Giuliano Compagno
Nel centenario della nascita

Storia di un padre

Ritratto di Giovanni Compagno, avvocato che ha cambiato il rapporto tra legali e magistratura. La rettitudine sotto forma di esempio di vita. Raccontata da un figlio

Nel dare il giusto peso alla memoria di mio padre, sceglierei di partire dalla sua fine, che ebbe luogo a Roma il 14 ottobre 2003. In verità la sua presenza sociale e professionale si era attenuata quindici mesi prima per un ictus che lo aveva colpito nella sua abitazione della Costa Azzurra. Ero stato avvertito da mia madre e mi ero imbarcato sul primo aereo che da Oslo, dove risiedevo, mi avrebbe portato a Nizza. La sua prodigiosa memoria era stata intaccata in forma sufficiente da non permettergli più di patrocinare la sua vasta clientela; per il resto la vita proseguì con inconsueta monotonia, tra letture, film americani in televisione e qualche incontro con amici. Per come si andava consumando la sua esistenza, la morte non dovette essergli di gran peso. Nei giorni successivi lo avrebbero salutato personalità della magistratura, dell’accademia e dell’avvocatura italiane, sebbene ancor più prestigioso fu ciò che ebbero a dedicargli appena una settimana più tardi: alle 11:00 del 21 ottobre 2003, a Palazzo Spada, il Presidente del Consiglio di Stato Mario Schinaia prese la parola dinanzi a un folto uditorio.

«Siamo qui convenuti per commemorare, noi magistrati del Consiglio di Stato, un avvocato, un grande avvocato che pochi giorni fa ci ha lasciati. Il luogo e la modalità di questa commemorazione sarebbero stati graditi all’avvocato Giovanni Battista Compagno poiché, coerenti con il suo stile di vita, gli avrebbero reso meno duro il senso della dipartita, in quanto ciò accadeva sul campo, in un’aula di giustizia.»

In prima fila, accanto a me, stava sua moglie, Carmela Sanni, e accanto a lei stavo io, suo figlio, ed eravamo entrambi fieri, commossi e a lui riconoscenti di ritrovarci, per suo merito, al centro di un evento così importante.

«… A un inizio accademico brillante egli non aveva dato seguito per dedicarsi interamente all’esercizio della professione, il vero scopo della sua vita. La profonda conoscenza del diritto, sempre rinverdita, doveva infatti inverarsi nelle aule di giustizia, cioè nella costruzione del diritto vivente […] Grande conoscitore dell’ordinamento e soprattutto delle norme processuali tanto civili quanto amministrative, egli con la sua proprietà intellettuale la sua ferrea logica, rendeva possibile l’emersione di risposte giudiziarie giuste. Pur nell’esercizio senza condizionamento alcuno della sua attività professionale, egli spesso svolgeva un ruolo che lo faceva sentire, da parte dei magistrati un vero amicus curiae. La presenza tra noi del Presidente del Consiglio di Stato vuole appunto testimoniare questo sentimento ed esprimere i suoi cari il nostro profondo rimpianto.»

L’appellativo di amicus curiae non stava a sottolineare alcuna complicità tra magistrato e legale ma al contrario una forte libertà reciproca di incontrarsi, di dialogare su una nuova legge, di brindare assieme in un ricevimento senza mai, assolutamente mai chiedersi nulla di contingente a qualche lavoro in corso.

Oggi, 23 gennaio 2024, è trascorso un secolo dalla nascita di mio padre. Essere stato figlio di uno dei più grandi avvocati italiani del dopoguerra è stato certamente un privilegio, sebbene in genere di questo ci si accorga in un tempo postumo. Dapprima sembrava tutto abbastanza normale, benché la parabola paterna mi avrebbe presto raccontato di una nazione e di una società che si erano ricostruite grazie all’impegno e al valore delle generazioni degli anni ’10 e ’20. I giovani del secondo dopoguerra erano loro e a loro spettavano la fatica e l’onere di trasformare il campo di macerie lasciato dal fascismo in un paesaggio nuovo. Giovanni aveva lasciato Palermo nel 1943 per terminare Giurisprudenza a Roma, ove un anno dopo aveva anche iniziato a fornire qualche supporto logistico a gruppi resistenti. Sua madre, Bianca Bruno, era un’intellettuale palermitana profondamente anticlericale, che pubblicava i suoi pezzi sulle pagine della cultura del “Giornale di Sicilia”. Negli anni Venti e Trenta scrivere su René Guénon, di spiritualità e sufismo, non era comune, ma quella era la sua indole eretica e provocatoria che mal si combinava con quella positiva e razionale del marito, dal quale il figlio riprenderà il nome. In un diario storico sul triennio 14-17, Paolo Caccia Dominioni menzionerà Giovanni Compagno Senior definendolo un “portento, capace di laurearsi a 21 anni in Ingegneria con il massimo dei voti”. Tuttavia due genitori così impegnativi e colti non varranno un’esistenza particolarmente agiata, perché nella Sicilia di quel tempo con la letteratura e l’edilizia s’accumulavano guai, non ricchezze.

