Sauro Albisani
“Camminando” di Francesco Dalessandro

Il tempo e il dolore

Nitore, pulizia, esattezza, misura, necessità. Sono i sostantivi che definiscono la lingua poetica dell’autore abruzzese che in questa raccolta «delinea una percezione del tempo come perdita» e «affida alla parola il compito di salvare dal naufragio»

Parto dal titolo: Camminando. Quando ho incominciato a leggere il libro (Edizioni Il Labirinto, 12 euro), subito ho pensato a due versi di Machado che per me restano fra i più belli di tutto il Novecento; «Caminante no ai camino / se hace camino al andar». (Viandante, non c’è cammino: il cammino si fa andando). Quando ho finito di leggerlo, ho chiuso il libro e mi sono detto: è il titolo giusto. Non mi ha sorpreso di trovare i due versi di Machado citati nella Postilla. Se il sentiero si fa camminando, per capirlo bisogna rifarlo all’indietro. È proprio ciò che ha fatto Francesco Dalessandro mettendo insieme queste pagine. Dal momento che questa è una legge che vale per tutti, facendolo per sé lo ha fatto anche per chi legge. E gliene sono grato. Posso dire, rischiando il paradosso, che in questi versi c’è molto della mia vita, anche se lui non conosce la mia autobiografia. Cambierebbero solo le date, che sono frequenti nel libro, ad avvertire che le «situazioni affezioni avventure» del suo animo sono «storiche», non stanno in un tempo parallelo o sospeso rispetto al tempo della vita. Cambierebbero le date, ma già mi strapperebbe un sorriso di complicità il modo in cui Francesco diagnostica, ripensandoci, l’irruzione del dèmone poetico nella sua adolescenza. La medesima irruzione la conobbi anch’io e, molto tempo dopo, m’è capitato una volta di paragonarla a un’eruzione cutanea. Intitolai Brufoli quella paginetta autobiografica. Dalessandro chiama il suo dèmone «vizio solitario» e in un altro passo «sacro vizio della parola». Il mio sorriso starebbe a significare che sono in grado di capire bene le sue parole.

Ma per un’altra ragione, non secondaria, mi sono detto subito che il titolo è giusto. Anche solo sfogliando il volume è facile accorgersi che la forma prediletta è, insieme all’elegia, quella del poemetto. Questo ci dice prima ancora di leggere che il poeta ha bisogno di avere a che fare con la durata. Lo start è l’adolescenza, meno presente l’infanzia. Adolescenza significa per il poeta giorni di grazia, un fuoco destinato a trasformarsi in cenere, ma che proprio dal suo essere effimero trae la propria grazia. Talora il recupero del vissuto è frantumato, ellittico: Dalessandro affida alla parola il compito di salvare dal naufragio sequenze di un film che non si può più proiettare intero. Si delinea una percezione del tempo come perdita. Questo ci viene detto per figure ricorrenti: la cenere («ceneri del dolore», leggiamo in Mio dèmone, Poesia), il naufragio (che nel poemetto Salita al Gran Sasso diventa il «naufragio della coscienza». Perdita più che guadagno. Se c’è un guadagno, è a caro prezzo:

Ma la poesia – un giorno capirai –
nasce sempre dal solco che il dolore
ara nella cosienza (…)

Il tempo non si può defenestrare dalla stanza della poesia. Sembra far più spesso brutto tempo nella meteorologia interiore di un essere umano, ci suggerisce Dalessandro osservando se stesso a volte con indulgenza, a volte spietatamente come farebbe un etologo con una cavia. Se non c’è il dolore che partorisce la poesia, se questa terribile musa è assente, che cos’è il piacere? È leopardianamente una sospensione provvisoria del dolore in attesa di un senso che minaccia di non arrivare. In cosa aver fede? si domanda il poeta. Nel ritorno del dolore. Su questo, purtroppo, non ci si sbaglia:

Molto in ritardo sull’anno, sul vento.
Così giunse il dolore, alle tre.

