Daniela Matronola
A proposito di "Sconsigli d'autore"

Scrivere o inventare?

Andrea Carraro ha appena pubblicato un prezioso manualetto (apparentemente) dedicato ai segreti della scrittura. In realtà si tratta di un vasto catalogo di passioni, dalle quali - dice l'autore - è bene non trarre troppe certezze per scrivere...

Di questo libro uscito da poco e destinato il 25 marzo a una prima presentazione vi voglio dire tutto: si tratta di Sconsigli d’autore – Manualetto di sopravvivenza per scrittori disorientati, edito da Galaad e scritto in modo sopraffino da un grande scrittore italiano, Andrea Carraro. Il titolo e la copertina già dicono molto e rendono decisamente golosa l’escursione dentro il volume. 224 pagine di indicazioni accuratissime e salaci, colte e scanzonate attorno a un mestiere, il mestiere di scrittore, che è tra i più misteriosi che c’è.

L’immagine che illustra la copertina è un disegno di Franz Kafka, Il pensatore, un uomo nero e stilizzato in posizione problematica e soppesante, inscritto in una circonferenza scomposta in due semicerchi con tassello centrale comune: insiemisticamente uomo kafkiano e autore intrattengono un dialogo grafico, dunque esistenziale. Il titolo poi ha un andamento che nei miei ricordi ricalca il disperante umorismo di Guida galattica per autostoppisti che però è un romanzo e non un manuale come dal titolo verrebbe facile pensare.

Il libro raccoglie le perle di una lunga militanza dell’autore al servizio di ciò che è spesso oggetto di dubbio: e cioè se si possa insegnare, e dal lato opposto imparare, a scrivere, cioè a diventare scrittori. La risposta è controversa e meno facile di quanto sembri. Una lunga tradizione delle università americane, che da decenni offrono corsi di Creative Writing (l’Iowa Writers’ Workshop per dire sta lì da oltre ottant’anni a dare uno spazio fisico e non solo alla necessità laboratoriale di stare a bottega come aspiranti autori), a un certo punto ha attecchito anche da noi moltiplicando le scuole di scrittura, però fuori dalle istituzioni: il pioniere è stato Giuseppe Pontiggia, umanissimo autore pieno di grazia che in questo libro di Carraro è omaggiato il giusto.

Senza star qui a fare un riepilogo della quasi cinquantennale impresa di insegnamento della scrittura creativa cioè d’invenzione da noi, vorrei invece in breve premessa ricordare che ci sono stati altri manuali sull’insegnamento/apprendimento di come si scrivano racconti e romanzi (la poesia è tenuta sempre a distanza come capitolo irrimediabilmente spinoso) che vale la pena ricordare: Oro colato di Edoardo Albinati, magnifico docente soprattutto su come si legge (se si vuole diventare autori), e Oracolo: manuale per scrittrici e scrittori, di Giulio Mozzi (il quale per la verità con Laura Pugno ha stilato anche un Oracolo destinato a poeti e poete). Ecco che però giustamente all’origine di tutto e tutti si ripresenta Giuseppe Pontiggia con cui Andrea Carraro intrattiene un legame a distanza particolarmente toccante e cautamente affettuoso perché circostanza vuole che anche Carraro, come Pontiggia, e come Giampaolo Rugarli (qualcuno certo ricorderà un suo racconto per la Terza Pagina nel CorSera del ’90 o del ’91, Quei maledetti diverticoli), prima di essere scrittore e basta (vero problema socio-economico che poi rischia di fiaccare l’identità) sia stato bancario – un tema esistenziale a cui Andrea Carraro ha dedicato Il sorcio, romanzo fortunato e importante, magnificenza letteraria scontata vivendo (e questo è un signor dato!).