A “La Sapienza” Giovanni seguì il magistero di Emilio Betti, tra i più importanti giuristi di tutti i tempi, co-autore del Codice Civile italiano del 1942 (tuttora vigente) e di testi fondamentali sul negozio giuridico e sul diritto romano. Del maestro quello studente fuori sede colse il genio ma allo stesso tempo non lo persuase il frequente uso del paradosso e di esegesi fuor delle righe. E quando Betti verrà perseguito per la sua prescritta affinità intellettuale al fascismo, egli prese a seguire la cattedra di Francesco Santoro Passarelli, civilista e giuslavorista di chiara fama. Tra gli assistenti in sede di esame Giovanni era forse il più accogliente; talmente gli si addiceva la fama di “buono” che, a un esaminando un po’ confuso, domandò: «Ma insomma ragazzo mio… lei dove ha studiato?”» E quello: «A Campobasso!», battuta involontaria che gli frutterà un bel 25. Tant’è, pur maneggiando una profonda conoscenza del diritto, la cupezza dell’ambiente accademico gli pesava parecchio. Vi collaborerà da assistente fino alla riforma universitaria ma già dai primi anni ’50 cominciò a gettarsi anima e corpo nella libera professione. L’avvocatura era davvero il campo entro cui riusciva ad inverare i manuali e i libri studiati con tanta passione. Insieme a colleghi della medesima levatura, Giovanni si sentiva costruttore del diritto vivente e ciò l’avrebbe applicato in materia di bonifiche, di acque e di lavori pubblici. Diventerà legale di quasi tutti i consorzi di bonifica italiani, poi sarà tra i più stimati avvocati del gruppo Ferruzzi all’epoca del grande Serafino. Il suo studio di via Isonzo sarà meta di una clientela importante a cui ti dedicherà con senso del dovere. Ogni causa sarà per lui una battaglia. Durante quel lungo mezzo secolo di professione realizzerà rigorosamente la sua personale tavola deontologica: non si patrocinano mascalzoni dichiarati, non si sostengono cause perse, non si diventa parte avversa di un cliente difeso in passato, non ci si appella sempre comunque in Cassazione perché la Cassazione è una cosa seria; e ancora, si presentano parcelle sempre inferiori al lecito, non si domanda mai un onorario a un amico e nemmeno ad amici di carissimi amici, infine si dorme la notte solo se si è evasori zero e se si è incorruttibili.

E occorre prontezza: quel giorno in cui Vito Ciancimino, allora sindaco di Palermo, gli telefona per chiedergli un’assistenza legale, l’avvocato gli risponde subito che… «Sindaco, ma non mi dica! Ho i prossimi tre mesi talmente impegnati che non riuscirò nemmeno a respirare! Sarei stato onoratissimo di seguire il suo caso, la prego mi tenga presente per una prossima volta…» Che non avrà mai luogo.

Quella generazione di ricostruttori non annoverava protagonisti indiscussi. Anzi, in un clima di generale e spontaneo interclassismo, ciascuno vedeva in ogni interlocutore occasionale un soggetto di egual valore della rinascita. Nei quartieri ci si salutava sempre tra pari. Non esistevano né coatti della ricchezza né malati di potere. Avanzava quella società delle professioni basata essenzialmente su tre fondamenta: un magistero seguito con grande profitto; il rispetto delle gerarchie; un’enorme competenza. Erano altrettante virtù di una media borghesia italiana che non lucrava sulla propria insuperabile bravura ma la metteva a disposizione di obiettivi addirittura condivisibili.

Ai 100 anni di mio padre devo i nostri conflitti, l’orgoglio che da bambino non gli potevo nascondere tant’ero raggiante per le sue imprese, la sua capacità di dominare le situazioni di emergenza, lo stare al mondo, la socialità borghese come formarsi di relazioni emancipate, un bicchiere pieno per un quarto, la più libera bellezza femminile, tanti scorci europei, i suoi difetti molto umani e le sue virtù meno consuete. A lui devo anche l’amore per una moglie bellissima, un fratello perfetto, gli ultimi nostri anni insieme, forse i più sereni, e lo scambio di due mondi assai distanti, curiosi l’un l’altro di conoscere i segreti di un concetto o di una legge.

Aver goduto di un padre importante non è stato un ingombro ma solo una circostanza. Una volta mi invitò ad assistere a un suo intervento dinanzi alle Sezioni Unite della Cassazione. Temetti che mi sarei annoiato, invece mi sorpresi nell’assistere a un grande spettacolo di oratoria, di logica e di strategia. Potevo comprendere solo in parte i contenuti in oggetto, eppure il modo di porli, le accelerazioni e le frenate del discorso, gli accenni storici e le citazioni più impensate, le sue pause in attesa che uno dei giudici terminasse di chiacchierare con il suo vicino (perché non era abituato a parlare invano)… tutto ciò mi indusse a rinunciare alla professione paterna e ad attendere un altro mestiere o un’altra vocazione. E poi non me la sarei sentita di vincere o perdere ogni giorno. Qualche volta avrei voluto pareggiare. Le sue rare sconfitte, la cui notizia gli giungeva attraverso la telefonata di un cancelliere, lo infuriavano o lo abbattevano a seconda delle circostanze. Poteva consolarsi pensando che in fondo non era stato lui ad aver perso ma il suo cliente. Non ci pensava neanche. Il problema era che, per un grande avvocato di quei tempi ormai conclusi, ogni cliente era lui stesso. Nessuna differenza.

La sera della sua morte mi trovavo ad Avellino per uno spettacolo. Ricevuta la notizia, mi precipitai a Roma, dove giunsi a notte alta. Il mattino dopo mi recai alla camera ardente. Era presto ed eravamo soli, noi due. Per qualche secondo non distolsi lo sguardo dal suo volto, finché non scoppiai in un pianto convulso. Era il segno che ci eravamo incontrati, da padre e figlio, per la prima volta. Oggi, che ho potuto soltanto immaginarlo, è stato come ritornare verso il Negresco al termine di uno di quei film francesi che si rivedono sempre volentieri.

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