È implicito nel rapporto col tempo, il dolore. Si potrebbe arrivare a dire che dolorosa è la stessa percezione del tempo. Cito ancora: «vorrei / essere ben disposto / verso il presente e amarlo, / ma… / non posso” (i puntini di sospensione dopo il “ma” sono rafforzati dall’accapo che isola nello spazio bianco la congiunzione avversativa). No, non si esce dal transito del tempo, ci si cammina sempre come su una strada impervia; ma il tempo è fatto di attimi e accade che l’attimo, minima misura omeopatica del dolore, diventi farmaco («riconosco nell’attimo il nostro / sentimento», scrive Dalessandro); accade che regali al cuore «l’ansia dolce di vivere», la noia, il coraggio di vivere.

Di questo libro diacronico non poteva non essere il tempo il protagonista, e il tiranno. Il tempo è il nostro cammino, e camminando disperiamo d’incontrare quell’io che dice io nella lingua della poesia. Sulla quale troppo ci sarebbe da dire per stringerlo in poche parole. Ma se proprio dovessi scegliere dei sostantivi per la lingua poetica di Francesco Dalessandro, userei questi: nitore, pulizia, esattezza, misura, necessità. Succede che la sua lingua mescoli il linguaggio colloquiale a reminiscenze che non significano mai cadute nella tentazione di un ritorno all’aulico letterario, ma esprimono la nostalgia del cuore per una lingua che non intende mescolare tradizione e sperimentazione bensì accogliere tutto il lessico che adopera in un presente affrancato dal tempo. Ne quid nimis ben si attaglia alla poesia di Francesco Dalessandro come al frontone del tempio di Apollo. Anche a lui, come a Orazio, piace chiudere le parole nel verso. Stare dentro la misura.

Nella nota in coda ai testi poetici, che si intitola “Nel tempo inattuale della poesia”, Dalessandro  esordisce in maniera perentoria e illuminante dichiarando senza mezzi termini che «l’io è soprattutto sguardo». Se questo, prima di dirlo, un poeta lo fa accadere nella sua poesia, può essere soddisfatto. Nella lettura mi è successo di arrivare a riflettere sulla centralità dello sguardo dentro questa poetica visione del mondo prima di leggere la sua nota e le parole che ho citato. Baudelaire suggerisce di sottolineare le parole che ricorrono più spesso nei testi di un poeta: queste, dice, riveleranno le sue ossessioni. Fedele all’insegnamento l’ho applicato ricavandone, credo, qualcosa di interessante sul modus versus faciendi di Dalessandro, che si muove in due direzioni. Ho già detto che lo sguardo in molte poesie è incaricato di rifare a ritroso il cammino, perché solo così questo si arricchisce di piena coscienza. Ma c’è anche, e frequente, lo sguardo sull’hic et nunc. Seguendo dunque il consiglio di Baudelaire, ho scoperto un’occorrenza che si ripete così spesso da dover escludere il caso. Quale? È il poeta che guarda da dietro i vetri di una finestra: «M’accosto ai vetri» (Un giorno di pioggia), «Appeso / con lo sguardo / alla finestra» (Lerttera di Capodanno), «Quale ora tiene aperta la finestra» (Dedica), «appeso con gli occhi / alla finestra» (La farfalla), «io dietro la socchiusa / finestra» (Piccola elegia erotica), «quando ignario m’avvicino / alla finestra» (Elegia di una domenica mattina). Al di là del fatto che anche la finestra è un ‘metro’ per lo sguardo, una misura, un perimetro, come il ritmo del verso lo è per la voce, mi chiedo cosa accomuna i passi citati. La finestra, quel punto d’osservazione, esprime il bisogno di tirarsi fuori dal suddetto sentiero, il cammino del tempo? Guardarlo, sì, ma da fuori, appunto da dietro il vetro di una finestra. Come se da questo osservatorio l’occhio cercasse di garantirsi l’incolumità, la permanenza nell’impermanente.

Così il lettore guarda il poeta guardare fuori dalla finestra e ha l’impressione di osservare un uomo che tenta di sciogliere la meditazione dall’emozione; un uomo che, lasciando di questo esercizio un documento, ha voluto, vuole, che alle sue spalle ci sia qualcun altro che guarda: un testimone, un lettore. Torna in mente l’amore da lontano dei provenzali. In questo libro il lontano è una misura apotropaica a difesa dall’insufficienza, dalla inadempienza dell’esperienza della realtà. Solo da dietro il vetro della finestra è possibile cogliere la silenziosa crudeltà del tempo ordinario, del flusso quotidiano dei minuti, quando ci si può illudere che ogni minaccia di tragedia sia remota e tuttavia si avverte, indicibile, la percezione di qualcosa che manca, proprio quando la quiete vorrebbe ingannare la coscienza e convincerla che il tempo non è nemico, non è famelico, come lo chiama Shakespeare. In questo perenne presente vuole abitare e vive e impone una sua misura di tempo interiore, sottratto al cronometro, la poesia di Francesco Dalessandro (nella foto), che è per scelta – ha ragione lui – poesia dello sguardo. C’è una poesia che è soprattutto dell’orecchio e del suono; c’è una poesia, mi verrebbe da dire, cinetica, nella quale il movimento è protagonista.

