Giovanni Gambini
A proposito di “Abel”/2

Saper bariccheggiare

Contro il nuovo romanzo di Baricco e la sua arte di “bariccheggiare”, ossia scrivere con una prosa impeccabile, brillante, profonda, ma anche un po’ ruffiana, incorporea, che attraversa il lettore, meravigliandolo e lasciandolo in parte inappagato

Dalle parti di Borgo Dora, a Torino, dove si situa la scuola di scrittura da lui fondata nel 1994, si suol dire che Baricco “bariccheggia”. Un conio affettuoso, per sintetizzare in una manciata di lettere quella sensazione di trovarsi di fronte, ogni volta che lo si legge, a una prosa impeccabile, brillante, profonda, ma anche un po’ ruffiana, incorporea, che attraversa il lettore, meravigliandolo e lasciandolo in parte inappagato.

Dopo la felice incursione nella saggistica, Baricco torna alla narrativa con Abel, un “western metafisico” che, seguendo queste premesse, è una “bariccheggiata” allo stato brado, presentando in modo iperbolico quelle caratteristiche positive e negative che costituiscono il marchio di fabbrica del suo autore.

Nel romanzo si narrano in modo frammentario le vicende di un talentuoso pistolero, Abel, la cui fama è dovuta all’abilità nell’esecuzione del “Mistico”, un colpo che prevede l’utilizzo contemporaneo di due rivoltelle. Abel si presenta come una gradevole collana di scene più che una narrazione organica, in cui il titolo dei capitoli – quasi tutti molto brevi – riprende le prime parole del paragrafo, come in un’enciclica.

L’ambientazione è un Far West immaginario, surreale, volutamente stereotipato, in cui si aggirano veggenti, giudici, predicatori, personaggi onirici, climi inospitali, carceri ben difese, bordelli e saloon. Sorge il dubbio che attraverso la dicitura “metafisico” l’autore si sia esonerato, almeno in parte, dal dovere di ricostruzione del setting, a volte adagiandosi in un mondo che ricorda più Tex Willer e Pecos Bill, intesi come riduzioni sognanti, che non le crude lande tipiche del canone western. “Metafisico” come elegante pretesto, insomma, per ibridare liberamente, forse troppo, i generi, per prendersi abbondanti licenze poetiche. Può un pistolero citare Cartesio e discettare di filosofia? Certamente, se parliamo di una meravigliosa fiaba. E allora è nel genere fiabesco, non western, che dobbiamo collocare questa collettanea di quadretti.
L’esecuzione, dal canto suo, è eccellente. Baricco, si passi il paragone calcistico, è come uno stagionato trequartista che scende in campo in pantofole, la sigaretta in bocca, insegnando calcio, individuando geometrie invisibili ai compagni di squadra, infilando il filtrante che scardina la difesa e manda in porta l’attaccante. La lettura risulta scorrevole, molto gradevole, a suo modo “nutriente”.

Impossibile non scorgere, infine, echi e allusioni alla grande battaglia che l’autore sta combattendo contro la leucemia, notizia che lo stesso Baricco ha reso pubblica circa un anno fa. L’intera narrazione è impastata di malinconia, finitezza e sventura – lo si vede nella disperata liberazione della madre di Abel dal carcere ove è imprigionata, dalle profezie della Bruja, dalla tragica sorte di alcuni familiari… Ma non finisce tutto qui: la spinta vitale è vigorosa, e irrompe in questo senso di morte creando squarci di significato. La vita ha sempre l’ultima parola, anche quando l’orizzonte degli eventi ci fa sentire inermi. Nel libro, tale forza è rappresentata dalla caparbia Hallelujah Wood, con cui Abel vive una commovente e disordinata storia d’amore. Nella realtà, invece, la notizia del matrimonio di Baricco con la compagna Gloria Campaner, a Moncalieri, lo scorso sedici dicembre.

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