Roberta Passaghe
A proposito di “La tesina di S.V.”

Lo studente solitario

Il nuovo romanzo di Alberto Capitta prende a pretesto una tesina di fine anno per raccontare il disagio di un studente, la sua ansia costante che diventa una "notte lugubre"

L’espediente del manoscritto ritrovato, di manzoniana memoria, rivive in La tesina di S.V. di Alberto Capitta (Il Maestrale, 304 pagine, 20 euro) sotto nuova forma: un elaborato di fine anno, consegnato dallo studente S.V. all’ormai logorato professore di Lettere, dà il la a una narrazione dal grande potere immaginifico. Il protagonista spende buona parte dei suoi momenti in totale solitudine, e quale modo migliore, allora, di coinvolgere il lettore se non attraverso un linguaggio fortemente evocativo?

L’apertura è subito coinvolgente: durante una partita di calcio la palla finisce fuori campo (e questo è il secondo espediente, un bianconiglio che genera un intero universo diegetico) e, nel tentativo di recuperarla, S.V. prima vaga nel bosco intorno, e poi, nel bosco, finisce per diventare di casa. Sceglierà infatti ben presto una vita di isolamento dal consesso sociale, immergendosi nella natura e sfruttando al meglio quanto essa offre (chiare le somiglianze con Nicola, uno dei personaggi di Creaturine, secondo romanzo del sassarese). È qui che l’anticipato linguaggio evocativo è usato al suo meglio: grazie a esso sono rese in maniera credibile le vicende di un insolito ragazzino che passa le sue giornate in una locomotiva abbandonata a nutrirsi di vecchio cibo in scatola. I limiti dell’inverosimile sono certo sfiorati (e in questo, sia chiaro: niente di male) e con diversi escamotage non solo si mantiene la tensione sempre alta, ma risultano digeribili anche alcuni passaggi in cui la noia potrebbe prendere il sopravvento (non lo si ripeterà mai abbastanza: è di una vita in quasi totale solitudine che si sta parlando). In una condizione come questa, con quanta facilità il nostro sarà assalito dallo sconforto? Eppure, niente vieterebbe al protagonista di riguadagnare la civiltà e i suoi comfort. Ma ansia e insonnia iniziano ad attanagliare notti e risvegli, in un circuito di pensieri che scatena il tramestio della mente: tornare indietro è impossibile.

Se di ansia si parla spesso in termini poco precisi e con annesse strampalate soluzioni per annullarne le manifestazioni, qui il temuto stato d’animo è affrontato con cura e delicatezza. S.V. si trova in balia di questo spaventevole male e non si propone in alcun modo di scacciarlo, è vittima di una notte lugubre («L’ho chiamata così. Come tutti. Perché tutti ne hanno una. Chi non ha una notte nera nel cuore?»), del dolore («questa rogna. Possibile che nessuno abbia pensato a un rimedio? Che non si sia pensato a come fare perché il corpo smetta di produrlo?») e dell’incertezza, elementi che diventano come il rumore di «un rubinetto dimenticato aperto», un rumore che «non proviene da fuori […]. Mi è bastato poggiare una mano sul petto. Era da lì che veniva». Questo rubinetto dimenticato aperto esaurirà sé stesso e l’acqua che vi scorreva attraverso, in una brillante metafora di una situazione spinosa che si è risolta.

Siamo fuori dal tempo: benché ci siano vari riferimenti che fanno intuire almeno orientativamente il contesto storico, tutto accade in una sorta di sospensione. Per S.V. è facile perdere il conto delle settimane, confondere i mesi e la scansione della giornata (soprattutto al risveglio), ed è altrettanto facile, nonostante l’isolamento volontario, sentirsi smarrito. L’incontro con un burbero barcarolo e con una peculiare coppia di amanti lo spinge verso nuovi interrogativi rispetto al mondo e alla propria persona: le risposte saranno il prodotto di lunghe elucubrazioni che si articoleranno in un clima favolistico in cui tutto sembra un sogno. Non c’è niente di certo, solo immagini distorte che scappano in un fiato dalla realtà per rifugiarsi in un mondo onirico.

A farci tornare coi piedi per terra è la voce del professore, unico aggancio a una dimensione concreta ed emblema di come le strutture spesso stantie della scuola costringano gli studenti a un grigio conformismo. La tesina non è che un veicolo per trasportare un’intera classe, docente incluso, in un mondo altro, fatto di gioie frugali e sofferenze inimmaginabili, avventure carrolliane e incontri paradossali. Un sogno tutto a occhi aperti.


La fotografia accanto al titolo è di Roberto Cavallini.

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