La poesia di Dalessandro, pur recuperando nel suo accumulo progressivo movimenti quasi impercettibili del reale, tende come esito ultimo alla fissità d’un quadro, d’una immagine che nel suo immobile stare davanti agli occhi dissimula il brulicare incessante e inarrestabile della vita che diventa altra vita. È come se accostando agli occhi una fotografia ci accorgessimo solo a questa distanza ravvicinata che quel mondo rapito in un clic, in uno scatto irripetibile, per sempre, palpita segretamente di un moto senza requie. L’unico cammino che facciamo («La pietà del cammino»), fossimo anche marinai di professione o piloti, è nel tempo. Inesorabilmente il tempo reca con sé la meditazione sulla morte, talora rimossa nell’illusione di tenere chiusa la finestra davanti a lei per eternare una pace domestica che vorrebbe accasarsi nella durata, contro l’algida logica. Ma poi rispunta l’impotenza del cuore, che altre armi non ha se non la poesia, e sa che quelle armi non bastano a salvare dal ridicolo i giovani poeti morti. Ecco allora la protesta, tinta di rassegnazione:

 (…) Chi potrà restituirci,
Poesia, ancora l’ansia e l’innocenza
dei cuori adolescenti?

Lo sguardo è il vero interlocutore di sé a se stesso, per il poeta, che gli si rivolge con un vocativo:

Ma tu altrove mio sguardo
(…) volgiti e guarda lontano al celeste orizzonte

Anche le epigrafi ci confermano la priorità dello sguardo nella poesia di Francesco Dalessandro. Troviamo il Dante purgatoriale: «Aguzza qui, lettor, ben li occhi al vero»; troviamo i petrarcheschi «occhi della mente»; il nostro inesausto bisogno di una “visione” che fori il vedere, confessato da Cioran. Lo sguardo nasce (no, non nasce, perché già c’è: incomincia, quando amor gli detta) ora dalla memoria, ora da una registrazione quasi filmica del proprio deambulare o del proprio starsene immobile dietro un vetro, come se il poeta potesse chiedere a un alter ego di registrare i diuturni accadimenti con una telecamera apparentemente mai selettiva, che non vuole escludere ma accogliere il mondo intorno a lui, quel mondo che sempre sembra interessarlo più di se stesso. Lo sguardo diventa unanime abbraccio che vorrebbe togliere dagli occhi il velo dell’inganno sempre perpetrato dal tempo su chi lo attraversa viandante, straniero, apolide senza sapere di esserlo, senza avere mai saputo di esserlo. Siamo noi, la moltitudine, e non solo i suoi compagni di un’escursione in montagna, i destinatari di queste parole:

(…) lasciate
che il tempo si perda nella posa
e nel sorriso quando l’obiettivo
fisserà i vostri volti
in un’istantanea ma eterna
incoscienza, poi che persi
di quell’attimo i vostri pensieri
dopo mesi o anni o giorni guardando
le già vecchie vostre immagini di voi
voi non saprete più
chi eravate chi sarete siete…

Chiudo sottolineando un ossimoro: il silenzio della parola (cfr. l’Introduzione di Alessandro Ricci). Se c’è un aspetto che la parola sembra escludere, è il silenzio. E invece no. Questo è il caso di un ossimoro che non afferma ma assolve la contraddizione. Perché proprio dalla capacità di far silenzio dentro di sé, nasce la parola: perciò la parola porta con sé la sua origine dal silenzio; il silenzio le è padre o madre; e così, per affinità, per eredità, la parola custodisce un prezioso pegno di silenzio, un’attrazione per il silenzio al quale essa sembra quasi impaziente di ritornare. Del resto tutte le vere poesie si concludono in (e conducono verso) un bisogno di silenzio.

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