Pontiggia aveva proposto un manuale di questo tenore, Per scrivere bene imparate a nuotare, Trentasette lezioni di scrittura, cui è seguito Dentro la sera. Conversazioni sullo scrivere, da un programma in 25 puntate andato in onda su RaiRadio2. Ma giustamente, in relazione a quell’apprendistato acquatico, nel suo libro Andrea Carraro ci ricorda il magistero di un altro grande della letteratura, Raffaele La Capria, col suo Lo stile dell’anatra, pozzo lieve di sapienza in cui l’arte della scrittura è equiparata alla invisibile lena dell’anatra “che senza sforzo apparente fila via tranquilla e impassibile sulla superficie, mentre sott’acqua le zampette palmate tumultuosamente e faticosamente si agitano”.

In questo Manualetto, che mentre si dà l’aria di esser tale quasi pare volersi rifiutare di assumere ogni categoricità o insindacabile compiutezza, pagine molto belle sono dedicate al cinema: intanto tutto ciò che comporta la trasposizione dalla pagina letteraria alla scrittura di servizio della sceneggiatura (ma il recente volumetto faber&faber in cui è riversata la sceneggiatura non originale, cioè l’adattamento per lo schermo, della biografia di Robert J. Oppenheimer, American Prometheus, script tutto in prima persona firmato da Christopher Nolan, regista inglese di formazione e americano di nascita, dimostra che anche un copione può essere scritto divinamente, quasi con la dignità letteraria di un grande romanzo); e poi la genialità del cinema di tradurre in tecnica di immagine le figure retoriche e lo sguardo della letteratura, come cioè attraverso il linguaggio del cinema le opere per lo schermo siano sontuose quanto i classici letterari.

Perciò scorrendo il libro noterete che un intero capitoletto è dedicato a Il Falcone Maltese, capolavoro di John Houston dal testo di Dashiell Hammett con un formidabile Humphrey Bogart, dopo che in pagine precedenti già Viale del Tramonto e La fiamma del peccato, tirati in ballo in questo caso per meglio spiegare l’uso della voce off cioè fuori campo, o narrante, avevano offerto esempi di trasposizioni su schermo da romanzi di grandi autori di genere con interventi in sceneggiatura di scrittori del calibro di Raymond Chandler per esempio.

Va da sé che il libro affronta in tutte le sue pieghe la matassa altrimenti inestricabile delle diverse e multiple azioni e squisitezze tecniche poste dalla scrittura d’invenzione agli autori e non trascura certo le questioni classiche: l’editing, i rapporti con gli editori, le molte figure di mediazione, che seguono a questioni proprio di stesura e duello col testo, concentrandosi esclusivamente sul racconto e sul romanzo, cioè sulla fiction, o produzione narrativa.

Ma ciò che definitivamente conquista di questo libro è il tono dell’autore.

La sua assoluta non-assertività, il ricorso poi all’esperienza pluridecennale di lotta col testo, con la scrittura, L’assoluta onestà intellettuale nel rapporto coi classici come con gli scrittori contemporanei. L’onnivoracità nel trarre linfa da qualunque fonte di storie come di stile, dai fumetti, per dire, anche. La generosità assoluta nel mettere a disposizione dell’apprendista eventuale tutto quanto possa nutrirne la fame di mezzi ed escamotages come la sete di sorgenti fresche a cui rivolgersi per specchiarsi in capolavori e autori forse anche inarrivabili, chissà.

Un manuale per nulla severo anzi pieno di spirito, da piluccare annotare e ripensare sulla distanza, a libro chiuso, e da andare a consultare ogni tanto per rileggere con occhi aperti un po’ di più anche tutta l’avanguardia dell’anti-romanzo che cercò di seppellire il desiderio e l’istinto naturale a cullare e condividere storie però incorrendo dopotutto esattamente in ciò che tentava con sdegno e senso di scandalo di demolire.

Concludo portando fuori, come si fa in algebra, il tesoro di fondo difeso e custodito da questo libro e dal suo autore: il cosa e il come sono entrambi importanti, però il come fa la differenza. Sempre.


La fotografia accanto al titolo è di Roberto Cavallini.

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