, non sfocia nel morboso: le attenzioni telefoniche che Meno riceve in ragione della malattia del padre sono edulcorate da una resa linguistica sempre puntuale e mai melensa, in un tripudio di realismo quasi novecentesco. Il romanzo veicola messaggi che potremmo definire incoraggianti e, nonostante le multiple frustrazioni che Filomeno deve esperire da ragazzino, da quelle sportive a quelle famigliari e relazionali – «non potevo ancora sapere che la vita, a un certo punto, è pure una somma di vuoti» – c’è anche spazio per la rappresentazione di un’adolescenza a tratti spensierata.


La fotografia accanto al titolo è di Roberto Cavallini.

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