Paolo Ardovino
Un tema da riscoprire

Del sonno poetico

In principio è stato Amleto a mettere in relazione il sonno alla morte: due (diversi) poeti d'oggi - Dario Bellezza e Valerio Magrelli - hanno seguito quella scia. Vediamo come

“Il sonno è una piccola morte” è l’incipit di una poesia di Dario Bellezza. Un incipit ispirato e personale. L’accostamento tra l’atto dell’addormentarsi e il crepuscolo della vita è un’immagine che sempre presente nella sua intera produzione: “Il sonno è una piccola morte / richiede commossa pazienza – / attenderlo è sperare / in una resurrezione antica: / io aspetto la morte / per dormire poche ore / nel caldo di un letto / intrecciato ad un corpo / infelice e sterile, il mio: / non siamo eterni / e questo cadavere intrigante / presto supereremo”. Qui per l’autore il “Morire, dormire” shakesperiano viene capovolto. Non è ricerca del conforto, come ragiona Amleto che minimizza il grande dramma della morte pensandola, tutto sommato, come un placido sonno e un rifugio dai mali dell’esistenza. Qui la «morte» vuole «dormire» per morire. “La morte vuole morire / con me. Dormire solo”. La chiave di lettura è tragica, e in verità molto umana; molto più vicina al registro del vissuto che del poetare. E opposta al sonno che diventa sogno e quindi apertura di mondi. Porta di accesso all’al di là. All’onirico, all’altro («Morire, dormire, sognare» continuava infatti Shakespeare).

La riflessione del Bellezza poeta è intrecciata e continuativa all’esperienza vivente dell’io lirico. Sonno come piccola morte nella tragedia dell’amore. Quello messo in versi è un amore fatto il più delle volte di attese vissute, di segni lasciati dal suo passaggio. È l’amato che attende l’amante nella notte: “Innamorato io? Dove e in che spazio / questo amore si svolge e chi contempla / nella notte orrorosa in cui aspetto / il sonno benedetto; ma non dormo / e mi chiudo in me pensando al mattino / o all’avvenire, o alla certezza di te”. Ma è anche l’amato ferito che ambisce al sonno per spegnere la luce. Un reset delle emozioni. Come «una piccola morte» momentanea: “Dirti / che ero pieno di sonno / o che la immortalità / era un pio desiderio / ti avrebbe annoiato”.

Nell’intervista a Maurizio Gregorini all’interno del volume Morte di Bellezza, dove sono anche raccolti i componimenti sopracitati, Dario Bellezza parla dell’autobiografismo a proposito della ristampa della raccolta d’esordio Invettive e licenze (1971): «In seguito altri hanno portato avanti questo segno di unire poesia ed esistenza, poesia e vissuto, insomma, il momento su cui ho giocato per avere la possibilità di scrivere. Senza quest’opera non si possono comprendere altri poeti come Magrelli, Pecora e via dicendo».

Così scrive l’autore romano in un componimento: “Morire in un palpebrare / sommesso dei miei occhi / chiusi nel sonno”. L’attimo della perdizione. Quello che proprio Valerio Magrelli, citato, nella poesia d’apertura di Ora serrata retinae (1978), sua opera prima, descrive tra il lirico e il metaletterario: “Molto sottrae il sonno alla vita. / L’opera sospinta al margine del giorno / scivola lenta nel silenzio. / La mente sottratta a se stessa / si ricopre di palpebre. / E il sonno si allarga nel sonno / come un secondo corpo intollerabile”.

Un punto di continuità tra Bellezza e Magrelli, nel lessico e nell’intenzione, è lampante. Con una composizione liricamente meno disperata e metapoeticamente più ispirata, il sonno è il limine.

Prima si ragionava con il sonno come morte momentanea, interruzione di vita. Catarsi che ripulisce le emozioni e i sentimenti, e prepara al momento del risveglio. Attraverso la poetica magrelliana questa fase straordinaria di non-essere diventa punto di esasperazione dell’essere – Magrelli precisa di occuparsi non del sonno ma della «meccanica del sonno». La presenza ragiona sull’assenza, sa che arriverà il momento in cui il pensiero sarà frammentario e diventerà pensiero-altro. Altro ma non diverso come qualcosa fuori da sé: l’io-soggetto rimane zenit del pensiero. «Questo totalmente altro non ce lo dobbiamo aspettare da qualche Altrove auspicato, da qualche remoto fantasmatico: a partire da un immaginario proiettivo di questo tipo, il pensiero non potrà che girare sempre in tondo» (François Jullien). “Io sono ciò che manca / dal mondo in cui vivo, / colui che tra tutti / non incontrerò mai. / Ruotando su me stesso ora coincido / con ciò che mi è sottratto. / Io sono la mia eclissi / la contumacia e la malinconia / l’oggetto geometrico / di cui per sempre dovrò fare a meno”.


La fotografia accanto al titolo è di Roberto Cavallini.

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