Andrea Carraro
Su “La zia pazza e altre storie di famiglia”

Storie di borghesia

Il nuovo volume di racconti di Leopoldo Carlesimo affronta tematiche familiari. Ne nasce quasi un grande ritratto della "buona" borghesia romana

Il nuovo libro di racconti di Leopoldo Carlesimo – La zia pazza e altre storie di famiglia, Iod, 334 pagine, 15 Euro – è una raccolta atipica nel repertorio dello scrittore-ingegnere romano, che sinora si era sempre cimentato – da Baobab (Gaffi, 2006) sino a Il perimetro Khun (Iod, 2021) – sullo schema narrativo del racconto di cantiere all’estero in paesi del Terzo Mondo, dove l’autore si trova a lavorare per conto di compagnie occidentali. In quest’ultima raccolta, l’ambientazione è invece perlopiù italiana e, come suggerisce il titolo, le storie parlano di legami familiari/coniugali, in contesti di borghesia romana medio-alta, con vicende in vari modi collegate e una scrittura psicologica ricca di sfumature che fa largo uso del non detto, dei salti temporali, dei cambi di ambientazione.

Come nei tre bellissimi racconti dolomitici Su in Valle Aurina, A Lappago e Alla diga di Neves, dove la stessa vicenda di un tradimento coniugale, – un uomo che tradisce la moglie con la sua migliore amica durante un weekend lungo in montagna dove tutti e tre i protagonisti sono presenti, – e l’uomo scivola e cade in un crepaccio nel corso di un’arrampicata, – è scomposta in tre movimenti, seguendo tre punti di vista differenti, fino a un finale catartico in cui il contrasto sembra comporsi su nuove basi. O come, in un’altra felice triade narrativa, con setting scolastico-familiare, – nei quali una storia di violenza domestica su una bambina undicenne viene raccontata da tre prospettive diverse, sfalsate nei tempi, prima dal punto di vista delle insegnanti della scuola che si accorgono dei maltrattamenti e cercano come possono di porvi riparo, poi dal punto di vista del padre alcolista che picchia la bambina sino alle estreme conseguenze, infine da quello della compagna che si trova ad assistere la figlia in coma nella rianimazione di un ospedale, osservandola da una vetrata, in una scena di raggelata impotenza: “Si sentiva inerte, svuotata di desideri. Aderente a quel vetro, passo passo, recuperava lentamente un rapporto con Nina. Entrò un’infermiera. Non la degnò di uno sguardo e varcò veloce la porta della sala, che s’aprì al passaggio del badge elettronico, emettendo un sordo ronzio e si richiuse con uno schiocco metallico alle sue spalle”. Vi emerge un vivo senso del tragico che è uno dei punti di forza di questi racconti familiari, insieme alla narrazione multipla e alla temporalità non lineare – che fanno pensare un po’ alla canadese Alice Munro, grande specialista della forma breve.

Più tradizionali nella struttura gli altri racconti, dal molto dialogato Eredità, dall’andamento teatrale, nel quale troviamo due fratelli, antipodici nel carattere e nelle abitudini di vita, che si trovano, dopo il funerale del padre, nella casa paterna e si affrontano in un duello a tutto campo, navigando fra le tante fotografie familiari, fra confessioni e rivelazioni, senza risparmiarsi colpi bassi. Mentre Una coppia di dentisti (né in alcun cimitero al mondo) – dove il racconto familiare prende una inaspettata piega teatrale nell’ultima parte, con tanto di didascalie e “a parte”, al cimitero del Verano, – la vedova protagonista che dialoga con il marito morto sistemando la sua lapide, rivelandogli cose che in vita gli aveva sempre taciuto, e infine facendogli una strana, postuma richiesta. Di ispirazione autobiografica, La zia pazza, che dà il titolo al libro, un po’ memoir un po’ racconto (iniziatico) di formazione – che narra di una pro-zia pittrice dell’autore, appartenente a ramo israelita della famiglia, con una pessima reputazione familiare per le sue frequentazioni maschili, per la sua libertà sessuale, la quale, quando lui era ragazzino, lo faceva posare per studi di “nudo di fanciullo” in diverse sessioni di pittura nel suo studio-atelier e che lo svezzò durante l’adolescenza. La donna riuscirà miracolosamente a scampare alle deportazioni nazi-fasciste nascondendosi in una casa di campagna nelle Marche, mentre il resto della famiglia, all’indomani delle leggi razziali, troverà rifugio in Argentina.

Gli ultimi tre racconti invece “puntano verso l’Africa”, – tornando alla ruvida e dura vita di cantiere, che Carlesimo ha esplorato in tante sue narrazioni per così dire “dal vero”, con personaggi sempre un po’ scissi, contraddittori e una scrittura che può vantaggiosamente contaminarsi con il reportage e con il racconto di viaggio.


La fotografia accanto al titolo è di Roberto Cavallini.

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