Domenico Vuoto
A proposito di “Tempo, soltanto tempo”

Libertà in poesia

La nuova raccolta poetica di Fabio Ciriachi è un elogio degli opposti: la vita e la sua terminazione, la memoria, la nostalgia, la storia individuale e la Storia, l’amore, la compassione

Già il titolo della raccolta in versi, Tempo, soltanto tempo, è suggestivo. E si presta a una certa varietà di interpretazioni che affidano all’autore dell’opera, lo scrittore e poeta Fabio Ciriachi, e al suo lettore una reciprocità mai scontata, suscettibile di interrogativi, inquietudine, dubbi, affrancamento da convenzioni e convenienze che sono la materia pulsante e il sale della vera poesia, e non solo della poesia. A lettura finita, si ha l’impressione ˗ che matura in convinzione ˗ di trovarsi davanti a un testo importante (definirlo genericamente interessante o bello è come sminuirne il rilievo che acquista nell’ambito dell’odierna poesia italiana che si configura come decisamente asfittico, in un tempo oltretutto povero di stimoli culturali e, nel complesso turbolento e paludoso).

Fabio Ciriachi non è nuovo alla poesia. Tra il 1999 e il 2011 sono uscite presso Empiria tre sue raccolte in versi. Questa, del 2023, pubblicata da Il Labirinto (127 pagine, 14,00 Euro), si discosta per tono (innanzitutto) e per senso dalle altre. Dodici anni, tale la distanza temporale dall’ultima raccolta del trittico, non sono pochi nella vita di un uomo che abbia fatto della parola l’oggetto di un impegno inesausto; possono, cioè, condurre a ripensamenti, se non a un ribaltamento di registri tonali e tematici precedentemente usati. Ed è quanto accade di verificare, da parte di chi ama la poesia, leggendo e rileggendo Tempo, soltanto tempo.

Intanto, è bene considerare l’impalcatura della raccolta: cinque sezioni ˗ l’ultima, Variazioni, un omaggio “avventuroso” e toccante all’amico e poeta Carlo Bordini deceduto nel 2020. Segue una Conclusione che ha il sapore di un coeur mis à nu e, insieme, di una molto onesta e misuratamente orgogliosa disamina delle cose fatte, oltre a una dichiarazione di intenti dove spicca la volontà del poeta di non raccogliere in forma compiuta altri componimenti per il futuro.

Un congedo, insomma, dalla poesia.

Si diceva prima della revisione o addirittura del ribaltamento di registri tonali e tematici. Nella raccolta in questione è presente un vero e proprio ribaltamento che dà luogo a una poesia slegata in qualche modo dalla precedente produzione poetica: un’affermazione di libertà del fare (poesia) esplicitata del resto nella Conclusione e in accordo, come ben fa capire l’autore, con le franchigie che l’età e il peso dell’esperienza gli concedono. Il che non significa una libertà priva di metodo. O che decade in frammentarietà e dispersione verbale. C’è, qui, associata appunto alla libertà, un’intima compattezza e, verrebbe da dire, una coerenza del dettato poetico. Ricca, per di più, di fili tematici ricorrenti, unificanti e ordinativi (non è della vera poesia, e dell’arte, dare ordine al caos? offrire conoscenza o appassionato esercizio poetico rivolto alla conoscenza?). Fili tematici e valori antropologici si intersecano e giustappongono nei versi di Fabio Ciriachi: la vita e la sua terminazione, la memoria, la nostalgia, la storia individuale e la Storia, l’amore, la compassione. Questi due ultimi che si ritrovano in quello che si potrebbe definire come un proemio della raccolta, Il numero 1 (dedicato al padre) e, alla fine, in Pelli della sezione Congedo, si rispecchiano l’uno nell’altro, nel confronto, rispettivamente, tra la figura paterna e le aspirazioni degli anni giovanili. E nell’oggi, in più tarda età, in una sorta di dialogo con la figlia: poesie, ambedue, di ammirevole intensità e bellezza.

Ne Il numero 1: Ti avevo scritto quando ancora il tempo / si muoveva in surplace o, meglio, avevo / scritto di te lungo un lontano di anni, / di decenni, pastura per credere / immutato lo spazio tra di noi / che perdevo e trovavo tutti i santi / giorni. Era spazio, dunque qualcosa / da percorrere in ogni direzione … / è come un corridoio e il suo passare / stretto fra opposti muri adesso mi fa / vedere a occhi chiusi una riva / la cavità di una sfera dove tu / m’insegnavi a nuotare, a giocare / a pallone, a sentirmi una volta / almeno a settimana … il numero uno.  In Pelli: Dice mia figlia che ho la pelle secca / per via del sangue che circola male; / fosse vero avrei in me un ingorgo / per quanta neve mi vola dal corpo / quando sfilo i calzini … / … ma mia figlia insiste che la crema /  idratante è quello che mi serve …/ … penso / a com’erano le gambe di mia / madre nei suoi anni conclusivi / con quella pelle tesa di serpente, / conciata, lucida, senza più squame / e mi compiaccio per il rettiliano / che insidia l’homo sapiens… /

Perché queste lunghe citazioni? Per una necessità esemplificativa tesa a dimostrare che Fabio Ciriachi, senza nulla togliere al sentimento (si veda, ad esempio, Lascito della sezione Congedo), si guarda bene dallo scivolare nella sua corruzione: nel sentimentalismo, nelle sdolcinature, nell’autocompiacimento del dolore, nella retorica dell’amore filiale e paterno. In genere, ironia e autoironia (anche molto affilate), disincanto, scanzonatura, sarcasmo, disseminazione di particolari crudi (Gabbiani 1- 2 – 3 della sezione Senilità) governano, ma senza velare, la forza e consistenza del repertorio sentimentale e ideale di Tempo, soltanto tempo. A questo proposito si legga tutta la sezione Senilità che si affida a un’auto-introspezione priva di quei tratti egolatrici che continuano a zavorrare certa poesia italiana contemporanea.

A un insieme così vario, complesso, di lettura talvolta felicemente impervia, con contaminazioni del linguaggio prosastico, Fabio Ciriachi conferisce uno stile che è uno dei punti di forza della raccolta. Ecco allora le rime, il ritmo cadenzato, spesso incalzante, battente dei versi, ecco il profluvio delle allitterazioni come in Stilnovismo 1, sezione Tempo: La tua mano fatta mente, forma di / te che non ho conosciuto, ti chiedo / aiuto da questo troppo tardi, dal mio taciuto esserti invisibile… /. Veri e propri soprassalti verbali e concettuali. Un gioco pirotecnico che dilata il senso e il valore del repertorio tematico cui si è accennato.

Un mio amico e poeta parla della poesia come di un “vizio”. Se cerco vizio in Treccani trovo la seguente definizione: Abitudine profondamente radicata … che determina un desiderio quasi morboso di cosa è o può essere nocivo. La poesia è abitudine profondamente radicata diretta a ciò che è nocivo? Poco credibile. Viene istintivo sostituire il termine “abitudine” con “vizio” dell’amico, spogliato magari della sua accezione banalmente negativa. Vizio appassionato, inevitabile della poesia potrebbe andare. L’inevitabilità della poesia potrà far recedere dal suo proposito di rinuncia alla scrittura in versi il poeta di Tempo, soltanto tempo?  Al lettore non resta che sperare in un tempo provvidenziale di ripensamento e augurarsi con tutto se stesso che il poeta continui a cantare.


La fotografia accanto al titolo è di Roberto Cavallini.

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