Daniela Matronola
A proposito de “Le nostre perdute foreste”

Malloppo d’amore

Il nuovo libro di Chiara Mezzalama è un romanzo-confessione trascinante che trasuda amore. Travolgente specie quando lo si perde

Qualcuno ha giustamente osservato che il titolo del recente romanzo di Chiara Mezzalama, Le nostre perdute foreste (e/o, 154 pagine, 16,50 Euro), non è solo evocativo ma anche esaustivo: riassume il senso e l’arco narrativo del libro per intero. È vero a patto che però prima il libro venga letto per poi scoprire che è proprio così. Le foreste perdute sono stanze, le stanze dell’amore – non solo sentimento trasporto struggimento estasi ma anche luoghi di incontro e intreccio di corpi ebbri e affamati.

Cosa abbia determinato il fatto che le stanze-foresta siano andate perdute lo lascio scoprire ai lettori che hanno diritto a inoltrarsi in questa selva dolce e dura senza riserve insieme ai due novelli Adalgisa e Abelardo, in totale abbandono, per seguirli e varcare con loro almeno due ordini di barriere: le restrizioni dunque le forzate separazioni e poi le fughe proditorie dei due amanti a causa, nell’ordine, della clandestinità e della pandemia, e l’oscillazione dei due l’una nella lingua dell’altro, tra francese e italiano, dunque l’uno nella patria dell’altro, tra prosa d’amore e poesia alta, tra scrittura narrativa e scrittura lirica.

Annoto intanto che rotola nel libro un sintagma, malloppo d’amore, che ne è sintesi egregia.

Segnalo anche, come dotazione prodigiosa della scrittura del libro, l’oscillazione, di nuovo, intuita come meccanismo visivo di alternanza tra prudente allontanamento e avvicinamento feroce dalla voce narrante, che è dell’autrice, il passaggio dalla terza alla prima persona, in una vorticosa danza che riesce, grazie anche alla formulazione splendida, a testimoniare o forse a rendere, sarebbe meglio dire, l’ondeggiamento continuo, a tratti lento e massacrante, a tratti travolgente e schiacciante, tra opposti stati d’animo, tutti segnati dal senso di lutto, di tragedia.  Dunque il gioco tra prima e terza persona è la chiave stilistica del libro.

Qualcuno ha osservato che il tendenziale diarismo del libro sia stata una scelta rischiosa e dopotutto non risolutiva poiché esporrebbe l’autrice a scottarsi troppo con la materia incandescente di questa cronaca di una scomparsa. Invece credo che questa scelta, non solo di costruzione e di stile, ma di visione, pur condizionata forse da una lacerazione ancora molto viva, permette più che una confessione. Permette, ad esempio, di tirare dentro al racconto l’amante perduto, il quale in numerosi passaggi non solo è presente e parla ma è vivo a dispetto di tutto.

Se dobbiamo credere a tutta una tradizione letteraria che sostiene la funzione eternatrice della poesia, la capacità della letteratura di rendere vivo per sempre specie chi è scomparso, e di farne una creatura immortale, questo romanzo riesce a ridare vita all’uomo perduto, al compagno clandestino inghiottito da circostanze avverse, e non come figurina opacizzata nel solo ricordo ma come uomo magnifico in carne e ossa, fisicamente presente e parlante.

Sono tutti segni dello stupore e del dolore, di una dolente oscillazione tra ciò che è stato e ciò che non è più, e l’accurata testimonianza del niente che siamo, del niente che possiamo diventare se un colpo di spugna ci cancella da un momento all’altro, e neppure autorizza chi ci ama a ritrovarci per un’ultima cerimonia d’amore.

O meglio la cerimonia d’amore è appunto questo libro, in un passaggio del quale l’autrice ci avverte che LUI, Olivier, nel momento in cui è qui rievocato forse viene in realtà inventato, come un personaggio: prodigi e rischi della letteratura. Anche in questo Chiara Mezzalama oscilla tra il desiderio di rivivere tutto scrivendo e l’orrore che tutto si alteri e diventi prosa proprio scrivendone. La salvezza è nella scrittura medesima, nella formulazione, come si diceva più su, nella lingua dunque, e nello splendore di una enunciazione autentica e però potentissima, in un dettato catturante, elettrico, dunque molto vivo.

Le perdute foreste del titolo sono dunque le stanze dell’amore che mai più saranno riempite dalla furia e dall’estasi. Le foreste sono una potente metafora che evoca il rumore profondo di interi boschi d’alberi che crollano quando la mano dell’uomo invece di goderne l’intimità li abbatte per spianarsi una vita senza segreti, tutta esposta e completamente falsificabile. Le foreste evocano l’abbraccio, l’avvinghiamento, l’incontro totale in apparenza inestricabile.

I due amanti nelle loro stanze-foreste sono come i due primi viventi umani nell’ Eden.

Improvvisamente comprendiamo due cose: le stanze-foreste dell’intimità d’amore sono una declinazione più densa del giardino, luogo da sempre caro a Chiara Mezzalama, che in Il giardino persiano evocava proprio un hortus conclusus come riparo dall’esterno, il giardino dell’ambasciata italiana a Teheran da cui si sentivano provenire a suo tempo gl’inquietanti rumori dell’insediamento degli ayatollah; però torna in mente anche il giardino terrestre, coi due amanti perfetti, felici in modo perfetto fin quando non si palesa il diabolico. E in cosa consiste dopotutto? Nella espropriazione della loro intimità, nel fatto che dall’esterno agisce una forza ostile che interviene a frapporsi tra loro due e a insidiarli, a separarli infilando da fuori un elemento di malizia, la tentazione a distrarsi da sé stessi e a volgere l’attenzione ad altro, ad altri.

Questo è accaduto a loro due. Troppo presto. All’alba del loro travolgente incontro. Aube, aubade. Canto della separazione, canto della dispersione. Da fuori, il mondo ha guastato la perfezione della loro ebbra intimità. I pericoli le insidie le difficoltà, tutto si è sommato per scardinare la loro comunione. E una volta che l’agente scardinante, o gli agenti, hanno appunto agito, loro due sono finiti nella confusione del mondo, le distanze tra loro si sono inesorabilmente allargate, ognuno è  rotolato lontano e tra loro si sono frapposti tutti quelli che costituivano i loro propri mondi, rendendo impossibile qualunque tentativo di contatto o riavvicinamento.

Il lutto ha amplificato questo meccanismo espulsivo. Gli eroi clandestini non hanno terreno comune. Non esistono al mondo. Non si ritrovano perché il mondo sa poco o nulla di loro, e li separa ancora di più anche senza volerlo. C’è della crudeltà ulteriore in questo.

Un romanzo-confessione trascinante, questo di Chiara Mezzalama, denso di scrittura, di scambi, di patrimoni di corrispondenze che poi hanno richiesto grande cura e salvaguardia: “il malloppo d’amore”, leggiamo nella sezione Parigi del libro, “è un’opera, lo so”.


La fotografia accanto al titolo è di Deborah Raimo.

Facebooktwitterlinkedin