Sergio Buttiglieri
Classici in scena

Modello Cechov

Il Teatro Due di Parma inizia la messinscena integrale degli atti unici di Cechov: un ritratto perfetto dei vizi (eterni) dell'umanità

Ottima occasione è quella che ci offre il Teatro Due di Parma mettendo in scena tutti gli atti unici di Anton Cechov. L’altra sera abbiamo visto i primi due deliziosi pezzi intrisi di ironia e di inaspettata comicità, assieme a un devastante ritratto dell’animo umano. Per il giovane Cechov scrivere per guadagnare qualcosa mentre studiava medicina era, come diceva lui stesso, “la medicina è moglie legittima, la letteratura un amante”.

Questi atti unici rappresentano le scintille di quella rivoluzione teatrale che esploderà con le sue grandi opere. L’autore riesce a coinvolgerci in queste vicende tragicomiche, in cui noi non facciamo fatica a riconoscerci, come in quella di Tragico suo Malgrado dei due, apparentemente amici, i super affiatati interpreti Luca Nucera e Pavel Zelinskiy, che si incontrano casualmente su una panchina.

Lui poliziotto, col giubbotto, che ascolta musica col cellulare, e l’altro, tutto vestito formale con giacca e cravatta, carico all’infinito oltre che di carabattole, come una biciclettina, una bacinella, un sacco di bibite, una scatola a forma di cuore, una sfera di vetro e due scarpette da donna col tacco super colorate, anche di tristezza per essere invischiato in una vita che non lo soddisfa e lo deprime. Essendo impiegato dalle dieci alle sedici in un ufficio in città a smazzare pratiche burocratiche. Il suo lavoro è per lui una condanna, si sente una nullità e ha bisogno che il compagno per una notte gli presti una pistola. Ma lui non vuole dargliela.

Lui si sente uno schiavo di sua moglie, che appena ritorna a casa lo trascina dai suoi insulsi amici, come un cane con la lingua di fuori. Si sente una bestia da soma. Che deve accompagnare lei a teatro e poi in balera fino a notte facendosi divorare dalle zanzare.

Lui rimane impietrito in dacia fino alle 4 di notte con lei, battendosi pensieroso con l’indice la tempia, e poi alle 6 del mattino si deve preparare per recarsi al suo insulso lavoro in città che odia.

Finché l’amico poliziotto, apparentemente solidale alla tristissima vita di lui, a sorpresa alla fine, gli chiede di portare altre sue ingombranti carabattole a una sua amica: una enorme gabbia per uccellini e una pesante macchina da cucire.

E lui naturalmente si incazza: sei un animale! non voglio vederti più! urla all’amico.

La sete di sangue imperversa in lui.

L’altro atto unico che è andato in scena la stessa sera è L’orso e ambedue rimarranno a Teatro Due fino al 21 gennaio.

Sul palcoscenico qui abbiamo una bravissima Bruna Rossi, nella parte di una vedova devastata di tristezza, assistita dal maggiordomo Mauro Malinverno e assalita dall’irruente Alberto Astorri. la regia sempre di Nicoletta Robello evidenzia perfettamente tutti i cliché di genere maschile e femminile. Attraverso un furioso litigio per ottenere subito il credito non corrisposto dal marito della vedova. Lo scontro verbale decolla e, a sorpresa, ognuno di loro scoprirà nell’altro la possibilità di un incontro, un calore imprevisto che nasce dalla condivisione di analoghe delusioni d’amore. E qui Cechov ci fa percepire il senso più profondo del suo magistrale atto unico. La reale possibilità di contatto fra due esseri soli e intristite esiste. È l’incontro di due anime devastate dalla loro caotica precedente vita. Poco importa a quale genere appartengano. L’attrazione erotica prende il sopravvento.

La grandezza di Cechov, come ben ci ricordava Thomas Mann, in virtù del suo genio, si esprime al meglio in questi componimenti anche brevi e concisi. Essi possono contenere l’intera pienezza della vita, come abbiamo subito percepito durante questa preziosa messa in scena al Teatro Due, sollevandosi così al livello epico, e arrivando perfino a superare per intensità artistica l’opera grandiosa e gigantesca dei suoi più celebri componimenti.

Cechov si domandava ” che fare?”  L’unica risposta possibile è “in coscienza non lo so”. E si lavora tuttavia, si raccontano storie, si dà forma alla verità e si rallegra con essa un mondo miserevole nell’oscura speranza, quasi con la certezza che la verità e la forma serena abbiano sull’anima un effetto liberatore e preparino il mondo ad una vita migliore, più bella e più in armonia con lo spirito.

E noi questo pensiero lo abbiamo decisamente vissuto alla fine di questi due atti unici di grande qualità.


Le fotografie dello spettacolo sono di Andrea Morgillo.

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