Federica Cancellieri
Su “Splendori e miserie dell'impegno”

Elegia per l’impegno

Il nuovo saggio di Filippo La Porta è dedicato a un tema molto scivoloso, l'impegno: uno studio su alcuni scrittori esemplari. Ma dietro l'analisi del presente, si svela un solo intellettuale impegnato: il critico

«Oggi, voglio confessarlo, mi attrae di più il disimpegno», afferma Filippo La Porta, saggista e giornalista romano, nel suo nuovo libro edito per Castelvecchi: Splendori e miserie dell‘impegno. L’impegno civile degli scrittori, da Manzoni a Murgia. E nel dirlo mi ricorda quell’indocilità ragionata di un Albert Camus che tra la nefandezza della Storia – con le sue rivoluzioni, le sue utopie distruttive – e l’uomo, metteva sempre, indubitabilmente, avanti l’uomo.

La Porta definisce il suo stesso libro – da buon critico quale è – una «veloce, sommaria carrellata storica», nel tentativo di tracciare quel sottile fil rouge che lega engagement, verità, tatticismo e – per niente fuori tema – marketing, che, tutti insieme, si annodano attorno a quel sorriso «pensando a quante sono le merci di cui non ho bisogno»: lucida meraviglia socratica. Il suo è il tentativo di ridare una forma all’informe liquidità sociale che ci inghiotte, ci ingorga. Ma, se l’autore auto-definisce il suo libro una “carrellata storica”, io lo vedo piuttosto come un rizoma violento. Una radice che cresce con irregolare ruvidezza; uno di quei Mil Plauteaux che nell’assenza di una struttura, si fanno essi stessi struttura. Ogni capitolo è un insight sulla vita, il significato e la particolare “posa” dell’impegno che ogni scrittore e scrittrice italiano – tra i presi in esame – ha assunto nel corso di quella colonna infame che chiamiamo “La Nostra Storia”. La Porta inizia il suo viaggio da Manzoni: inquisitore dell’onestà, col viso rivolto verso il Bene; passa per Matilde Serao e il suo femminismo antifemminista, per poi giungere a D’Annunzio: talmente convinto di poter tenere il mondo tutto in un pugno, da non accorgersi del «cielo stellato sopra di sé», tanto aveva smarrito la «ragione in sé». Così, nel puntellare le minuzie, nel tratteggio di Chiaromonte, Silone, Savinio e il “sempre storto” Flaiano, dà voce a quella letteratura minore kafkiana che Deleuze e Guattarì definivano non di una lingua minore «ma quella che una minoranza fa di una lingua maggiore».

Leggendo si è immersi nella crudeltà – a volte troppo a lungo taciuta – delle pagine già scritte del grande libro della Vita, tanto che l’autore sembra voler ricordare al lettore:  Angelo, guarda il passato, con lo stesso occhio disincantato di quella meteora passeggera che fu Tobias Wolfe, che presentando i suoi protagonisti, “esuli in patria”, restituì la vita dell’America di inizio del secolo: un po’ storta, un po’ bisognosa di cieli più ampi. Così, La Porta, raccontandoci con una semplicità disarmante il lessico rovesciato di Elsa Morante e Anna Maria Ortese, ci rende pedine della sua scacchiera dove i tasselli corrispondono a irrealtà e realtà che specularmente si specchiano, fino a toccarsi.

L’autore di questo libro continua ad offrirci dei mocassini di letteratura, che si muovono lungo le pieghe della Storia, tanto che, camminando camminando, possiamo intravedere l’abbraccio gelido tra gli I.M (Infelici Molti) e gli F.P (Felici Pochi) e se solo disponiamo di qualche briciola di fede – direbbe Kierkegaard – in controluce si staglia la figura di quell’illuminista per tre quarti di Moravia, che della realtà diceva di «non poter far altro che rappresentarla» anche se questa si sottraeva a ogni umana pretesa di rappresentazione. E se la realtà, anzi la Vita con l’Orgogliosa Sorella Morte, non manca di essere sabbia tra le dita di un Io bambino, allora è proprio in questo spazio interstiziale che si colloca il La Porta-critico della Letteratura, che poi, a ben guardarla, è una critica a-critica verso ciò che dell’esistenza ha compreso.

Tra i personaggi che fa vivere sulla carta, tra la rabbia e l’orgoglio assoluti di Oriana Fallaci, la solitudine severa di Dacia Maraini, un Roberto Saviano forse un po’ troppo “rassicurante” e una Michela Murgia restituita al Firmamento troppo in fretta, si nasconde l’autore: stasis di se stesso; generatore di un polemos letterario che non manca di mostrarsi impegnato, pur nel suo volersi disimpegnato. Dice di Pasolini e delle sue contraddizioni che «non le occulta mai e permette così a ciascuno di confrontarle con le proprie» ed è proprio questo che fa La Porta: scrive dei grovigli degli altri e intanto come Whitman «non chiede al ferito come si sente, diventa egli stesso il ferito». La Porta, come davanti a un’opera d’arte invita il lettore a fluttuare di una leggerezza leggera, lasciando a terra la pretesa dell’“onni” che amletizza, strozza, livella. Se è vero che il compito del critico è uno sfibramento edificante, il lasciarsi interamente avvolgere dalla critica, allora quella di La Porta-autore è una figura ambigua da amb “intorno” e agere “spingere”. Un’ambiguità che nel suo presupporre la spinta, agisce. E agisce indirettamente – così come fanno, sui generis, Kierkegaard e Benjamin con la loro politica un po’ storta, apparentemente assente – in quello spazio squarciato che è la Civiltà: sospesa tra l’oblio latente dell’onnipotenza e la merda di una Ferrari.

E allora, se siamo arrivati fin qui – lasciatemelo dire – per onestà intellettuale è giusto chiedersi: è possibile comporre un elogio al silenzio – unico antidoto al chaosmo – servendosi delle parole?

La Porta lo fa e il suo è un disimpegno a cui è caduto il “dis”.


La fotografia accanto al titolo è di Roberto Cavallini.

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