Ida Meneghello
Diario di una spettatrice

Delusione giapponese

Il nuovo film di Élise Girard, "Viaggio in Giappone", è una parabola sulla solitudine. Ma è pieno di trovate artificiose e lungaggini eccessive

Volevo tornare a Tokyo. Volevo prolungare quella sensazione di serena pienezza e meraviglia che avevo vissuto accompagnando il signor Hirayama a pulire i bagni pubblici della città, i suoi “giorni perfetti”. Perciò ho visto subito il film Viaggio in Giappone, perché ho pensato: sarà un altro sguardo su quel mondo, lo sguardo femminile della regista francese Élise Girard dopo lo sguardo maschile del tedesco Wim Wenders che ci ha regalato l’imperdibile Perfect days.

Ma nei viaggi la scelta dei compagni è importante quanto la scelta della meta. E la Girard si rivela un’accompagnatrice inadeguata nel viaggio che la scrittrice Sidonie Perceval (una spenta e lamentosa Isabelle Huppert) fa da Parigi a Kyoto per promuovere la riedizione del suo primo libro.

Il soggetto prometteva bene: la protagonista è una donna di mezza età che conosce il successo, ma nasconde in sé un abisso di solitudine, avendo perso da piccola in un incidente d’auto tutta la sua famiglia e da grande, sempre in un incidente, il marito. Il dolore è diventato così la sua quotidianità, è anestetizzata, apatica, incapace di ritrovare un senso in quello che fa, c’è un grumo rappreso di sofferenza che le impedisce di continuare a scrivere. Ed è per sfuggire alla consuetudine di questo dolore che Sidonie accetta l’invito del suo editore giapponese per un tour di presentazioni.

Ma lo svolgimento del tema da parte della Girard si rivela superficiale e deludente. La prima scelta della regista che si abbatte sullo spettatore è la lentezza della ripresa, una lentezza estenuante e immotivata fatta di lunghi silenzi e sguardi persi nel vuoto, niente a che vedere con la lentezza meditativa e piena di significato del film di Wenders. La pellicola procede in un crescendo di noia: tra i ciliegi in fiore e i templi buddhisti “dove il silenzio contiene il mondo in un attimo senza vento” (lo dice Pico Iyer in Video Night in Kathmandu, mica questo film), Sidonie arriva in hotel, consegna l’enorme valigia, vuole tenersi la borsetta che l’editore le porta seguendo la consuetudine locale ma lei non lo sa, tenta di aprire la finestra della camera bloccata per ragioni di sicurezza, si inchina quando non dovrebbe, guarda con occhi estranei gli interlocutori, firma copie, è un automa. Accanto a lei l’editore giapponese nasconde l’imbarazzo per le gaffes dell’ospite e si sente un po’ perso perché anche lui conosce la solitudine (la moglie lo ha lasciato). A spezzare questa routine ci pensa il marito che torna nella forma evanescente del fantasma, e del resto in Giappone i fantasmi convivono con i viventi, come spiega l’editore.

Ma anche questo colpo di scena è una trovata che tutt’al più strappa un sorriso nelle situazioni paradossali che crea e niente aggiunge all’approfondimento psicologico dei personaggi. Il finale prevedibile – l’uscita di scena del fantasma e del passato che rappresenta e l’accettazione dell’amore per l’editore che è il presente – viene risolto con una sequenza di scatti fotografici dei due amanti che ho trovato piuttosto artificiosa. Una cosa mi è piaciuta: la locandina, anzi ora penso che forse ho visto il film proprio per la locandina.
Ma io volevo tornare a Tokyo, volevo guardare il cielo e sorridere al sole e alle nuvole, volevo ancora fotografare con una piccola Olympus la luce e le ombre degli alberi e ripetermi insieme a Hirayama che va tutto bene.

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